Massimo Recalcati "Iran, l’ideologia contro la grazia delle donne"
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3 Febbraio 2026
La sua logica intrinseca è infatti radicalmente sacrificale: la causa di Dio soverchia
quella degli uomini esigendo il sacrificio della loro vita. Di qui l’assoluta impossibilità
– mentale oltre che istituzionale – della democrazia. L’Uno della volontà di Dio e dei
suoi legittimi interpreti – gli ayatollah – si impone come la sola forma plausibile della
Legge. Mentre la democrazia dissocia quello che è di Cesare da quello che è di Dio, lo
Stato religioso, come sappiamo, si istituisce sulla confusione dell’uno con l’altro. In
questo senso il regime iraniano è una versione estremista della cultura patriarcale: esso
si fonda sulla parola di un Padre titanico (Dio e i suoi rappresentanti) la cui parola rende
impossibile ogni altra parola. Si tratta di un padre che non trasmette la Legge come
limite condiviso, ma che la impone come un comando incontrovertibile. È l’essenza di
ogni ideologia patriarcale: il padre non è il simbolo dell’unione possibile tra la Legge
e il desiderio ma incarna una Legge che odia il desiderio esigendo la sua estirpazione.
È un Padre che non consente la separazione, che non permette l’avvicendamento
generazionale, che non accetta di essere destituito. Per questo, la sua sovranità è
intrinsecamente violenta e pervasa da una ideologia di morte.
L’odio per la vita emerge nella sua forma più pura nell’odio per le donne, per la
giovinezza, per la libertà, per la pluralità. La sola forma di governo possibile è quella
della sorveglianza permanente della polizia morale, della punizione che esclude
sistematicamente ogni forma di grazia. La forza di uno Stato teocratico-totalitario
consiste nell’ottenere e nel preservare il consenso attraverso l’esercizio del terrore: la
pena capitale, l’impiccagione pubblica o la repressione sistematica non sono delle
deviazioni patologiche del sistema, ma ne costituiscono il funzionamento ordinario. La
morte diventa allora uno strumento pedagogico essenziale che non serve solo a
eliminare il trasgressore, ma a ricordare a tutti che la vita è concessa solo a condizione
dell’obbedienza e della rinuncia di se stessa. Anche ascoltare la musica può essere
considerato, come in un vero e proprio incubo orwelliano, un comportamento da
castigare severamente. Se la vita pretende di liberarsi da questa prigione morale deve
essere repressa, perché è proprio l’odio per la vita a costituire il fondamento ultimo di
questo regime. Il potere teocratico teme tutto ciò che vibra e che si muove, tutto ciò
che non può essere contenuto negli spazi angusti di una recinzione religiosa della vita.
I corpi, soprattutto quelli delle donne, devono essere disciplinati, mortificati,
devitalizzati. È questo il solo modo per mettere la museruola al desiderio, vissuto come
minaccia dell’ordine stabilito.
La repressione delle donne non è allora solo un residuo sessuofobico, quanto il vero
pilastro strutturale della teocrazia iraniana. La donna incarna, infatti, ciò che sfugge
alla presa totalizzante del regime del Padre-padrone: il desiderio erotico, la
generazione, la parola non autorizzata, la libertà. Per questo deve essere segregata,
controllata, nascosta. Il velo non è, infatti, un semplice capo di abbigliamento
tradizionale ma un dispositivo disciplinare che deve cancellare l’impurità della donna
e la sua radicale follia. Ogni gesto di autonomia femminile viene percepito come una
trasgressione intollerabile perché mette in crisi l’onnipotenza patriarcale del regime.
Ma la violenza esercitata sul popolo iraniano in rivolta è tanto spietata e cruenta quanto
angosciata. Il regime colpisce con durezza estrema e sadismo perché, in fondo, avverte
che il suo tempo è scaduto. Ogni potere che si pretende assoluto è sempre perseguitato
dall’angoscia della propria caduta imminente. Per questo deve compulsivamente
moltiplicare le manifestazioni della sua forza. Ma più la sua crudeltà si impone e più
essa rivela la propria parentela con la morte. Il padre padrone di questo patriarcato folle
deve ribadire la sua parola come se fosse l’unica, la sola possibile. È la sua abissale
lontananza dall’esperienza occidentale della democrazia, la quale suppone invece la
morte di ogni parola che vorrebbe porsi come definitiva e assoluta. Nei gesti delle
donne che si scoprono il capo, nei canti clandestini, nelle proteste che attraversano le
città, nei corpi che tornano visibili, la vita rivendica il suo diritto contro un’ideologia
della morte.
Il corpo non può essere una proprietà del potere, la sua voce non può essere impiccata,
il desiderio non può essere annientato. Il potere teocratico può uccidere, reprimere,
imporre il silenzio, ma non può cancellare il grido: “donna, vita, libertà!”. Può
amministrare la morte, ma non può appropriarsi della vita. In questo senso la
democrazia, il cui tramonto sembra rendere entusiasti anche alcuni dei suoi attuali
beneficiari, non è solo un modello politico dell’Occidente che esige colonialmente la
sua esportazione, ma un’esigenza propria della soggettività umana nel tempo della sua
piena maturità psichica: vivere senza essere sottomessi alla Legge di un padre padrone.
Essa suppone, infatti, la destituzione dell’Uno, la rinuncia a ogni incarnazione assoluta
della Legge, l’accettazione che il potere non coincida con la verità, laddove, al
contrario, ogni regime totalitario si fonda proprio su quella coincidenza. Quando la
Legge non tollera interpretazione, quando non ammette il conflitto e il pluralismo come
elementi costitutivi del legame sociale, essa può reggersi solo attraverso il controllo
capillare dei corpi e delle condotte. La polizia non è allora un’istituzione tra le altre,
ma la forma stessa di una Legge che non serve la vita ma la odia. In questo assetto, la
democrazia non solo non esiste ma non può nemmeno, come direbbe Bollas, essere
pensata. Dove c’è democrazia il potere deve infatti rinunciare a presentarsi come
assoluto per accettare la propria precarietà. In Iran questa rinuncia è strutturalmente
impossibile perché equivarrebbe alla dissoluzione stessa del regime.
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