Paolo Crepet «L’idea dell’evergreen nasce dal bisogno di eliminare il dolore dalla vita per recuperare un’esistenza piacevole»
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Il celebre psichiatra e sociologo analizza il fascino del passato, dai format televisivi ai classici, e ci insegna a usarlo come strumento di riflessione e orientamento per il presente.
La reunion degli Oasis è soltanto l’ultimo capitolo di una tendenza già in atto. Per chi è cresciuto negli anni Novanta, il vero spartiacque emotivo si è avuto nel periodo immediatamente successivo alla pandemia. Quel tempo dilatato ha costretto tutti a rallentare, a guardarsi dentro e a mettere ordine nei propri ricordi. Da allora, chi ha raggiunto gli anta sembra custodire con crescente intensità ciò che ha definito la propria adolescenza. L’industria culturale ha rapidamente colto questa sensibilità, trasformandola in una potentissima leva narrativa. Ecco, quindi, riaffiorare i programmi, i game show e i telefilm che hanno formato un’intera generazione: da Friends al sequel di Sex and the City, fino al reboot di Beverly Hills 90210. Non si tratta di semplici recuperi, ma di momenti capaci di riattivare un senso di appartenenza che molti credevano assopito. Per capire perché gli elementi che hanno plasmato la nostra educazione sentimentale esercitino oggi una forza così magnetica, Vanity Fair ha chiesto allo psichiatra e sociologo Paolo Crepet di aiutarci a leggere questo ritorno collettivo al passato.
I come eravamo sembrano guidarci più del previsto. Perché oggi più che mai si tende a idealizzare il passato? «Probabilmente perché quello che stiamo vivendo non è poi così straordinario». Al punto da farci letteralmente travolgere dai ritorni? «Sì, è un po’ come il fenomeno delle cover: una cosa carina, certo, ma senza alcuna innovazione».
Il costante sguardo all’indietro è un segnale di fragilità della società contemporanea? «L’umanità è sempre stata fragile. Non credo che nell’Ottocento la gente si sentisse formidabile. C’è chi è stato più forte e chi più debole, chi ha avuto più potere e chi meno, chi si è sentito soddisfatto della propria vita e chi no. Oggi, però, siamo certamente più esposti all’influenza di promesse fatte e poi non mantenute».
Come spiega tutto questo? «Siamo cresciuti, dal dopoguerra in poi, guardando all’innovazione, alla modernità e ai diritti. Poi, quando queste aspettative hanno smesso di corrispondere alla realtà, tutto si è frantumato. Non siamo riusciti a mantenere quella meraviglia che avevamo promesso a noi stessi. Prendiamo l’idea della comunicazione: da quarantacinque anni ripetiamo che la tecnologia ci permetterà di comunicare di più; in realtà lo facciamo meno, in modo più frenetico e poco sostanziale. È come comprare una macchinina elettrica in cui riponiamo grande fiducia e scoprire, a un certo punto, che si ferma».
Professore, è in tour con Il reato di pensare, spettacolo in cui indaga come la tecnologia possa mettere in ostaggio la nostra capacità di riflettere. Ed è qui che scatta la nostalgia di un’epoca in cui l’ascolto aveva un altro valore. «Cerco di usare un linguaggio che scuota, ma mi accorgo, effettivamente, che la stragrande maggioranza delle persone non è più abituata all’ascolto. Per questo ringrazio chi si ferma ad ascoltarmi per un’ora e mezza. Cosa ormai piuttosto rara, a meno che non si tratti di un comico o di un musicista. Una volta ascoltare parole era naturale. Io, per esempio, non mi perdevo gli spettacoli di Giorgio Gaber, perché oltre a farmi sorridere, mi spronava alla riflessione. Oggi, invece, soffriamo di una nostalgia nata dal fatto che tutto ciò che è stato prodotto per migliorare la società risulta più distopico che amorevole».
Lo sono anche certi odierni format televisivi, sempre più frenetici e talvolta ansiogeni. Forse è proprio per questo che i programmi di un tempo appaiono così rassicuranti? «Pensiamo alla difficoltà di parlare di un libro in televisione: quasi nessuno legge più, e un format dedicato alla lettura non interessa. Anche i ritmi incalzanti dei programmi sono diventati sinonimo di frustrazione, come quando si aggiungeva il peperoncino al cibo per coprirne l’odore. Allo stesso tempo, siamo affascinati dalle conquiste e dalle novità, ma anche intimoriti. Basta guardare al successo delle piattaforme che permettono di rivedere Walter Chiari o Jimi Hendrix: un tempo questo non era possibile. Ecco perché l’operazione nostalgia nasce anche dalla tecnologia digitale: essa non inventa, ripropone, e in questo senso è già di per sé uno strumento nostalgico».
L’adolescenza espansa indica quei tratti tipici della crescita che si allungano fino all’età adulta. In un mondo dominato dal mito dell’eterna giovinezza, l’iper-nostalgia fa sentire ancora vitali e giovani? «L’idea dell’evergreen nasce dal bisogno di eliminare il dolore dalla vita per recuperare un’esistenza piacevole. La giovinezza diventa così una performance: prende il sopravvento sul pensiero, senza alcuna riflessione, e viene promossa come ideale. Così ci si ritrova, a cinquant’anni, a recitare la parte dei ventenni. L’evergreen è una delle grandi illusioni del contemporaneo».
Il passato non è un luogo in cui vivere, ma una risorsa da cui attingere. Come possiamo far sì che i ricordi diventino una bussola per orientarci verso nuove esperienze? «Mi viene in mente quel ragazzino fotografato a Parigi, dopo il furto al Louvre, vestito come un signore borghese degli anni Quaranta. Una cosa è essere nostalgici e riproporre tutto ciò che è stato — un’operazione al quanto discutibile — un’altra è saper prendere dal passato ciò che ancora può insegnarci».
Ci fa un esempio? «La dialettica che nasce dall’ascolto. Quando proviamo a mettere in atto azioni controcorrente, rischiamo che vengano etichettate come nostalgia. Stanno gradualmente scomparendo le edicole, le librerie e tutti quei luoghi che permettevano di fermare il tempo e ragionare. Ci chiediamo allora: perché i bar devono avere la musica a tutto volume? Dentro quel rumore, parlare diventa impossibile».
Esistono aspetti positivi legati alla nostalgia? «Certo, non dobbiamo smettere di ragionare su ciò che ci fa stare meglio. Prendo spunto dalla polemica dei genitori che tengono i bambini in mezzo al bosco: è evidente che c’è una critica implicita alla scuola così com’è. Io sono favorevole a una scuola divertente, e per pensarci guardo a quella di cinquant’anni fa, quando i bambini giocavano, parlavano e avevano un livello di attenzione maggiore. Se capisco che al bambino fa bene giocare a Shangai piuttosto che stare davanti al computer, scelgo la prima opzione: è prodigiosa dal punto di vista cognitivo, perché richiede concentrazione e strategia, e anche dal punto di vista della serenità».
Non è un rischio cristallizzarsi nel passato? «Il passato va criticato: non bisogna né affogare nella nostalgia, né proiettarsi soltanto verso il futuro. Non è utile ragionare in modo binario, come se tutto fosse zero o uno. Nel passato ci sono aspetti interessanti, certo, ma anche autoritarismo e violenza domestica, fenomeni che oggi, almeno in parte, si sono attenuati. Questo non c’entra con la nostalgia fine a sé stessa, ma con l’idea di dedicare tempo a ragionare, a comprendere ciò che vale la pena recuperare e ciò che invece va lasciato indietro».
Per concludere, dottor Crepet, se potessimo portare un unico insegnamento dal passato nel futuro, quale sarebbe? «I classici. Non perché appartengano al passato, ma perché affrontano archetipi umani in maniera magistrale, ancora immutati. Leggere Dostoevskij, guardare Kubrick o Fellini non fa male: apre a un dialogo con la storia. Prendiamo il caso di Norimberga, il nuovo film con Russell Crowe: è fondamentale che i ragazzi lo vedano. Non si tratta di nostalgia, ma di tragica attualità. Ripescare dal passato quel che serve, senza cadere nella scadente logica delle cover, è utile. La storia è maestra, così come il classicismo. Bisogna aver letto Omero, perché parla di noi. Ulisse non è una figura retorica da allontanare; è parte della nostra esperienza e del modo in cui comprendiamo il mondo«.
di Domenico Marcella
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