Massimo Recalcati "Cosa succede quando il coltello vince sulla parola"
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29 Gennaio 2026
Essa non nasce come un semplice impulso animale, ma come una scorciatoia, una via
breve, come direbbe Freud, che può consentire a un soggetto o a un gruppo umano di
raggiungere il proprio obiettivo senza differimenti. Se infatti l’esercizio della parola
introduce distanza, complessità, mediazione, negoziazione, dialogo, la violenza
promette una realizzazione immediata del proprio soddisfacimento pulsionale. La
violenza porta sempre con sé una tentazione, ovvero quella di raggiungere il proprio
obiettivo senza incamminarsi lungo i percorsi tortuosi imposti dalla parola: colpire il
rivale in amore, appropriarsi di un oggetto desiderato, imporre la propria superiorità,
dimostrare la propria forza, esercitare il godimento della sopraffazione, umiliare
l’inerme, sottomettere il nemico. In questo senso, la violenza giovanile che oggi
riempie le pagine di cronaca, che sia individuale o di gruppo, è sempre prepolitica.
Anche quando assume la forma della banda o del branco, il suo movente resta
profondamente individualistico: non mira alla trasformazione del mondo, ma alla
affermazione narcisistica del proprio Ego. L’altro non è riconosciuto come
interlocutore, ma ridotto a rivale, a ostacolo, a bersaglio da colpire e da eliminare. Il
coltello prende il posto della parola nell’illusione di costituire chi lo impugna come
padrone onnipotente della vita degli altri. Il limite viene rigettato e con esso ogni
sentimento di fratellanza umana.
Ma la psicoanalisi insegna che l’esperienza della frustrazione che scaturisce
dall’incontro con un limite insuperabile rappresenta il passaggio necessario
all’umanizzazione della vita: non si può avere tutto, non si può godere di tutto, non si
può essere tutto. È solo accettando il suo limite che il desiderio può articolarsi,
trasformarsi, trovare vie civilizzate di espressione, diventare generativo. Senza limite -
senza esperienza della frustrazione –, non c’è costituzione del soggetto, ma solo una
spinta pulsionale che esige il suo soddisfacimento immediato. È l’imperativo sociale
che oggi domina la nostra vita individuale e collettiva. Per questa ragione, è sempre
più difficile per il discorso educativo contemporaneo mostrare l’importanza della
frustrazione e della sua metabolizzazione simbolica in ogni processo di formazione. Il
nostro tempo ha sostituito al senso dell’impossibile – necessario alla umanizzazione
della vita – la chimera individualistica che tutto sia sempre possibile. La cultura della
prestazione, del successo rapido, della visibilità e della virtualità, alimenta l’idea che
ogni desiderio debba trovare una sua realizzazione spettacolare, senza attese né fatica.
In questo scenario, il limite non appare più come una soglia generativa, ma come un
sopruso intollerabile. È da qui che nasce la tentazione giovanile della violenza. Al posto
del cammino lungo della formazione s’impone l’illusione della scorciatoia,
dell’accesso immediato al soddisfacimento. Al contrario, sappiamo invece che se c’è
effetto soggettivo di formazione è solo grazie alle elaborazioni simboliche della
frustrazione.
Il ricorso alla violenza vorrebbe negare ogni frustrazione bruciando le tappe
obbligatorie della crescita. La violenza non sopporta il tempo dell’attesa, non riconosce
il tempo lungo del percorso, non accetta la mediazione faticosa della parola: essa, come
si diceva una volta, vuole tutto e subito. Da questo punto di vista, come ho ricordato in
altre occasioni, esiste per la psicoanalisi una profonda omologia tra la violenza e
l’allucinazione. Entrambe funzionano come delle “vie brevi” del soddisfacimento. Se,
per esempio, il raggiungimento della soddisfazione attraverso il lavoro esige tempo,
fatica e rinunce, quello promesso dalla violenza offre l’illusione (allucinatoria) di
consumarsi in un solo colpo, in un solo atto. È un godimento senza storia, senza
memoria e senza futuro. Educare, allora, non significa proteggere i figli da ogni
frustrazione, ma insegnare loro ad assumerne e a tollerarne il peso senza trasformarlo
in una spinta alla distruzione rabbiosa. Dovremmo sempre ricordare che la parola non
è solo uno strumento della comunicazione – come il pragmatismo scellerato del nostro
tempo vorrebbe fare credere – ma è la sola Legge che umanizza la vita, la sola vera
alternativa alla violenza. Una parola che non ha come compito quello di moralizzare i
nostri figli, ma quello di aprire degli spazi inediti di senso, di alimentare la forza
propulsiva del desiderio. Dove, infatti, la parola circola, la violenza perde la sua
potenza seduttiva. Dove il limite è riconosciuto come condizione dell’umano, la via
breve del passaggio all’atto violento non è più la sola risorsa a disposizione per tollerare
la frustrazione.
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