Celibato: quella scelta non scelta.
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La Bibbia ci presenta molteplici uomini e donne che fanno l’esperienza dell’incontro con Dio e sono da lui chiamati a svolgere una missione.
La vocazione nella Bibbia
Abramo, nostro “padre nella fede” (CCC 146-ss), ascolta per primo la voce di un Dio che promette di fare di lui una grande nazione invitandolo a lasciare suo padre ed andare verso un paese lontano. Quella con Abramo è una Alleanza, un patto, cui Dio si impegna in forza della sua Parola. Prima di lui, simile patto era stato stretto con Adamo (Gn 1-3), poi con Noè (Gn 9, 1-17). Dopo di lui, l’Alleanza prenderà forma scritta con Mosè sul Monte Sinai (Es 19-24; 34). Solo con Gesù quest’Alleanza, nel Nuovo Testamento, sarà riscritta non sulla carta, ma nei cuori, per mezzo dell’opera dello Spirito, come ricorda Paolo (2Cor 3,3). Come Abramo, anche Maria di Nazareth ci è madre nella fede. La sua chiamata viene messa da Luca in parallelo con la visione del cugino Zaccaria (Lc 1).
Dio chiama. Si manifesta, in maniera sempre nuova, scegliendo uomini e donne per compiere i suoi disegni. È quella che viene chiamata “vocazione”.
Egli si serve di condottieri del popolo che vengono chiamati “Giudici”. Poi, rispondendo alla richiesta del popolo stesso, chiama dei “Re” a guidare il popolo stesso, da Saul, al giovane e amato Davide, a Salomone, cui dona la sua sapienza. Tutti loro lo tradiranno. Chi viene chiamato viene investito dalla potenza dello Spirito e consacrato con l’olio della consacrazione.
Accanto ai Re Egli colloca dei profeti che li accompagnino: Samuele, Natan, Elia, Eliseo. Poi, nelle vicende storiche del suo popolo, sconfitto e imprigionato in Babilonia, continua a guidarlo attraverso la chiamata dei suoi profeti. Maestosa la visione della vocazione di Isaia (Is 6, 1-13). Inutili la resistenza di Geremia (Ger 1, 4-19) e la fuga di Giona (Gio 1, 1-10) davanti alla chiamata di Dio.
Attraverso Gesù di Nazareth, coloro che sono chiamati, i dodici, sono posti simbolicamente all’inizio di un nuovo annuncio, destinato alle dodici tribù di Israele ma aperto alle genti e, durante le prime persecuzioni (At 8, 1-40), esploso in un fenomeno storico che da duemila anni è sotto gli occhi di tutti, con la nascita di una “nuova religione” che si è espansa al mondo intero. Come in tutti i passaggi e i protagonisti di quella che i teologi chiamano la “Storia della Salvezza”, Dio continua a servirsi degli uomini per realizzare i suoi disegni. La “vocazione”, spesso, si presenta come una chiamata, una elezione, da parte di Colui che solo conosce i cuori ed è del tutto inaspettata da parte di chi la riceve. È il caso di Davide, di Geremia, di Pietro, di Paolo.
La vocazione nella Chiesa Cattolica
La “vocazione”, in tutte queste vicende, è quella che ancora oggi riguarda tutti i credenti. Ci limitiamo qui ad analizzare la realtà del Cristianesimo e in particolare il Magistero della Chiesa Cattolica. Tutti i cristiani sono “chiamati” da Dio a vivere una vita conforme agli insegnamenti dei Vangeli. Sono introdotti a tutto questo attraverso i sacramenti dell’iniziazione, Battesimo, Cresima, Eucarestia. Poi ci sono i sacramenti delle “vocazioni particolari”: Matrimonio e Ordine.
Oggi che cosa significa “essere chiamati”? Cosa significa “rispondere ad una vocazione”?
Alla vita cristiana ci si prepara con i Sacramenti dell’Iniziazione. Normalmente per il battesimo degli infanti viene realizzata la preparazione dei genitori e dei padrini con uno/due incontri. Ai sacramenti della Confermazione, dell’Eucarestia, della Riconciliazione, viene dedicato il catechismo sacramentale dei bambini e dei ragazzi, un incontro alla settimana durante l’anno catechistico; per il matrimonio un corso prematrimoniale per le coppie, con circa una decina di incontri. Coloro che si preparano ad una speciale consacrazione, frati, monaci e suore, fanno un percorso di alcuni anni con varie tappe e vari passaggi. Anche i diaconi permanenti fanno un percorso di studi teologici di alcuni anni, continuando a vivere la loro vita lavorativa e familiare nel mondo, con passaggi che prevedono il consenso delle mogli. I Vescovi vengono scelti tra i presbiteri, i Cardinali creati dal Papa tra i Vescovi, entrambi non frequentano una formazione specifica ma sono scelti in base al loro iter accademico, ministeriale e pastorale. I candidati al sacerdozio ministeriale, infine, si preparano all’Ordine attraverso sei anni vissuti in un Seminario Superiore Teologico (per chi non sia passato anche per i Seminari Minori).
Un bambino che ha ricevuto il Battesimo senza essere in grado di intendere e di volere e ha poi frequentato gli anni dell’iniziazione cristiana celebrando i relativi sacramenti, una volta divenuto adolescente e giovane avrebbe il bisogno di “rendere adulto” il suo percorso di fede. Sappiamo dell’allontanamento diffuso dalla frequenza della comunità dei fedeli che interessa generalmente i ragazzi dopo le tappe delle celebrazioni dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. Spesso ci si riaffaccia dopo decenni, in occasione della preparazione al sacramento del Matrimonio e poi, successivamente, per i Battesimi e i successivi percorsi di iniziazione cristiana dei propri figli.
È chiaro che le coordinate di una “vita come vocazione”, come “risposta ad una chiamata”, si perdono laddove ci si allontana da reali percorsi condivisi di fede. Eppure, non è mai tardi per riscoprire la propria vocazione alla vita cristiana, il proprio “sacerdozio battesimale”, la propria chiamata a coltivare percorsi che ci portino ad essere “adulti nella fede”, che questo avvenga in età giovanile, durante un corso prematrimoniale, durante le nostre vicende di vita familiare e lavorativa alla luce della “vita nuova” riscoperta nell’ascolto dei Vangeli e nell’occasione della condivisione di significative esperienze comunitarie.
La vocazione all’Ordine sacerdotale
Pare diverso, a riguardo, il percorso di chi si prepara ad una speciale consacrazione. Non solo per i tempi (sei o più anni) ma anche per il contesto. I candidati vengono “separati dal mondo” per essere messi al servizio del mondo. La vera “libertà”, per questi candidati, riteniamo sia quella che li porta ad essere vagliati e confermati nei loro propositi dal discernimento di altri, deputati a questo scopo dalla Chiesa, dalla comunità dei credenti. Ossia: non sono io che “mi chiamo”, che mi propongo come candidato a rivestire un ruolo ministeriale. Io ritengo che ci sia “Qualcuno che mi stia chiamando”. Sta poi alla Chiesa discernere sulla verità e sulla bontà di questa “vocazione”.
La Chiesa, dunque, discerne su quella che è la “vocazione”. Normalmente questo percorso di discernimento viene svolto in maniera mirata prima dell’ingresso in Seminario Maggiore o comunque nel primo biennio del percorso filosofico teologico. Svolta questa fase, i candidati continuano il percorso teologico e le esperienze pastorali nei successivi quattro anni. Al termine del percorso, prima dell’Ordinazione diaconale, avvengono già, giuridicamente, le promesse, quelle legate alla disciplina dell’Ordine. Fra queste, la promessa del celibato.
La “non-vocazione” al celibato
Chiariamo qualche dinamica. Oggi un giovane potrebbe affermare: “sono stato battezzato ma non ero in grado di intendere e di volere; mi sono accostato ai sacramenti dell’iniziazione ma ero bambino e tutta questa vocazione alla vita cristiana non l’ho mai veramente sperimentata, ho solo frequentato questi percorsi per una consuetudine sociale”. Una coppia di sposi può dire: “non andavamo in chiesa prima, non ci siamo tornati dopo, l’abbiamo fatto per il nostro matrimonio ma tutta questa vita cristiana non l’abbiamo riscoperta con quella dozzina di incontri che il nostro parroco ci ha ‘imposto’ per poterci sposare in chiesa”. È invece difficile che un consacrato – sia una suora, un frate, un monaco o, per quel che riguarda il sacramento dell’Ordine, un sacerdote secolare o regolare – possa dire: “non volevo fare i passi che ho fatto. Qualcuno mi ha fatto un “lavaggio del cervello” e mi ha condotto ad arrivare in fondo a questi percorsi”.
Ci sono, è vero, alcuni casi di nullità riconosciuta dopo un processo canonico per alcune di queste persone. Normalmente, però, è improbabile che una persona faccia un percorso di sei o più anni arrivando sino in fondo se non ne è sinceramente convinto. Ed è proprio questo che la Chiesa afferma per chi, anni o decenni dopo, chiede la dispensa dall’obbligo del celibato. Nel procedimento canonico che accompagna chi chiede tale dispensa, si rileva come il candidato abbia a suo tempo liberamente sottoscritto gli impegni che comportava il sacramento dell’Ordine, senza alcuna costrizione.
Questo è senz’altro vero. Ma, per quel che riguarda la promessa di celibato, riterremmo dire che questa non è propriamente “vocazionale”. Quando faccio una scelta, focalizzo la mia attenzione su ciò che scelgo, non su ciò a cui rinuncio. Se scelgo di sposare una donna sarò convinto della mia scelta di condividere il matrimonio con lei; non penserò al fatto di dover rinunciare a tutte le altre donne che non potrò sposare.
Se dopo un percorso faticoso di discernimento la Chiesa riconoscerà la verità della mia chiamata, della mia vocazione, mi focalizzerò su questa. Vivrò per ciò che sto scegliendo dopo essere stato scelto, pronto a pronunciare il mio “sì” ad una consacrazione ministeriale. Al termine del percorso, dopo sei anni di Seminario Maggiore, prima dell’Ordinazione diaconale che precede quella presbiterale, bisogna sottoscrivere gli impegni canonici. Tra questi, bisognerà sottoscrivere anche la promessa di celibato. Chiaramente, la scelta è fatta: quella della vocazione; dopo sei anni di cammino, la rinuncia, quella del celibato, va sottoscritta. È condizione necessaria perché la scelta vada in porto, perché quel “sì” alla vocazione si realizzi.
I primi anni scorrono pieni di impegni. Prete giovane, sempre al centro dell’attenzione e del gradimento di tutti, sempre sotto i riflettori. Il celibato però, che non è scelta vocazionale ma legge della Chiesa, inizia a pesare. Facciamo un passo indietro. Se in fase del discernimento della vocazione fossero venute a galla queste intenzioni: “non mi piacciono le donne, non ho alcuna intenzione dunque di sposarmi, ecco perché credo di essere chiamato al sacerdozio, sicuramente ho una predisposizione al celibato”; i formatori che erano deputati al discernimento della bontà della mia vocazione non avrebbero avuto dubbi. “Ci dispiace, ma non possiamo riscontrare le condizioni necessarie per una chiamata al ministero. Questo non può essere un ripiego ma deve essere una scelta compiuta in piena libertà”.
Dunque, per i formatori, il centro del discernimento è “la vocazione”. La vocazione al ministero. Non è “la vocazione al celibato”. La condizione del celibato non precede la vocazione ma la segue, come legge dettata dall’attuale disciplina della Chiesa Cattolica di rito latino. La chiamata, la risposta, la scelta, è sulla vocazione ministeriale. La sottoscrizione della promessa del celibato ne è la condizione legale. Ma, possiamo dire, non è vocazione. È una “scelta non scelta”.
Non è un mistero che non pochi ministri vivano la sofferenza, il malessere, se non il rifiuto per questa “scelta non scelta”, per una legge che non è un dogma e un giorno potrebbe essere cancellata, ma che è da un millennio legge canonica. Non c’è da stupirsi se alcuni scelgano, dopo anni o dopo decenni, di rinunciare in maniera sofferta ma vera all’esercizio del ministero sacramentale.
Non è mai un “volgersi indietro”, non è nemmeno un rinnegare il ministero che viene sospeso ma che rimane sempre valido secondo la teologia cattolica; tanto che la Chiesa stessa chiede che venga esercitato in caso di necessità (CJC can. 1335, § 2).
È semplicemente il riconoscere una verità: nella vita ogni scelta convinta risulta concatenata a successivi percorsi; di conseguenza ogni opzione accettata perché impossibile da evitare (“scelta non scelta”) può condurre a sofferenza, a perdita di motivazione, a un disordine di fondo che diviene inevitabile.
Decidere di mettere ordine è un passo sano e coraggioso. Si tratta di accettare oppure rinunciare a questa “scelta non scelta”. In entrambi i casi si tratta di decisioni degne di rispetto, anche se ciò comporta la rinuncia all’esercizio del ministero. Per chi intende sposarsi la Chiesa infine dà la possibilità di farlo, dopo aver chiesto la dispensa dal celibato.
Porsi la domanda sulla possibilità di abolire l’obbligo del celibato, rendendolo facoltativo, non è una questione che debba essere motivata da alcuna lettura di opportunità (quali il calo delle vocazioni, ad esempio). L’unica motivazione, a nostro avviso, è quella fondata sulla verità di una vocazione che sia autentica, qualunque sia lo stato di vita di un ministro, matrimoniale o celibatario. E, come il vangelo ci dice, solo la verità ci farà liberi (Gv 8, 31).
Fonte: Vino Nuovo





