Cristina Simonelli “Ordinare e dis/ordinare: alcune buone ragioni”
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Ancora qualche parola sull’ordinazione delle donne – a favore, in questo caso – nella Chiesa cattolica, perché non basta pensare d’essersi già espresse: le cose cambiano e magari anche le idee ed è bene non sottrarsi ai dibattiti. La Chiesa è comunque una realtà complessa e esprimersi a favore dell’ordinazione non significa lasciare fermo tutto il resto, finché ci sono giorni buoni per convertirsi. La recente formalizzazione dell’elezione di Sarah Mullaly ad arcivescova di Canterbury accompagna bene queste note.
Il 28 gennaio scorso è stata formalizzata l’elezione di Sarah Mullally alla più alta carica ecclesiastica della Chiesa anglicana, quella di arcivescova di Canterbury e dunque primate di tutta l’Inghilterra e della Comunione anglicana.
Quella Chiesa ha risolto così ogni problema, ogni tiepidezza nel Vangelo, ogni dissapore ecclesiale e ogni conflitto politico nei paesi in cui si trova? Certamente no. Semplicemente si è mossa nel solco di un discernimento umile e significativo, che non inizia oggi, così come non si conclude con questi eventi.
L’ordinazione delle donne nella Chiesa cattolica
Quell’atto ecclesiastico è importante certo, ma non fornisce molto di più di un semplice avvio del discorso, che in realtà si snoda sull’onda dei dibattiti sull’ordinazione diaconale delle donne nella Chiesa cattolica, che ha ormai lasciato fra le memorie polverose delle soffitte (anche il mondo web ne ha) la Sintesi della Commissione a questo dedicata, per assumere i toni di una questione disputata, anche in questo blog.
In realtà sia la questione sia il dibattito sono tutt’altro che nuovi, non solo perché risalgono almeno al secolo scorso, ma perché ha visto nel 2016 una crescita esponenziale anche al di fuori dei circoli più militanti (come la Women’s Ordination Campaign e anche i Roman Catcholic Women Priests), con lo spiraglio aperto da Francesco nell’incontro con le superiori generali che avevano posto la domanda sul diaconato.
Da allora anche in Italia e anche in incontri semplici, nelle parrocchie, la domanda su «Che cosa impedisce che le donne siano ordinate?» non si è fermata. Fra oralità e scrittura, posso rimandare a molte cose dette e firmate, sulle diacone (1) e non solo: penso all’Introduzione firmata insieme a Marinella Perroni nel libro di Zdenek Jančaŕík intitolato Ludmila Javorová. Sacerdote nella Chiesa del silenzio (Effatà 2021), nonché alla partecipazione, sempre con taglio storico ma con tesi, penso, scoperta, al volume collettivo Senza impedimenti (curato da Andrea Grillo per i tipi di Queriniana nel 2024).
Per questo mi sembrava superfluo la mia opinione, oltre il post, collettivo, appunto, perché è un’opzione ecclesiale anche lavorare in squadra. Ma se serve: sono favorevole all’ordinazione delle donne.
Parliamo di diaconato? Sì. Ma il sacramento dell’ordine è uno, parliamo di tutto? Sì, anche in ogni grado dell’ordine.
Detto questo, nel titolo di questo post si rimanda a un documento realizzato collettivamente insieme alla Rete del Sinodo del 2022 «Ma lei gli replicò», dove proprio rispetto a questi nodi si utilizzò un gioco di parole fra ordinare e dis/ordinare, che a p. 6 si collega anche al nostro interessante dibattito.
La Chiesa, una realtà complessa
In fondo quello su cui si era discusso nel 2022 è molto vicino a quanto si è detto in questi ultimi tempi: dis/ordinare [gli uomini] non rimandava infatti a una richiesta di riduzione (significativo il verbo utilizzato a questo proposito!) allo stato laicale, ma alla richiesta di cambiare, per le donne se sarà il caso, per gli uomini già adesso, le forme più asfittiche, quelle che per brevità indichiamo come clericalismo.
Rispetto a tutto questo non ho certo ricette pronte (magari!), tuttavia mi sembra di poter dire che le soluzioni di questioni complesse, multifattoriali, è bene che si articolino su più livelli contemporaneamente, senza pensare di doverne scegliere una sola – e neppure di poterlo fare.
Per quanto riguarda dunque il ministero, sono convinta anche io – e lo sono tante donne e anche tanti uomini – che i nodi riguardino anche le modalità d’esercizio della leadership (ordinata, ma non solo) rispetto all’insieme della comunità, le modalità d’esercizio di un potere che, senza negare d’esistere nascondendosi in un «maquillage retorico» (grazie a Roberto Maier per questa efficace espressione), si converta a forme solidali e rispettose; che anche nell’orizzonte sacramentale proprio della visione cattolica, non lo soffochi in una sacralizzazione indebita; ma anche che si apra a soggetti diversi, specialmente alle donne, senza con questo non citare almeno la secolare questione dell’ordinazione di uomini sposati.
Crediti di fiducia, sempre;
dissensi formalizzati, magari
Quello che di bello si è mossa – e Stella Morra l’ha sottolineato in una maniera avvincente – è comunque un’immagine promettente di Chiesa, nella quale la passione delle convinzioni e la dedizione delle pratiche vive anche di crediti di fiducia reciproci, quali che siano le divergenze di opinioni. Questo, condivido completamente, è un modo bello di vivere e un luogo bello in cui stare e in cui… con/senescere, come persone anagraficamente connotate, ma anche come comunità ecclesiali, che, nelle belle parole di Timothy Radcliffe, possono vivere la propria vecchiaia e magari il proprio transito come consegna.
Che poi, si potrebbe dire, è la parabola di Chiese in cammino verso il Regno (si scuserà, per brevità, il gergo), fuggendo la tentazione di sacralizzare tutto, anche gli errori, le esclusioni, gli abusi.
Questa credo sia una esperienza e sia anche la sua inalienabile spiritualità, comunque finisca tutto questo nella nostra Chiesa. Certo, non mi dispiacerebbe se – e torno alla Comunione anglicana con le parole di Jo Wells nel suo dialogo col papa e i cardinali del C9 – potesse essere anche una «formalizzazione del disaccordo», la cui recezione si svolge attraverso «un processo lungo e spirituale». (2)
[1] Donne diacono? La posta in gioco, con Moira Scimmi (EMP, Padova 2016) ; un contributo di taglio storico in Diacone. Quale ministero per quale Chiesa?, curato da Serena Noceti, Queriniana, Brescia 2017.
[2 ] J.B. Wells et all., Donne e ministeri nella Chiesa sinodale, Paoline, Milano 2024, 45.
Teologa, docente di Storia della chiesa antica, Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, Milano
Fonte: Il Regno delle donne
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