Luca Mazzinghi "La Bibbia: Parola di Dio in parole umane"
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Don LUCA MAZZINGHI
10 febbraio 2026
«Di ogni uomo il capo è Cristo e capo della donna è l’uomo»; «la donna è gloria dell’uomo» (1 Cor 11, 3.7); il lettore, e ancor più la lettrice, che oggi si trova di fronte a simili affermazioni del Nuovo Testamento rimane senza dubbio sconcertato: questa è Parola di Dio? Possiamo accettare che la donna sia considerata inferiore all’uomo, addirittura per volontà divina? La questione si pone in realtà per tantissimi altri passi biblici e la tentazione è duplice: o rinunciare a pensarli come parola divina, oppure cadere in un fondamentalismo acritico con il quale rischiamo di giustificare, senza volerlo ammettere, i nostri personali egoismi.
Nella sua catechesi di mercoledì 4 febbraio scorso, Leone XIV ci ha ricordato che la Bibbia è «parola di Dio in parole umane». Questa affermazione cruciale nasce dalla lettura attenta della Dei Verbum, un documento che ha radicalmente modificato l’approccio della Chiesa alle Scritture, e questo nel momento in cui i padri conciliari si richiamano alle Scritture stesse, trasmesse e interpretate all’interno della tradizione vivente della Chiesa. Papa Prevost si è fermato su alcuni aspetti provenienti dai numeri 11-13 del documento conciliare e in modo particolare proprio sulla dimensione divina e umana della Bibbia.
Al n° 11 la Dei Verbum affronta una questione che nella storia della Chiesa non aveva all’epoca ancora trovato una soluzione condivisa: Dio è l’autore della Scrittura; la fede della Chiesa è chiara al riguardo. Ma che dire degli uomini che di fatto l’hanno scritta? Già alla fine degli anni Sessanta un grande esegeta spagnolo, padre Luis Alonso Schökel (che ho avuto la grazia di avere come maestro) sottolineava l’importanza della soluzione offerta dal Vaticano II: gli uomini che hanno scritto la Bibbia vanno considerati, afferma la Dei Verbum, come «veri autori», con tutto ciò che il termine «autore» implica sul piano letterario. La Bibbia appare così come un libro davvero singolare: un unico autore divino, molti autori umani.
Questa affermazione non risolve tutti i problemi, ma allo stesso tempo offre una risposta chiara. Gli autori umani, spiega la Dei Verbum, sono «uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità», pur se essi hanno scritto «tutte e soltanto quelle cose che egli [Dio] voleva fossero scritte». Resta certamente la difficoltà di comprendere appieno che cosa davvero si intenda per «ispirazione» e in che modo essa vada pensata; resta anche la difficoltà di capire quale sia la Scrittura «ispirata». Un esempio: già la Vulgata di Girolamo aveva scelto di affiancare al Libro di Ester ebraico, tradotto in latino, le aggiunte proprie di quest’ultimo trasmesso in greco dalla versione della Settanta; la recente Bibbia Cei 2008 ha scelto ancor più radicalmente di tradurre entrambi i libri; problemi analoghi e ancor più complessi si pongono per il libro del Siracide, scritto in ebraico, ma giunto a noi in due diverse versioni greche. D’altra parte, se gli autori umani sono da vedersi come «veri autori», è chiaro come la Bibbia è profondamente radicata nella storia umana e va interpretata alla luce delle concezioni proprie degli autori umani che l’hanno scritta (cfr. DV 12). Giovanni Paolo II ricordava ad esempio in una sua catechesi (7 novembre 1979) che i racconti di Gen 1-11 utilizzano «un linguaggio mitico», e in tal senso vanno interpretati non cessando per questo di essere meno «veri», pur se di una verità di ordine diverso da quella di carattere storico o scientifico.
In realtà, la ragione per la quale la Scrittura va interpretata nella sua duplice dimensione sia divina che umana è ancor più profonda; Leone XIV ricorda al riguardo il n° 13 della Dei Verbum dove, attraverso una citazione di Giovanni Crisostomo, la Scrittura viene accostata al mistero dell’incarnazione del Verbo.
La Scrittura manifesta così la «condiscendenza» divina nei confronti dell’umanità. Il termine greco usato dal Crisostomo è più precisamente synkatábasis, che va inteso nel suo senso etimologico come uno «scendere-giù-con»: come la Parola di Dio si fa carne, ponendo la sua tenda in mezzo a noi (cfr. Gv 1, 14), così essa scende nella compagnia degli esseri umani, offrendosi a noi nel nostro linguaggio; per analogia, dunque, come Cristo è vero Dio e vero uomo, così la Parola di Dio è allo stesso tempo vera Parola di Dio in vera parola umana. Giovanni Paolo II, parlando il 23 aprile 1993 alla Pontificia Commissione Biblica, giunge ad affermare che «la Chiesa di Cristo prende sul serio il realismo dell’Incarnazione ed è per questo che essa attribuisce una grande importanza allo studio storico-critico della Bibbia». E più avanti aggiunge ancora che Dio, nel parlare un linguaggio umano, ne accetta dunque le limitazioni, e conclude: «È questo che rende il compito degli esegeti così complesso, così necessario, così appassionante».
Leone XIV ci ricorda ancora che non è possibile rinunciare allo studio delle parole umane di cui la Scrittura si serve, per non cadere nel doppio rischio del fondamentalismo o dello spiritualismo. Si tratta di un ammonimento già ben presente nel documento pubblicato nel 1993 dalla Pontificia Commissione Biblica (L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa). Il fondamentalismo, in particolare, è quell’atteggiamento tipico di chi non crede alla stretta relazione tra umano e divino che caratterizza la Bibbia, di chi «rifiuta di ammettere che la Parola di Dio ispirata è stata espressa in linguaggio umano ed è stata redatta, sotto l’ispirazione divina, da autori umani le cui capacità e risorse erano limitate». Il giudizio del documento del 1993 è molto severo: l’approccio fondamentalista «è pericoloso» e «invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero».
La dimensione divino-umana delle Scritture richiamata da Papa Leone è la via maestra che ci conduce a evitare questo rischio. Un esempio di grande attualità può servire a comprendere meglio la posta in gioco: a partire dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII, il magistero della Chiesa è stato costante e coerente nel promuovere la pace e nel condannare la guerra in ogni sua forma.
Ma i lettori della Bibbia sanno bene che sarebbe possibile invocare molti testi a difesa dell’idea che la guerra è voluta da Dio, addirittura da lui comandata, come avviene ad esempio nei testi relativi al cammino di Israele nel deserto, o a quelli relativi alla conquista violenta della terra, come nel libro di Giosuè, con annessi inviti allo sterminio dei popoli incontrati (cfr. Dt 7, 1-6; Gs 6, 17.21). Ma si pensi anche alla battaglia contro Amalek (Es 17, 8-16) vinta, secondo il racconto biblico, grazie all’intercessione di Mosè in preghiera.
Non basta dire al riguardo che si tratta di testi dell’Antico Testamento, rischiando così una lettura implicitamente marcionita e persino antigiudaica della Bibbia e negandone di fatto l’unità, e neppure è sufficiente limitarsi a darne una interpretazione allegorica, come avviene spesso nei Padri, come se non si trattasse di testi che parlano di guerre reali, ma della battaglia contro le forze del male. Occorre riconoscere prima di tutto che la posizione che questi testi hanno sulla guerra, sulla violenza, sullo sterminio dei nemici, sulla conquista violenta della terra, il tutto legato alla volontà divina, riflette principalmente l’ambiente storico, culturale e religioso del tempo e da tale ambiente questi testi sono condizionati. Gli autori umani scrivono ciò che essi realmente credono, secondo gli usi del loro tempo; in ogni caso, questi passi attestano anche che la Bibbia, come parola di uomini, prende sul serio il problema della guerra e della violenza e lo presenta in tutta la sua drammaticità. E tuttavia, una lettura integrale della Bibbia ci aiuta a comprendere che in entrambi i Testamenti si trova un messaggio di pace che emerge con sempre più chiarezza, dal celebre testo di Is 2, 1-5 («non si eserciteranno più nell’arte della guerra») sino all’annunzio evangelico «pace in terra all’umanità che Egli ama» (Lc 2, 14) e alla proclamazione di Cristo come «la nostra pace» (Ef 2, 14), Colui che abbatte il muro dell’inimicizia.
Il Pontefice ci ricorda ancora che la Bibbia non può essere ridotta a un testo del passato, ma «intende parlare ai credenti di oggi»; essa va dunque letta alla luce dello stesso Spirito con cui è stata scritta (DV 12) e nell’ottica del duplice amore di Dio e del prossimo. Alla luce di questi criteri, anche i passi difficili delle Scritture, come quelli sulla donna dai quali siamo partiti, acquistano un senso: neppure il Nuovo Testamento è esente da condizionamenti storici e culturali, persino religiosi, quando parla come in questo caso della donna. E tuttavia, sin dal testo sulla creazione dell’uomo e della donna in Gen 1, 26-28, sino alle parole e alla vita di Gesù, la donna e l’uomo appaiono dotati di eguale dignità e, in particolare nel Nuovo Testamento, hanno entrambi il loro posto nella comunità credente.
Così il messaggio delle Scritture, se da un lato appare sempre legato alle vicende della storia e non di rado da essa condizionato — come del resto lo è l’intera tradizione della Chiesa — dall’altro la trascende, in quanto Parola di Dio. Le Scritture stesse chiedono ai credenti, come conclude il Papa, «che le nostre parole, e ancor più la nostra vita, non oscurino l’amore di Dio che in esse è narrato».
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