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Alessandro D’Avenia «Quali foto avevi scattato nel 2016, e quali vorrai avere con te tra 10 anni?»

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2 febbraio 2026


Nelle prime settimane dell'anno si è diffusa la trovata social di postare le proprie foto di dieci anni fa, quelle del 2016. Sono andato a vedere le mie, non per postarle, ma per giocare con il tempo. Il 2016 era lì, in una galleria che raccontava un anno, senza le parti noiose o superflue, perché fotografiamo ciò che deve venire alla luce (la fotografia è proprio questo: scrivere con la luce grazie a una camera oscura). Il 2016 non era nostalgicamente perduto nella memoria (del telefono) ma era il sogno del 2026
Noi non passiamo, ma diventiamo ciò che vogliamo venga alla luce dalla camera oscura del cuore: il 2016 non è «passato prossimo» ma «passato promosso», divenuto carne nel 2026, la continuità dell'io è che cosa e quanto amiamo. Portiamo oltre il gioco: guardiamo le foto di gennaio 2026 e vedremo già il 2036, e non grazie agli oroscopi. 
Il futuro non è davanti, come siamo convinti nella nostra concezione lineare e progressiva del tempo, che è una convenzione spaziale, in alcune culture infatti il futuro è dietro perché ignoto e davanti c'è il passato perché ancora visibile. Il futuro è dentro: dimmi che cosa hai «in memoria» (a cuore) e ti dirò chi sarai. Il 2036 fiorirà (nel bene o nel male) dal 2026. Il presente è «futuro interiore», tempo «salvato» come «salvate» sono le foto: da cosa? Dalla morte: «immortaliamo» ciò che speriamo essere «immortale». E che cosa c'è di «eterno» nelle «istantanee» del 2026, tanto da vedere già il 2036? 

Nella maggior parte delle foto che ho scattato ci sono persone che amo immerse in paesaggi «da ricordare». Fra dieci anni voglio quindi questi due piani di realtà: relazioni salde e il miracolo del mondo, non come sfondo, ma come fondamento. L'universo ci precede di almeno 14 miliardi di anni, ricordandoci che non siamo il suo centro ma che non siamo separati dal cosmo, non l'abbiamo fatto, ma ci è dato in custodia perché ci sostiene. Possiamo crescere, creare, conoscerci, amarci solo grazie a una madrepatria comune: «pose l'uomo nel giardino perché lo lavorasse e custodisse» (Gn 2,15), dove l'uomo è l'umanità, tutti e ciascuno. Quando ce ne dimentichiamo, cominciamo i guai.  

Trovo poi la foto di una lettera scritta a mano, che ho voluto fotografare per averla con me e perché è scritta a mano, mano di pianista: «Ero immersa nella scrittura del mio nuovo album che volevo dedicare all'arte del vivere e “Resisti, cuore” è arrivato proprio mentre cercavo parole e immagini capaci di chiarire ciò che suono. “Daimon” è liberamente ispirato all'Odissea riletta alla luce del suo libro. Le invio il lavoro in anteprima come gesto di sincera gratitudine». 
A volte mi chiedo a che serva creare bellezza in un mondo dove conta solo l'utile e il potere, ma poi mi ricordo che noi vediamo ciò in cui crediamo (la dimensione spirituale determina il mondo che creiamo attorno a noi), e se vediamo solo l'utile e il potere è perché l'utile e il potere sono il nostro credo, come mostra l'andazzo generale. Chi trova il tempo per scrivere a mano (gesto che non risponde all'utile o al potere) ha un credo diverso e crea un mondo diverso, più vero, bello, giusto. Questa foto predice che tra dieci anni voglio vivere ancora in questo accordo di cose e persone, solo apparentemente separate, come coloro che, pur non conoscendosi, si salutano sui sentieri di montagna, perché bellezza e fatica affiliano (rendono figli) e quindi affratellano. 
Una madrepatria comune fatta di scambio di talenti. Coloro che questa madrepatria non ce l'hanno diventano «come alberi che hanno dimenticato le radici e credono che il fruscio dei loro rami sia la loro forza e la loro vita», così il poeta Rilke, in Appunti sulla melodia delle cose, descrive chi, scambiando realtà e rappresentazione, dimentica di coltivare la vita. Non cito a caso le parole del poeta, le ritrovo tra le immagini dei primi giorni dell'anno perché una lettrice di questa rubrica mi ha mandato la foto delle righe sottolineate sul libro da cui sono tratte, l'ho «salvata» come promemoria per quando non riesco più a sentire la melodia delle cose, la vita di Dio in tutto e tutti.  

Mi accade quando finisco «nella» rete e non «in» rete, non sorretto da legami e accolto nelle cadute, ma preso nella tela del ragno; quando credo reale solo ciò che mi ruba l'attenzione che oggi è materia prima più preziosa del petrolio se pensiamo che le aziende più ricche al mondo sono «estrattrici di attenzione». Chi la estrae da noi ci rende infatti dipendenti, ci profila, manipola, vende oggetti e idee. Ma proprio questa estrazione impoverisce, se non esaurisce, mente e cuore, perché a fare i giacimenti di intelligenza e amore è proprio l'attenzione accordata nel tempo a qualcosa o qualcuno. 
La trama del mondo, la rete che lo regge, non è il web con il suo clickbait (siamo prede), ma i nodi e i legami creati da milioni di atti di gentilezza, cura, attenzione, ignoti ai media perché non «irretiscono ma sono più reali dei clic. Senza i clic al massimo crolla un prodotto, senza i legami invece crolla la vita: lavoro, educazione, amicizie, amori la fondano molto più dei social che ci paralizzano e svuotano da dentro come i ragni fanno con le prede, i legami invece ci sostengono, liberano e riempiono. Per questo trovo foto di pranzi e cene con familiari e amici (e magari di un piatto riuscito bene per poterlo rifare anche nel 2036), e non quelle del gossip di gennaio da cui siamo stati irretiti: sappiamo più di Corona che di nostra sorella.  

E poi c'è la foto dei muffin con gocce di cioccolato, preparati da un'alunna per festeggiare, a sorpresa, il compleanno di un compagno (in classe i ragazzi hanno appeso un calendario con i compleanni di tutti). È vero, la stoffa del mondo è l'attenzione che accordiamo nel tempo a qualcosa o qualcuno, senza questo, la vita perde consistenza: il filo si spezza, la trama si buca. Fra dieci anni quel ragazzo ricorderà questa «attenzione», non il video virale. Anche per me fra dieci anni spero ci sarà ciò che ho salvato oggi, perché è ciò che mi salva: la vita eterna nel 2016, nel 2026 o nel 2036 è la stessa. Perché dovrei preferire mille evanescenti distrazioni passeggere alle tre o quattro piccole eternità che ho già?

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