Il problema non è il diaconato femminile, il problema è la nostra idea di Chiesa
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Ogni volta che nella Chiesa si torna a parlare di diaconato femminile, accade qualcosa di prevedibile: le posizioni si irrigidiscono, le parole diventano slogan, i confini si tracciano in fretta. C’è chi teme una rottura irreparabile con la tradizione e chi legge ogni prudenza come un atto di chiusura. Ma forse stiamo sbagliando domanda. Forse il problema non è il diaconato femminile in sé. Il problema è l’idea di Chiesa che continuiamo a difendere, spesso senza rendercene conto.
Il recente rapporto sul diaconato ha ribadito che, allo stato attuale, non si può affermare l’accesso delle donne al diaconato come grado del sacramento dell’Ordine. Una conclusione che molti hanno letto come uno stop, altri come un punto fermo necessario. Ma ciò che colpisce, leggendo con attenzione, non è tanto ciò che viene escluso, quanto ciò che resta irrisolto.
Resta aperta, infatti, la questione del senso del ministero, della sua collocazione nella vita ecclesiale, del rapporto tra potere, servizio e riconoscimento.
Se il diaconato fosse davvero compreso come servizio, non farebbe così paura. E invece fa paura. Fa paura perché, nella prassi ecclesiale, il ministero continua a essere percepito – e spesso esercitato – come una forma di potere simbolico e decisionale. Il nodo, allora, non è chi può accedere a quel potere, ma il fatto che continuiamo a chiamare “servizio” ciò che strutturalmente resta asimmetrico.
Qui emerge una domanda scomoda: perché nella Chiesa il servizio delle donne è quasi sempre indispensabile ma raramente riconosciuto in modo stabile, anche quando assume forme di autentica responsabilità ecclesiale? Perché ci sentiamo rassicurati dalla loro presenza operativa, ma inquietati dalla possibilità di conferirle un ruolo istituito? Dire che “molte donne non lo chiedono” non risolve il problema. La Chiesa non si governa per sondaggio, ma per discernimento. E il discernimento comincia quando si ascolta ciò che la realtà sta dicendo, nella Scrittura, nella tradizione e nelle pratiche ecclesiali vissute. Anche quando questo ascolto mette in crisi equilibri consolidati.
Il Concilio Vaticano II ha offerto una visione di Chiesa radicalmente nuova, eppure ancora largamente inespressa. Ha parlato di popolo di Dio, di dignità battesimale, di corresponsabilità. Ha affermato che la Chiesa cammina nella storia e che deve leggere i segni dei tempi. Ma siamo davvero disposti ad assumere fino in fondo questa visione? O preferiamo evocare il Concilio solo quando non disturba troppo?
Gaudium et spes afferma che le gioie e le speranze, le fatiche e le angosce dell’umanità sono anche quelle della Chiesa.
Oggi, tra queste fatiche, ce n’è una sempre più evidente: il rapporto tra autorità e credibilità, tra strutture ecclesiali e vissuto delle persone. In un mondo in cui la disparità di potere è sempre più scrutinata, la Chiesa può permettersi di non interrogarsi seriamente su come distribuisce ruoli, voce e responsabilità al suo interno?
Non è un caso che, negli ultimi anni, numerose ricerche internazionali segnalino un crescente allontanamento dalla Chiesa proprio da parte delle donne, soprattutto giovani. Non si tratta tanto di un rifiuto della fede, quanto di una presa di distanza da forme istituzionali percepite come poco abitabili. Non è solo una diminuzione della pratica religiosa, ma una perdita di appartenenza e di fiducia. Le motivazioni sono molteplici, ma ricorre con insistenza la percezione di una Chiesa che valorizza il contributo femminile sul piano operativo, senza però riconoscerne pienamente la parola, l’autorità e la responsabilità ecclesiale. Anche questo, forse, è un “segno dei tempi”, che interpella la coscienza della Chiesa ben oltre il perimetro di un singolo ministero.
Il diaconato femminile diventa allora un simbolo potente — non perché sia solo simbolico, ma perché concentra in sé questioni ecclesiologiche che attraversano tutta la vita della Chiesa. Proprio per questo rischia di essere caricato di aspettative salvifiche o di paure apocalittiche. Ma il punto non è “aprire” o “chiudere” un ministero. Il punto è riconoscere che la Chiesa vive già di una ministerialità diffusa, spesso non detta, non riconosciuta, talvolta persino tollerata con imbarazzo. Donne che annunciano il Vangelo, che tengono insieme comunità fragili, che esercitano una vera autorità spirituale senza che questa abbia un nome ecclesiale chiaro.
Forse il vero scandalo non è immaginare donne diacono, ma continuare a beneficiare del loro servizio senza assumersi la responsabilità di riconoscerlo. La fedeltà alla tradizione non consiste nel ripetere le forme del passato, ma nel lasciarsi continuamente interrogare dal Vangelo, che non teme di sovvertire gerarchie quando smettono di servire la vita. Dire “si è sempre fatto così” non basta: la tradizione è una realtà viva che cresce nella storia, non ripetizione meccanica.
Il dibattito sul diaconato femminile ci mette davanti a una scelta più profonda di quanto sembri. Vogliamo una Chiesa che protegge se stessa o una Chiesa che si lascia convertire, anche attraverso le domande che le donne credenti continuano a porle? Finché continueremo a discutere solo di chi può o non può accedere a un ministero, rischiamo di non vedere la domanda più radicale: che tipo di Chiesa stiamo costruendo, e per chi?
Forse la provocazione più evangelica oggi non è chiedere “quando” o “se” il diaconato femminile sarà possibile. La vera domanda è se siamo disposti a ripensare davvero il modo in cui il potere viene esercitato, giustificato e trasmesso nella Chiesa. Tutto il resto viene dopo.
Fonte: Vino Nuovo





