Il vino e il pane, il gusto della Bibbia

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Rosanna Virgili 
martedì 24 novembre 2020

Il frutto del grano è il segno della pace, quello dell’uva lo è della gioia. La vigna è simbolo dell’agognata terra promessa 

Un grande maestro di studi biblici, Luis Alonso Schökel, definiva la Scrittura come una tavola imbandita di pane e di vino: il pane è la prosa, il vino la poesia. Ma siccome – aggiungeva – la parte più estesa è quella della poesia, il miglior modo per commentare la Bibbia è usare la poesia. Nella metafora ciò equivale ad affermare che per “gustare” la Parola non può mancare quell’“indispensabile superfluo” che il vino rappresenta. L’ossimoro è più di un calembour, descrive il carattere della fede biblica dal Primo al Nuovo Testamento: il dono gratuito di una storia diversa, un corpo diverso, un pensiero diverso, quello che nasce all’intreccio tra il Cielo e la terra, Dio e l’umano. 

“Non di solo pane vive l’uomo” è il punto di partenza (Deuteronomio 8,3); molti non sarebbero d’accordo! “Lo stomaco è per i cibi […] mentre il corpo è per il Signore” dice Paolo in maniera sibillina, insinuando che di pane viva solo lo stomaco e non il corpo (1 Corinzi 6,13). Il vino della poesia è, dunque, un “superfluo” che la Bibbia rende, però, indispensabile. 

Potremmo dire che gli umani non vivano neppure di sola acqua, sempre stando al Libro. Eppure non c’è, forse, raccolta di testi letterari antichi che descriva così diffusamente il dramma della sete, la desolazione della siccità, l’enorme impatto che la penuria d’acqua aveva sul destino dell’intero bacino del Mediterraneo e come le migrazioni avvenissero a causa della desertificazione di molti territori. Proprio come accade ancor oggi. L’uscita degli ebrei verso l’Egitto fu a causa della siccità che, presto, aveva fatto divampare la fame. Ciò nonostante la Bibbia non si accontenta di narrare il benessere dei quattrocento anni che gli israeliti trascorsero sulle opulente rive del Nilo, divenendo lì un popolo grande e numeroso. Nelle Scritture cibo e bevanda non sono mai semplicemente tali, ma insieme nutrimento e poesia Il pane e l’acqua nutrono lo stomaco ma non il corpo, che è fatto d’anima e cuore, d’amore e relazione La libertà è quel vino senza il quale anche il pane diventa digiuno ​ Li attendeva un esodo verso un paese dove all’acqua e alla carne, al lavoro e alle cipolle non fosse chiesta, come contraccambio, la schiavitù. 

Il pane e l’acqua, in tal caso, nutrono lo stomaco ma non il corpo che – per la Bibbia – è fatto d’anima e cuore, di coscienza e, soprattutto, d’amore e relazione. La libertà è quel vino senza il quale anche il pane diventa digiuno. Anche la carne si metabolizza in membra di cadavere. Ed ecco i passi verso la visione di un sogno: una terra promes- sa, dolce di libertà, spaziosa e condivisa perché “diritto di dono” e non di proprietà. Il primo sguardo lo danno gli esploratori inviati da Mosè che, al ritorno, pongono dinanzi agli occhi degli esuli, a quei ciuffi di rinascenze ricacciate dalla steppa, di vita assediata dai bisogni primari, la sorpresa non di un campo gravido d’orzo ma di un grappolo d’uva enorme, rossa come il sangue. Essi raccontarono: “Siamo andati nella terra alla quale tu ci avevi mandato: vi scorrono davvero latte e miele e questi sono i suoi frutti” (Numeri 13,27). 

La vigna è il segno e il simbolo della terra promessa: quel paese che è sempre una visione, pasta di paradiso, poesia di vita piena poiché fraterna, solidale, libera e felice. Non ci sarà nessun indigente in mezzo a loro, non si udrà il grido di Agar per la morte dei figli e degli innocenti, non ci sarà la vergogna degli scartati, l’ingiustizia di chi ha troppo e chi niente, il disgusto di una mensa escludente e avara. 

È il suo Dio, il suo alleato, che vuole tale la “sua vigna”, la vergine Gerusalemme di cui parla il profeta Isaia: “Il mio amato aveva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate […] aspettava che producesse uva…” (5,1–2). Ma non sempre – ahimè! – l’amata corrisponderà, non sempre produrrà i dolci grappoli della giustizia, i chicchi turchini della fedeltà: “attendevo diritto ed ecco delitto, giustizia ed ecco nequizia” (5,7) denuncia lo sposo deluso. Essa non ha prodotto, infatti, che “raspi maleodoranti”. 

Il banchetto è, certo, il luogo per eccellenza della gioia. Quando i profeti immaginano il ritorno degli esuli dalla cattività babilonese lo fanno con simili quadri festosi: “Verranno e canteranno inni sull’altura di Sion andranno insieme verso i beni del Signore, verso il grano, il vino e l’olio […] la vergine allora si allieterà alla danza, giovani e vecchi gioiranno insieme. Cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici” (Geremia 31,12– 13). La gioia di ritrovare la propria casa, la propria gente, la città amata, la lingua madre, la libertà, è vera soddisfazione alla fame politica, civile, religiosa che ha oppresso il popolo dei deportati. Tutti insieme si sazieranno alla mensa bramata: il pane sarà la pace, il vino sarà la gioia e l’olio il dolce bagno della Benedizione. 

“Prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: questo è il mio corpo che è dato per voi […] Dopo aver cenato fece lo stesso con il calice dicendo: questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che è versato per voi”: sono le parole dell’Ultima Cena (Luca 22,19–20). La mano del Signore si apre su un piatto ancora vuoto nel Cenacolo di Leonardo. Il corpo di Gesù sarà di pane e vino sulla mensa di un amore estremo: “avendo amato i suoi li amò sino alla fine” (Giovanni 13,1). Un cibo e una bevanda che riuscirà a trasformare il corpo di chi siede alla mensa eucaristica. “Rimanete nel mio amore” invita Gesù; “vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,9.11). Di quella gioia saranno, infatti, ubriachi, colmi del “vino dolce” della Parola e dello Spirito, primizia di Pasqua, il dì di Pentecoste. Perché: “sta scritto: non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
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