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Alessandro D’Avenia «Sui social siamo in scena, mettiamo sul palco una recita.»


16 febbraio 2026


Che cosa non manca mai nella bio(grafia) dei nostri profili social? Quello che una cultura crede necessario a definire l’io, dargli consistenza, farlo brillare. Il nostro credo è: «sono ciò che faccio»: ruoli, traguardi, hobby... Nel raccontarsi in breve emergono i parametri per essere riconoscibili, considerati e amabili (la scelta della foto mostra molto di noi ma soprattutto della cultura in cui viviamo). 70 anni fa, era il 1956, il sociologo Erving Goffman pubblicava il brillante Presentation of self in everyday life (La vita quotidiana come rappresentazione in Italia) nel quale mostrava che le relazioni sociali (e oggi anche social) sono una messa in scena in cui ci dividiamo in attori e pubblico.  

Lo diceva già lo stendardo sul teatro di Shakespeare: «Tutto il mondo recita» (Totus mundus agit histrionem, letteralmente tutto il mondo fa l’attore). Noi «agiamo» («to act» in inglese è sia agire sia recitare) uno o più «io» in base ai contesti. I social hanno estremizzato il bisogno dell’io-personaggio spesso a scapito dell’io-persona (in fondo ipocrita in origine significava attore). Con i ragazzi siamo oltre: si iscrivono sui social fingendo un’età che non hanno. Quell’io non è solo rappresentato ma falso. E siamo noi adulti ad aver permesso questo «mento dunque sono». Ma che succede a chi inscena o addirittura mente? Tradisce la vita, si separa da sé, e prima o poi crolla. 

Per questo distinguiamo tra sé e io: il sé è il centro e la totalità della persona, ciò che integra ogni sua dimensione, l’io è chi so o credo di essere. 

Per questo distinguiamo tra sé e io: il sé è il centro e la totalità della persona, ciò che integra ogni sua dimensione, l’io è chi so o credo di essere. Il sé è chiamato a emergere dalle maschere del secondo, che costruisce la propria immagine secondo ciò che ritiene vitale, spesso a causa delle proprie ferite, il sé invece accoglie la vita senza riserve, la scopre e prova a farla fiorire. Lo ha narrato esattamente 100 anni fa Luigi Pirandello, scrivendo in forma di romanzo il necrologio dell’io-personaggio: Uno, nessuno, centomila (1926). L’io che si crede incrollabile è spesso solo un chiodo a cui ci aggrappiamo per vincere la paura del vuoto, di essere nessuno. Nella prima pagina la moglie dice al protagonista, Vitangelo Moscarda, che il naso gli pende a destra, lui corre allo specchio e scopre di non essersene mai reso conto. L’io che si credeva assoluto si scopre relativo (a chi lo guarda): non è uno ma infinite «interpretazioni» (la propria è una delle tante), maschera modellata da convinzioni e convenzioni, ruoli e rapporti, apparenze e rappresentazioni. 

Moscarda, ricco e sicuro di sé, decide allora di provare a spogliarsi di tutte le maschere per raggiungere la verità: Pirandello voleva intitolare «Ricostruire» quel libro dalla gestazione ventennale, ma c’era solo da «demolire» le illusioni dell’io moderno. E così quello che più di un romanzo è la ricerca del sé perduto, narra il tentativo del protagonista di aderire alla vita nuda: «Non mi sono più guardato in uno specchio, e non mi passa neppure per il capo di voler sapere che cosa sia avvenuto della mia faccia e di tutto il mio aspetto... Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo... E tutto, attimo per attimo, è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo». 

Vitangelo, nome parlante (messaggero di vita), si spoglia e si fonde panteisticamente con la vita nel suo continuo nascere, libera da definizioni e finzioni. Pirandello racconta la vita che l’io non fa, ma che l’io è, perché se la ritrova, la riceve, e smaschera le rappresentazioni dell’io-personaggio, che sono però tradimenti della vita autentica. Il testamento di Pirandello: la vita è oltre l’io, sbarazziamoci dell’io. Ma questo, e qui lasciamo lo scrittore, è impossibile, perché noi non siamo la vita stessa, viviamo nel mondo e in scena bisogna andare tutte le mattine. 

E allora si tratta di interpretare al meglio i ruoli come ruoli e non come vita, senza credere che il ruolo sia il sé, ma solo un pezzo (la parte in lessico teatrale) di io che gioca (to play significa giocare e recitare) a stare al mondo, restando però sempre più di quella parte.  E allora non conta fare il re o il servo, ma recitare al meglio a partire dal sé, perché allora è il sé a fare il re o il servo, rimanendo sempre più di un re o di un servo, sempre oltre la maschera. Così la vita diventa un gioco serissimo, tanto divertente quanto impegnativo. Per questo a carnevale ci si traveste, per rimescolare i ruoli, ricordarsi che ciò che gli io si credono è una mascherata, e infatti il carnevale precede la quaresima che comincia con un: «Polvere sei e polvere ritornerai» (severo ma giusto, direbbero i miei studenti), la morte cancella ruoli e rapporti di forza, come sa il becchino dell’Amleto: la polvere di Alessandro Magno non si distingue da quella di un servo. Questo non significa ritirarsi, rinunciare ad andare in scena lì dove la scena del mondo ci chiama a fare la nostra parte, senza però prendere «la parte per il tutto» che è la vita. Ma allora che cosa è questa vita che rinasce continuamente di cui narra Pirandello? 

L’identificazione con l’istante presente nel suo rinnovarsi, uno sgorgare perenne. Vita e mondo non coincidono, ma la verità è la vita non il mondo: sono «io» perché sono vivo, non perché sono riconoscibile in «qualcuno». Ma il sé fiorisce anche attraverso le modalità dell’io nel mondo, purché le parti dell’io siano autentiche: la vita può fiorire nei ruoli che mi è dato o ho scelto di recitare (figlio, fratello, marito, narratore, docente...), ma non si riduce mai ad essi o alla loro somma. Così il fare deriva dalla vita e non da un io affannato a procurarsela trasformando gli altri in strumenti di validazione (servi o followers); il sé e l’io non si dissociano, ma si integrano, il secondo manifesta il primo e non lo soffoca. Da quando mi occupo di educazione vedo che questo libera i ragazzi dalla paura di non essere mai abbastanza, pensiero che la cultura della perfezione e della performance ha fatto loro interiorizzare: riconciliare io e sé, smontare gli io menzogneri che ci svuotano e abbracciare solo quelli in armonia con il sé, che è vita che genera vita. E allora non si rinuncia al proprio nome sciogliendosi in tutte le cose come il personaggio pirandelliano, ma si incarna l’unicità di quel nome nella storia umana, non un’epigrafe funeraria ma un irripetibile e continuo atto di nascita. Fare di un sé un io e di un io un sé: così la vita brilla sul nostro volto senza maschere, anche quando va in scena.


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