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Riflessioni sulle letture 13 maggio 2012 (Manicardi)

domenica 13 maggio 2012

Anno B

At 10,25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17



Il Dio che non fa preferenze di persone (I lettura), il Dio che è amore e ha inviato il suo Figlio nel mondo per donare vita piena agli uomini e narrare loro il suo amore (II lettura), consente ai credenti in lui di entrare nell’esperienza pasquale dell’amore grazie al Figlio che chiama i credenti non “servi”, ma “amici” (vangelo).

Questa domenica prepara i credenti all’Ascensione e alla Pentecoste, dunque a ricevere il dono dello Spirito, dono evocato nella prima lettura (cf. At 10,44-48), ma che può anche essere ravvisato – stando almeno all’esegesi agostiniana – nella realtà dell’agape, dell’amore di cui parla il vangelo. Il Dio che nessuno ha mai visto si rende visibile nei gesti dell’amore. Inoltre, secondo Agostino, l’amore proveniente dal Dio che è amore è lo Spirito stesso, dono di Dio di cui la Scrittura afferma: “Il Signore è lo Spirito” (2Cor 3,17).
Questa interpretazione agostiniana ci aiuta a comprendere che l’amore di cui parla Giovanni è realtà teologale che ha origine in Dio e da Dio scende suscitando una dinamica relazionale in cui ciascuna creatura umana è confrontata con la propria capacità di lasciarsi amare e di divenire soggetto di amore: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15,9). A noi, cristiani ansiosi di protagonismo caritativo e di organizzazione della carità, il vangelo ricorda che prima della carità della e nella chiesa vi è la chiesa nella carità. La chiesa vive della e nella carità di Dio manifestata in Cristo e deposta nel cuore dei credenti dallo Spirito santo donato. Anche la chiesa, non solo il singolo credente, è chiamata a rimanere nell’amore di Cristo. Non è la chiesa che fa la carità, ma la carità di Dio che fonda e edifica la chiesa.
Chiesa in cui il credente è chiamato a essere amante del Signore e capace di amore fraterno. Chiesa che non è composta semplicemente di servi che svolgono un ruolo, ma di amici del Signore che vivono una relazione. “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Il servo non sa e non capisce ciò che il padrone gli fa fare e perché, pertanto non rimane (Gv 8,35: “Il servo non rimane per sempre nella casa del suo padrone”), non persevera: la vita cristiana è vivibile solo come avventura di libertà. E colui che rimane, nel quarto vangelo, è il discepolo amato, il discepolo che ha conosciuto l’amore e rimane nell’amore (cf. Gv 21,23). L’amicizia porta ad amare l’altro come se stesso e a non capire più perché mai si dovrebbe preferire sé e la propria vita all’altro e alla sua vita: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Ecco dunque i credenti: amici del Signore, non servi di un padrone. E la discriminante tra l’essere servi e l’essere amici sta nella consegna di una rivelazione, nella confidenza di chi consegna una parola e mette al corrente, di chi rende l’altro partecipe del proprio segreto. In questo, la comunicazione della rivelazione diviene una vera e propria iniziazione.
È all’interno di questa relazione che si comprende il legame tra obbedienza e amore. Osservare i comandamenti del Signore significa rimanere nel suo amore (cf. Gv 15,10), così come l’amore reciproco è il comandamento che il Signore dà ai suoi (cf. Gv 15,17). Noi facciamo esperienza di essere amati dal Signore ascoltando, interiorizzando, mettendo in pratica la sua parola e facendola divenire relazioni ed eventi, facendola divenire corporea. Obbedire poi alla parola di colui che ci ama e che noi amiamo è esperienza di gioia: chi ama è felice di fare la volontà dell’amato: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. L’amore è comandato perché viene da un Altro e non da noi e perché solo un amore comandato può giungere ad amare il nemico. L’amore è comandato, ma essendo comandato da Gesù che l’ha vissuto fino alla fine, esso è anche narrato, offerto e donato a chi lo accoglie.

LUCIANO MANICARDI
Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
Testi per le celebrazioni eucaristiche - Anno B
© 2010 Vita e Pensiero

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