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Francesco Cosentino “Ricominciare. Con Cristo Risorto c’è un nuovo inizio”

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Prendere sul serio il brivido santo della fede, perché non diventi una grigia abitudine, è forse il primo vero dovere del cristiano. Per questo è necessario tornare e ritornare sempre al Vangelo, lasciarlo parlare e lasciare che ci provochi.

In una delle sue opere, il grande teologo francese Henri de Lubac denuncia il fatto che troppe volte il nostro cristianesimo «cade nel formalismo e nell’abitudine», riducendosi a una «religione di cerimonie e di devozioni, di ornamenti e di consolazioni volgari» (Henri de Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo. L’uomo davanti a Dio, Jaca Book, Milano 2017). Si tratta di un cristianesimo formale, che apparentemente lascia tutto com’è, ma intanto lentamente si svuota. La fede viene ridotta a una consolante religiosità, la fiamma viva del Vangelo si spegne, la creatività del cammino lascia il posto a una quieta amministrazione del sacro perché, in fondo, a vincere è la paura che Dio ci sospinga su sentieri inesplorati e ci inviti a viaggi pericolosi, mentre noi preferiamo la sicurezza dei sentieri abituali. 
Prendere sul serio il brivido santo della fede, perché non diventi una grigia abitudine, è forse il primo vero dovere del cristiano. Per questo è necessario tornare e ritornare sempre al Vangelo, lasciarlo parlare, lasciare che ci provochi, e soprattutto non smettere di interrogarlo per cercare di scoprire in cosa consiste la promessa di Gesù sulla nostra vita e come essa risplende nei suoi gesti e nelle sue parole. In questa prospettiva, ritengo che una delle parole-chiave del cristianesimo sia il verbo ricominciare. Chi accoglie nella fede il venire di Dio, la sua parola liberante, la sua presenza amorevole, può sempre rialzarsi, riprendere il cammino, riavviare i processi della vita, riunire i fili spezzati dell’esistenza e, perciò, immaginare una vita nuova. 
Ricominciare è parola che riesce a raccontare i gesti e la predicazione di Gesù e a cogliere una dimensione fondamentale del messaggio cristiano: con Dio, nulla di ciò che siamo e che viviamo è perduto per sempre. Questo movimento esiste in Dio stesso, è un suo gesto primordiale: dinanzi alla storia umana, anche quando tutto sembra perduto e il suo popolo tradisce l’alleanza, Dio ricomincia sempre. E questo inizio sempre nuovo culmina nell’inviarci il Cristo, suo Figlio, perché in Lui possa ricominciare una nuova creazione e siano nuovamente riconsegnati alla vita tutti coloro che sono segnati dalla sconfitta della speranza, oscurati dal peccato, sfigurati dalla sofferenza, gravati dalla povertà. 
Lo stesso evento-Cristo ci rimanda alla parola ricominciare. La risurrezione, infatti, cuore del fatto cristiano, spezza i vincoli della morte, decreta la vittoria della vita, cambia per sempre la traiettoria della storia e ci annuncia che per noi non c’è mai fine ma, anzi, la fine si è già compiuta nel Cristo risorto e per noi ci sarà sempre un nuovo inizio. Così, chi accoglie Cristo e lo pone al centro della vita umana, pur dentro le fatiche e le sofferenze di questa carne, sperimenta questo ricominciare colmo di speranza: dentro le nostre morti, dentro i cocci frantumati della vita, dentro ogni crisi o fallimento che sembra segnare la fine, si nasconde il verdeggiare di una nuova foglia che cresce, lo splendore di una nuova gemma che spunta, una nuova vita che fiorisce. 
La mattina di Pasqua, in questo senso, è particolarmente evocativa. Presso quel sepolcro non siamo rapiti da un qualche evento straordinario, ma siamo invitati a contemplare il vuoto. Quando le donne arrivano, infatti, la pietra è stata rotolata e il sepolcro è semplicemente vuoto. E – paradosso tutto cristiano – è proprio il vuoto ad affermare la vita, laddove invece noi continuiamo a credere che per vivere bene dobbiamo riempirci di cose. Il sepolcro vuoto priva quelle donne dell’incontro con Gesù ma, paradossalmente, diventa parola che annuncia il nuovo che sta per iniziare: se Egli non è lì, vuol dire che è vivo, che ha vinto la morte, che bisogna cercarlo altrove perché è ovunque: la storia non è chiusa, ma sta per ricominciare. Michel de Certeau, con la sua spiccata sensibilità mistica, ha indicato proprio nel sepolcro vuoto la cifra fondamentale della fede cristiana: quel vuoto costringe a cercare Gesù tra i vivi e nei luoghi della vita e, perciò, ci dice che si può ricominciare sempre. 
Il cristianesimo ci riconsegna alla speranza del ricominciare, chiedendoci di imparare ad aggrapparci a un Dio vivo che non soddisfa tutte le nostre richieste, ma rimane fedele alla sua promessa di un amore che non avrà mai fine e che si renderà presente nelle pieghe del nostro quotidiano. Un Dio che non si fa trovare dove vogliamo che sia, ma proprio in questo modo tiene vivo il nostro camminare, perché possiamo scorgere la sua presenza in quelle situazioni per noi inaspettate e impreviste: lì Dio apre strade nuove. E quando tutto sembra perduto e assente, in realtà Egli inizia una storia nuova. Ciò che oggi mi sembra vuoto come il sepolcro, forse mi prepara a qualcosa per domani. 
Guardare alla vita in questa prospettiva è possibile solo con la nostra partecipazione. Occorre coltivare in noi l’arte di ricominciare, scegliere il rischio del cammino invece che la nostalgia della sicurezza, percorrere la regione delle domande e procedere verso nuovi inizi invece che restare ossessionati dal cercarci una comoda sistemazione. In una parola, uscire da quella tentazione che papa Francesco ha chiamato «la psicologia della tomba», quella tristezza dolciastra che spegne l’entusiasmo e ci consegna al nulla. Solo così si vincono le nostre – personali ed ecclesiali – resistenze al cambiamento e possiamo benedire anche le nostre perdite e sconfitte, leggendole come uno “spazio vuoto” in cui Dio si adopera a iniziare qualcosa di nuovo. 
Questo è perciò il messaggio della fede cristiana: ricominciare è possibile. Si conclude così il Vangelo di Giovanni, con l’ultima apparizione di Gesù Risorto sul lago di Tiberiade, proprio mentre i discepoli pensano che ormai sia tutto finito. E, invece, quando Egli arriva è già l’alba (cfr. Gv 21,4). Perché il nostro è un Dio che infrange la notte e rischiara le tenebre. Egli ci attende sulla riva, come fece quella notte con i discepoli amareggiati e delusi, e si presenta col volto amico di chi vuole condividere i nostri fallimenti ridestandoci al coraggio di gettare nuovamente le reti in mare. E il cristianesimo dovrebbe servirci a questo: a scoprire che c’è una benedizione nascosta anche nel cuore della notte. E che, con Dio, la vita ricomincia sempre.



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