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Massimo Recalcati «Siamo fatti di tutto ciò che abbiamo perduto»

Massimo Recalcati è uno degli intellettuali più significativi del nostro tempo. Dopo aver sviscerato l’opera di Jacques Lacan, che era oscura e che Recalcati ha reso intelligibile, trasformando un muro in una finestra, oltre all’attività di psicoanalista e alla sua docenza universitaria, ha affrontato nei suoi libri vari temi particolarmente attuali, di cui scrive regolarmente anche su «La Repubblica», arricchendoli con esemplificazioni vivide tratte dalla letteratura, dal cinema e dall’arte in generale. 

Recalcati, nel suo ultimo libro, «La luce delle stelle morte», un saggio su lutto e nostalgia, lei scrive che nell’attesa l’amato è presente nella forma dell’assenza: «Tornerà», «arriverà». Perché essere amati significa sempre essere attesi. Dopo una perdita non c’è più nessuno ad attenderci. Bisogna attraversare il dolore e ci vuole tempo. Per Freud il lavoro del lutto lo estingue, mentre per lei c’è sempre un «resto» che non è possibile cancellare… 
«Freud aveva una concezione idealista del lutto. Riteneva che esistesse un lutto compiuto. 
Che dopo il dolore della perdita, lo strazio della memoria, il peso dell’assenza di chi non è più con noi, la sofferenza e il suo tempo necessario, la vita riprendesse a vivere grazie a una sorta di oblio. L’oggetto perduto non è più con noi e la nostra vita prende atto di questa assenza e continua a vivere come lasciandosi alle spalle chi non è più con noi. Secondo Freud la libido, che prima era come sequestrata dall’oggetto amato e perduto, ritorna finalmente presso l’Io. Il lutto è compiuto: ritorniamo a vivere avendo assunto psichicamente l’assenza dell’oggetto. Io penso invece che ogni lutto rimanga incompiuto. 
La morte di un amore, di un figlio o di un padre, di un maestro o di un ideale ha lasciato tracce indelebili, impossibili da cancellare. In questo senso la nostra vita è fatta dai nostri innumerevoli morti. Il problema è come entriamo in rapporto con questi resti incancellabili, con i nostri morti. Il rimpianto e la gratitudine sono due modi profondamente diversi di stabilire e di vivere questo rapporto». 

Nella prima parte lei spiega che l’impossibilità di elaborare un lutto può generare un’angoscia melanconica in cui si ristagna nel passato amputando l’avvenire. L’altra modalità disfunzionale di reagire a un lutto è la sua negazione maniacale, che coincide con la tendenza contemporanea ad affrettarsi a sostituire un oggetto perduto o «scaduto» con un altro — che si tratti di un partner o di uno smartphone. C’è però un modo sano di affrontare un lutto, compiendo un lavoro che è innanzitutto della memoria, spiraliforme, dolorosissima, che attraversa più volte l’assenza prima di potersi proiettare nel futuro. 
«Nella reazione melanconica prevale l’identificazione inconscia all’oggetto perduto. Il tempo si blocca e il nostro sguardo resta rivolto verso il passato. Nella melanconia il lutto non diventa un lavoro ma resta una reazione dolorosa che si cristallizza, si cronicizza. In questo senso la melanconia è un modo per fare esistere ancora chi non è più con noi. 
L’assenza diventa una forma patologica della presenza. Il soggetto non si separa dall’oggetto perduto ma vi resta come incollato. Nella reazione maniacale il tempo invece scorre velocissimo. L’oggetto perduto viene rapidamente dimenticato e sostituito con un altro oggetto. Si tratta di un vero e proprio negazionismo e di una anestesia del dolore provocato dalla perdita. Il lutto diventa, invece, un lavoro quando l’oggetto perduto viene riconosciuto in tutto il suo valore ma, al tempo stesso, si assume come un dato incontrovertibile il fatto che non sia più con noi, la sua perdita. È il cammino che Zarathustra di Nietzsche compie nella notte portandosi sulle spalle l’acrobata morto. Si tratta di un percorso che non sappiamo quanto possa durare. Non esiste un tempo standard per un lavoro del lutto. Anzi, si potrebbe dire che, per certi versi, questo lavoro coincida con la nostra stessa esistenza che è sempre confrontata a innumerevoli perdite… 
Non è forse così? Non siamo fatti di tutto ciò che abbiamo perduto? Vuole sapere quale doveva essere inizialmente il titolo di questo libro? “I nostri innumerevoli morti”. Poi, al termine di una conferenza dedicata a Claudio Parmiggiani nella quale commentavo un’opera straordinaria titolata “A lume spento”, mi è venuto in mente che forse “La luce delle stelle morte” sarebbe stato più efficace e, soprattutto, anche più giusto». 

Nella seconda parte distingue la nostalgia-rimpianto, che anela un ritorno impossibile come unico rimedio, ma amplifica l’inquietudine che vorrebbe sanare, definibile come una «passione per l’immobile» che vorrebbe «trattenere la vita al di qua della vita», dalla nostalgia-gratitudine «nei confronti di una luce che, pur provenendo dal passato, irradia in modo sorprendente il nostro avvenire». 
«La luce delle stelle morte è quello strano fenomeno astrofisico per il quale la luce delle stelle che ammiriamo nei nostri cieli nelle notti proviene da corpi celesti morti milioni di anni fa… La nostalgia-gratitudine è simile a una visitazione. La luce dei nostri innumerevoli morti a volte appare nel cielo della nostra vita, ci raggiunge improvvisamente provenendo da un altro luogo, oppure è qualcosa che portiamo sempre con noi stessi come un vecchio talismano… Non si tratta necessariamente di ricordi gloriosi, di gesti memorabili… Basta un piccolo dettaglio per attivare la nostalgia-gratitudine… Basta pochissimo. E una luce che ci illumina. Non è un peso che ci trascina all’indietro come accade nella nostalgia-rimpianto, una pietra al collo, ma un punto luce che rischiara il nostro cammino e ci spinge a trasformare il dolore della perdita in un ringraziamento, in una benedizione. Tutto è bene, direbbe Spinoza, tutto ciò che è stato e che ho perduto l’ho amato e proprio perché l’ho amato lo porto ancora con me anche se non è più con me. La gratitudine è infatti un modo generativo di entrare in rapporto col nostro passato… Non è il rimpianto, lo struggimento per qualcosa che non c’è più, il rammarico per ciò che non ho fatto… Ma è il riconoscimento che ciò che non c’è più continua ad accompagnarmi, resta in parte con me, contribuisce a fare la mia vita». 

Dopo aver illustrato l’importanza del dettaglio, che è altro dal frammento e che consente una risignificazione a posteriori di ciò che è stato, nella terza parte racconta in modo commovente la gratitudine che prova nei confronti di alcune figure significative che non ci sono più… 
«Tutto quello che ho perduto, i miei maestri, gli amici che hanno tradito, gli amori che mi hanno abbandonato o che ho distrutto o che mi hanno abbandonato perché ho distrutto, i grandi ideali della mia giovinezza, le letture che mi hanno formato, i ricordi lontani della mia infanzia, i suoi profumi, i suoi colori, ma anche la sua pelle, il suo volto, la sua voce, le mattine, le sere, il suono del mare e quello della pioggia che batteva sul tetto della baita dove ci rifugiavamo, le calle bianche nel giardino della casa di campagna, il suo abbraccio fraterno, i suoi fogli sparsi sulla cattedra, i suoi gesti mentre faceva lezione, le sue canzoni, i suoi occhi azzurri su di me, il suo bacio di addio, la prima notte dell’amore, la sabbia sotto i piedi, la prima volta che ho visto Parigi, il suo profumo di mimosa, la ferita al cuore, il suo atroce tradimento… tutto resta con me. Tutto è morto ma resta ancora vivo in me. È morto e vivo insieme. E sono grato a tutto… Vorrei solo poterlo vivere ancora una volta, ancora milioni di volte. Il bene come il male. La gioia come il dolore. Eternamente. Come la luce delle stelle morte».

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