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Prendersi cura significa “fare posto”

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Il malato va curato con relazioni costruttive e in un ambiente accogliente, dove sia possibile accettare e vivere fragilità e debolezza.


La ricerca della biomedicina, l’impiego della tecnologia medica, della farmacologia hanno creato negli ultimi decenni, e continuano a creare, nuove possibilità di coinvolgimento responsabile nella scena della cura da parte del “mondo vitale” della persona malata. 


Tra le questioni che si aprono assume un rilievo particolare la cura della condivisione nel definire le “storie prospettiche” delle persone malate, storie da assumere, nelle quali integrare terapie, ridefinizione di ruoli, ridisegni di relazioni, desideri. 

La nuova scena della cura, resa possibile ed insieme condizionata dalla medicina, è un contesto di vita nel quale le memorie ed i vissuti vengono ricostruiti e ridefiniti. La sua “capacità”, cioè il suo essere più o meno “capace” (da capax) si realizza nel suo saper far prendere forma nuova al tempo, alla vita, al senso. Il rapporto con il limite, con i gesti scambiati, con le parole della memoria e dell’impegno, con i lasciti e le riscoperte… che si trovano (che si ritrovano) tra “pazienti” e i prossimi (e, lì accanto, i “terzi”, gli operatori della cura) sono qualcosa cui attendere. La vita prende forma, e da dentro la forma che la vita prende si configurano e condividono anche le scelte, i consensi, le limitazioni, l’ assistenza palliativa

È importante aumentare la consapevolezza di quanto succede (patologia, condizioni, terapie, …), e di quello che si muove (le interazioni, i pensieri, le emozioni, le rappresentazioni, le comunicazioni). Servono anche attenzioni e sguardi sulle dimensioni co-educative e relazionali, psicologiche, culturali, spirituali: per curare bene quello che sta avvenendo, quello che si dà nelle storie delle persone, nei loro mondi vitali; tra questi mondi e gli operatori. Sulle scene della cura si danno passaggi e “luoghi” della formazione del senso, della definizione delle questioni etiche rilevanti, della responsabilità reciproca e del riconoscimento. 

La capacità di ospitare la felicità e il dolore 

È prezioso preservare una “capienza antropologica” che ospiti dentro l’umano, la felicità e il dolore, la possibilità e il limite. È questione di rapporto con la vita. Sì, alla vita che riconosce la morte come costitutiva della finitezza, o non aprendo al rifiuto della vita quando mostra il suo corredo di difettività ritenute insopportabili. 

La “cellula del buon consiglio” di cui parla Paul Ricoeur può essere conflittuale, difficile, “aperta”, vissute tra prossimità diverse. Che devono divenire capaci di affrontare la sofferenza: non si può aiutare una persona sofferente se prima non si ascolta la propria sofferenza. Il curante deve farsi carico delle sue ferite, questo per non separarsi dalla sofferenza altrui. 

Sulla scena della cura si dà sempre un delicato gioco di proiezioni, di assimilazioni, di suggestioni, di abusi, di giustificazioni, di rispetto, di dedizione. Occorre apprendere sul campo cosa farsene della propria impotenza e, insieme, come ritessere nella evidenza del limite, e anche del finire, le possibilità di desiderio. 

Sono luoghi e momenti di un apprendimento della vita: in essi a volte matura non solo l’accettare ma, piuttosto, l’integrare la mortalità ed il desiderio, e il gusto dei gesti. Riuscendo, così, ad addomesticare un poco le paure e la depressione. 

L’impegno a tessere relazione, scambi, riflessioni 

Nella cura ci troviamo quasi sempre là dove non ci aspettavamo di trovarci, presso una sofferenza che può essere incontrata con la possibilità di trascenderla, di trasformarla, almeno un poco. 

È preziosa la tessitura di un ambiente di relazioni, di scambi e riflessioni nel quale ospitare le domande e gli incontri attorno alla sofferenza e alla debolezza. Un ambiente di cura nel quale fare spazio e riunire famiglie e reti di prossimità, aiutare orientamenti per chi vive nelle relazioni educative, professionali e lavorative, per chi condivide esperienze sociali con chi è segnato dalla debolezza. 

È preziosa la creazione di inedite realtà e relazioni vitali, quasi “zone franche” nelle quali possono avvenire cose che rischiano d’essere negate ed eluse nelle istituzioni della cura quando la logica che presiede le relazioni è quella tecno-efficientistica, segnata da protocolli, linee guida e consensi informati. Eluse anche nei luoghi e negli incontri d’una assistenza intrisa di intenzionalità consolatoria e compassionevole. Logica ed intenzionalità di separazione e di fuga. 

La possibilità di esprimere angosce e smarrimenti 

Queste “zone franche” possono, invece, garantire rispetto e salvaguardia in una situazione nella quale si vive una invasione, una irruzione della diagnosi e delle terapie. E possono aiutare a contenere e dare direzione al dilagare delle emozioni, delle immaginazioni. Possono aiutare i traghettamenti verso condizioni nuove, e la elaborazione di visioni e di strategie di vita inedite. Le esperienze dell’angoscia, dello smarrimento, della paura hanno bisogno di essere espresse, depositate, ospitate e così pure l’esperienza di un silenzio che curi l’intimità, che non lasci spazio alla falsificazione di tante parole, e non sia distacco. 

Serve una zona franca anche per la messa a fuoco e per l’esame attento e sereno di vissuti contraddittori e ambivalenti, come quelli di colpa e risentimento, di imputazione e di riconoscimento, di distruttività e di dubbio. La condizione che sperimentano molti operatori della cura, molti educatori di fronte a condizioni esistenziali dure e difficili, dove la sofferenza e la malattia si impongono fino a togliere il fiato, è quella di essere ridotti quasi alla impotenza. Le loro competenze, i loro saperi, le loro organizzazioni sono messe alla prova, quasi messe in un angolo. 

Le diverse, varie risposte 

Le risposte che le persone provano a dare a questa esposizione sono diverse. 

Alcune rimandano alla propria fatica esistenziale in cerca di uno spazio interiore e sociale in cui poter rielaborare l’immersione nella fragilità umana nelle sue manifestazioni estreme. Altre rimandano ad una sorta di autodifesa che porta a tenersi distanti, a non lasciarsi toccare: confortati in questo dalla possibilità di rifugiarsi nell’uso di tecniche e strumenti che permettano di mantenersi, appunto, a una giusta distanza di sicurezza. 

Altre reazioni, infine, esprimono l’essere sorpresi, amareggiati, soli nel momento in cui si tocca con mano che la società - che spesso ha “costruito” la sofferenza, il disagio profondo, la stessa patologia e che, in ogni caso, è responsabile del fare spazio alla fragilità costitutiva dell’uomo - non vede e si organizza per non vedere, si ritrae, delega la sofferenza umana a professionisti dell’assistenza e della cura. 

In questi nostri anni - senza che si abbiano a disposizione adeguate risorse etiche, culturali e psicologiche - il disagio, vissuto e incarnato dai fragili, penetra nella vita di chi si occupa di loro, in maniera spesso violenta e improvvisa, come una sorta di epidemia in cui i “mali di vivere” si ingarbugliano, si intrecciano, si incastrano gli uni negli altri. Questo mentre paiono rinforzarsi le ideologie dell’efficienza e del “successo”, i cui vessilli spesso impediscono la visione chiara e distinta delle ferite dell’altro. Sembra che sbagliare, inciampare, stare male, trovarsi smarriti in una colpa o in un errore, siano calamità naturali da evitare, come la morte. 

L’ansia del controllo che soffoca l'attenzione 

Nel lavoro di cura, in molto lavoro sociale, si è portati di fronte ad un volto, in prossimità a una “nudità umana” che è “mendicità, ma anche una strana autorità disarmata, ma imperativa, che mi interpella in qualità di io responsabile di questa miseria”. Prima di essere sguardo, l’altro è volto, eccede il mio potere, segna una “impossibilità di sottrarsi che non è servitù ma elezione”. 

Potremmo dire che l’ansia del controllo mortifica l’attenzione, perché la schiaccia sotto un pesante fardello fatto di classificazioni e diagnosi, di tecniche e strumenti che assorbono a tal punto le energie degli operatori da lasciarne poche per l’incontro con l’altro. 

È una tendenza molto diffusa questa, di cercare riparo nell’oggettività di un sistema “asettico”, o nel controllo di un linguaggio o di una tecnica che non obbligano a mettersi in gioco. Lo si vede in tantissimi luoghi, i più diversi: i reparti ospedalieri, i luoghi della riabilitazione, i servizi psichiatrici e gli istituti di pena, i consultori e i servizi per il disagio adulto o per la disabilità grave. 



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