Roberto Vecchioni “Il dolore per mio figlio non mi lascerà mai. I giovani di oggi i più soli di sempre”
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Il cantautore presenta la fondazione in memoria di Arrigo, morto suicida nel 2023: “Le malattie mentali esistono, non ignoriamole”.
Intervista a Roberto Vecchioni,
a cura di Nina Fresia
“La Stampa” 21 gennaio 2026
«Si dice che il dolore passi con il tempo, ma è il contrario: è il tempo che va avanti, mentre il dolore
resta sempre lì». Per Roberto Vecchioni niente riuscirà a rimuovere la sofferenza che prova per la
perdita del figlio Arrigo, morto nel 2023 dopo aver lottato per diciassette anni contro una malattia
mentale.
Per provare a trasformare quel dolore in aiuto per gli altri, con la moglie Daria Colombo il
cantautore ed ex insegnante ha costituito, in ricordo del figlio, la Fondazione Vecchioni. L'obiettivo
è quello di combattere lo stigma nei confronti della malattia mentale attraverso la cultura: «Se ci si
ammala di diabete non si prova vergogna e così dovrebbe essere anche per le patologie
psichiatriche. Purtroppo, credetemi, anche di vergogna si muore», ha affermato Colombo,
presidente della Fondazione.
I numeri raccontano di una reale emergenza: secondo l'Istituto superiore di sanità, la seconda causa
di morte tra i 15 e i 29 anni è il suicidio. Dopo la pandemia, l'intento suicidario è aumentato del
147%. «Tendiamo a mettere le malattie mentali in un angolo e a non considerarle, invece sono
frequentissime», ha sottolineato Vecchioni, «e la sofferenza si quadruplica se pensiamo a chi è
vicino a chi vive questi disturbi, che sia un genitore o un fidanzato».
Professore, la Fondazione nasce anche per far sentire meno sole le famiglie di chi affronta un
disagio mentale: com'è possibile accompagnarle?
«Non si possono dare delle risposte, ma fornire costruzioni di alternative. Anche se sono marginali e
superficiali: il nucleo rimane sempre il dolore che si prova. Nei fatti lo possiamo coprire ogni tanto,
ma non se ne andrà mai. A volte è eccessivo, ti perfora. Specie quando sei solo, magari la sera
quando vuoi dormire. Ma in altri momenti una piccola possibilità di coprirlo c'è».
Lei in che modo lo fa?
«Ti occupi di altre cose, ami moltissimo, ami tutti quelli che hai intorno: i tuoi figli e i tuoi nipoti.
E, perché no, ti lasci andare anche alla cultura, alla lettura, al cinema. Alle cose che, alla fine, fanno
l'umanità. Questo ti dà sempre forza».
E a dare un aiuto, dall'esterno, non dovrebbero essere anche le istituzioni?
«Per farlo ci vorrebbero dei politici all'altezza. Tutto parte dalla politica, il resto si irradia. E la
politica andrebbe spronata, in tutti i modi, con articoli, lettere personali, colloqui. Ho vissuto
tragicamente l'esperienza di mio figlio, affidandomi sia al servizio pubblico che a quello privato. Nessuno dei due è stato all'altezza».
Molti ragazzi e ragazze si rivolgono all'intelligenza artificiale per sfogare i loro problemi,
come mai secondo lei?
«È nel destino del tempo che si sia arrivati a questo. Ma non bisogna mai dimenticare che c'è una
cultura dalla quale è arrivata anche questa tecnologia. Va usata tutta la cultura artificiale possibile e
immaginabile, va benissimo. Ma siamo persone, quindi abbiamo anche sentimenti che la cultura
artificiale non ci può restituire».
Si preferisce parlare con una macchina piuttosto che con una persona in carne e ossa anche
perché si teme di essere stigmatizzati?
«Credo che si abbia un po' paura e anche vergogna di sé stessi. Ad esempio, in moltissimi passano
molto tempo giocando online: poker, bridge, scacchi o altro in versione digitale. Questo perché non
hanno un vero avversario: è vergognoso perdere con un avversario, ma non con una macchina.
Dovremmo invece recuperare la cultura della sconfitta. Non è una fine, ma è un confronto. Molti
ragazzi sono fragili, fragilissimi, e appena hanno un momento di crisi si sentono persi. Invece le
crisi avvengono a tutti, e noi adulti dobbiamo spiegare che c'è sempre una soluzione».
Quello delle malattie mentali è un tema molto sensibile per le generazioni più giovani: è un
problema solo loro o semplicemente non ce ne siamo mai accorti prima?
«La situazione per i giovani oggi è molto più precaria di quella di altre generazioni. Per tante
ragioni: prima di tutto, hanno vissuto il periodo del Covid. Poi si confrontano con una società
esterna che è forse la peggiore da duemila anni a questa parte. Non hanno individuato in questo
mondo qualcosa che potesse spingerli a entrarci. Hanno quindi inventato una loro equazione e lì si
sono rifugiati. Ma non deve essere così, loro sono il futuro».
Come farli uscire dal loro guscio?
«Devono attingere dal buono che abbiamo avuto nel passato, che è stato tanto, almeno fino al
Novecento, per continuare l'umanità. Guardare, per esempio, a quello che i greci ci hanno passato, i
dubbi che ci hanno lasciato, dall'astronomia alla letteratura. Devono farsi delle domande: perché viviamo? Chi sono gli altri? È importante stare attenti ai particolari, uscire dal proprio ambito
stretto: fermarsi davanti a un quadro e cercare di capire cosa trasmette, non voltarsi dall'altra parte
dopo un minuto».





