Rosanna Virgili "Fuoco di voce, Dio accanto all’uomo"

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Sui passi dell’Esodo
a cura di 
3 novembre 2019

Dal cielo distante e «infinito, immortale» – come cantava Giovanni Pascoli nella sua X agosto – un Dio dall’udito finissimo e dalle viscere ultrasensibili scende sulla terra. Non indugia, non aspetta a rispondere al lamento degli schiavi, degli abbandonati, di quell’umanità che si confonde coi mucchi di immondizia delle discariche addossate alle periferie. Subito accorre da chi non potrebbe più aspettare.

C’è un’urgenza nella pelle dei poveri che i benestanti, di solito, non avvertono. Ma Dio sì, e questa è la sua differenza, quanto lo qualifica come un totalmente altro secondo tante narrazioni bibliche. Dio si presenta come un campione di “umanità”, quella stessa che oggi si invoca quando ci si esorta a vicenda, dicendo: «Restiamo umani». Nella Bibbia il docente di umanità è, paradossalmente, un Dio trascendente! Da puro spirito quel Dio diventa fiamma di fuoco, incendio della steppa, crepitìo delle spine di un roveto che arde e non si consuma.

A vederlo è un pastore, un uomo che vive di silenzio e solitudine, un nomade al seguito del suo gregge, un tutt’uno con esso. Dobbiamo scoprire il suo volto, certamente indurito e ispido di una barba incolta e impolverata, per ritrovarvi una vecchia conoscenza: quel Mosè che era scappato dall’Egitto, figlio adottivo nella casa di Faraone ma nato dal ventre di una donna ebrea. Lo ricordavamo con la pelle più liscia, rasato, profumato, elegante nelle morbide vesti dei più nobili egizi; è un enigma riconoscere, adesso, il suo sorriso. Per chi, come i pastori di una volta, trascorre mesi senza incontrare anima viva, non è difficile sentire la voce che esce dal fuoco di un roveto. Tutti i sensi concorrono a carpire un suono, un fiato, una nota di contatto.

Mosè si rivela per la sua curiosità, perché non chiude gli occhi, non passa oltre ma resta stupefatto e intrigato da quello “spettacolo” affatto strepitoso. Vuole capire, vuole accostarsi a quel mistero! Allora “fa un giretto” attorno a una fiamma nata per autocombustione, spiegano gli esegeti. Oltre il fenomeno fisico, Mosè sente il calore di una visita, una vicinanza, un incontro. La forza di una nuova conoscenza. La voce che esce dal fuoco chiama per nome Mosè come fosse un amico; così Mosè la sente e le risponde: «Eccomi».

Un quadro stupendo, mistico, magico, con cui il libro dell’Esodo narra l’inizio di un’avventura di vita in cui prenderà nome il Dio di Israele. «Io sono colui che sono» (v. 14) dice egli di sé; di me potrete dire solo dall’esperienza, dalla storia, dai fatti concreti. Potrete riconoscermi dalla fedeltà che ho avuto in passato, nell’amore che mi ha legato ai padri; potrete averne trasparenza dalla tenerezza, dalla cura, dalla libertà che, nel futuro, avrò avuto per voi. E tu, Mosè, “pastore errante dell’Asia”, potrai riconoscermi se crederai di non esser più solo nelle steppe del mondo. Una scena toccante per noi occidentali che, dopo aver svuotato il cielo di ogni dio, rischiamo di svuotare la terra di pietà, di amicizia, di fraternità, dello Spirito. Pretendendo di spegnere la fiamma caparbia di una Voce sempre vivace..
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