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Matteo Maria Zuppi «Anche per mio padre io ero don Matteo. Chi salva i migranti non va criminalizzato»

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Matteo Maria Zuppi 

Corriere

di Aldo Cazzullo

24 dicembre 2023

Eminenza?
«Don Matteo. Anche mio padre, da quando sono diventato prete, mi ha sempre chiamato così».

Don Matteo Zuppi, qual è il suo primo ricordo?
«A quattro anni avevo inghiottito il pezzo seghettato di un interruttore. Ricordo l’angoscia di mio padre: temeva per la mia vita, e aspettò trepidante che lo espellessi. Lo portò sempre con sé, come l’ex voto di una grazia ricevuta».

Chi era suo padre?
«Un giornalista. Direttore dell’edizione domenicale dell’Osservatore Romano, quella divulgativa: grandi fotografie, linguaggio semplice e diretto. Gliel’aveva affidata Montini, nel 1946. Papà era del 1909, suo padre Raffaele del 1863: di cognome si chiamava Zuppa, poi cambiato in Zuppi. Generazioni antiche. I figli si picchiavano con la cinghia».

Suo papà la picchiava con la cinghia?
«Controvoglia, a malincuore. Lo sentiva come un dovere: per la mentalità dell’epoca, non sarebbe stato un buon padre se non l’avesse fatto. In realtà era una persona buonissima. Noi figli eravamo cinque discoli: Giovanni, Cecilia, Luca, Marco. Io sono il quinto, poi arrivò un altro maschio, ma gli evangelisti erano finiti. Così fu chiamato Paolo».

Sua madre Carla era la nipote del cardinale Carlo Confalonieri, vero?
«Era figlia di una sua sorella. Ma lo zio era l’opposto del nepotista: “Non voglio parenti in Vaticano” diceva. Quando andavamo a trovarlo ci inginocchiavamo a baciargli l’anello, gli davamo del lei. Era un brianzolo austero, severo. Il suo Papa era Pio XI, “chinati al bacio della sacra pantofola!”».

Era un cattolicesimo conservatore.
«Tradizionale. Amava la Chiesa, la serviva, non se ne serviva. Oneri e non onori. Mio padre era parrocchiano di don Pirro Schiavizzi, l’ultimo parroco di Roma a predicare alla Curia romana, al tempo di Pio XI. Fu lui a mandarlo da don Giovanni Rossi, che era stato segretario del cardinal Ferrari, arcivescovo di Milano. Lo accompagnò ad Assisi quando fondò la Pro Civitate Christiana. Aveva frequentato gli scout, amico delle aquile randagie, l’unica forma di organizzazione giovanile alternativa al fascismo. Era il mondo da cui veniva don Minzoni, che i fascisti avevano bastonato a morte».

Lei quando scoprì la vocazione?
«Verso i ventidue anni. Nel 1971 avevo incontrato la Comunità di Sant’Egidio, il suo fondatore Andrea Riccardi. Amicizia, preghiera, poveri. Le borgate romane erano poverissime. La marrana di Primavalle, il cinodromo, il dilagare della droga: un pugno nello stomaco. Prima ero attratto dalle messe beat, comunitarie e affascinanti per un adolescente anni ’60: batteria, basso, chitarra. A Bologna ho scoperto che Luca Carboni ha cominciato così».

Com’è oggi la Chiesa?
«La Chiesa sta cambiando rapidamente. Carlin Petrini mi ha raccontato della Bra della sua giovinezza: ogni cento metri c’era un prete. È un mondo che sta finendo. I ragazzi arrivano fino alla cresima, poi non li vediamo più, e non c’è più davvero un prete “per chiacchierar”. Dobbiamo ritrovare i legami, i contatti umani, le relazioni. Dobbiamo unire umanesimo ed evangelizzazione».

Pupi Avati dice che la Chiesa rischia di non sapere parlare del Vangelo, di ridursi a una Ong e i preti assistenti sociali.
«Il Vangelo non è un distillato di verità. Il Vangelo è legato alla vita, all’umanità, all’incontro. Non dobbiamo aver paura di contaminare la verità con la vita, perché nell’amore per il nostro prossimo troveremo la verità, che è Gesù. La verità si perde come il sapore del sale quando non si unisce alla vita. Negli occhi degli altri vedremo gli occhi di Dio. La Chiesa non potrà diventare una Ong perché i poveri sono i nostri fratelli: li amo, non ci faccio mica “volontariato”! E l’amore della Chiesa è quello di Gesù: senza misura, per tutti. Fai il bene per Gesù, o per gli altri, o per te stesso? Lo faccio perché scopro Gesù, scopro gli altri e scopro me stesso».

La fede è in crisi.
«L’individualismo la svuota o la rende inutile, distante. Invece non troviamo noi stessi senza rispondere alla sete che abbiamo dentro. L’individuo trova sé stesso quando si apre al prossimo, non quando cancella la fragilità, il limite, la morte. Non siamo un’isola, anche se super accessoriata! E poi la fede cristiana è fede, amore e anche per questo sacrificio, non un elisir di benessere. Coinvolge tutta la vita».

Cosa intende?
«Noi non crediamo solo nell’immortalità dell’anima; crediamo nella resurrezione dei corpi. Quando san Paolo parla agli ateniesi dell’immortalità dell’anima, lo ascoltano con interesse; quando parla della resurrezione della carne, lo prendono in giro, se ne vanno, gli dicono: di questo ci racconterai un’altra volta. Anche l’uomo moderno fa così. Ma noi non siamo un accidente; noi siamo tutt’uno con il corpo. Come canta De André? “Mi cercarono l’anima a forza di botte”. Non dobbiamo disincarnarci, ovattare il corpo come peccaminoso. Dobbiamo riconciliarci con noi stessi, capirne la grandezza e la bellezza».

Un paragrafo del suo bellissimo libro, «Dio non ci lascia soli», pubblicato da Piemme, si intitola: «Come immagino l’aldilà». Come immagina l’aldilà, don Matteo?
«Nell’aldilà saremo una cosa sola, senza perdere la nostra identità. Non soltanto ritroveremo i nostri cari; non avremo più nemici, non avremo più estranei e noi non lo saremo più. Tutto diventerà luminoso e interessante. Non avremo più paura degli altri, vivremo senza diaframmi e senza possesso, perché impareremo ad amare e a farci amare. Non sarà una beatitudine insipida o una grande entità anonima; sarà pienezza d’amore. Però possiamo iniziare già qui! La gioia che non finisce la capiamo già oggi».

E l’inferno?
«Inferno è quando non credi all’amore, lo rovini, ti difendi, rimani a cercare la pagliuzza, ne fai un possesso quando è regalo, cerchi l’interesse quando è gratuito, ti difendi da chi ti ama. Il contrario non è la perfezione, che non esiste, ma la consapevolezza del male fatto. Nell’aldilà la consapevolezza ci farà male, ma ci porterà sempre alla misericordia».

Un anno fa la Chiesa ha perso Papa Benedetto. Quanto era diverso da Francesco?
«Sono molto diversi gli stili. Ma questo è sempre successo: dopo Pio XII viene Papa Giovanni, e il partito romano reagisce male, lo trova un semplicione, privo di autorevolezza, senza neanche la fisionomia del Pontefice. Invece Giovanni sorprende tutti con la sua immediatezza, la sua affettività; non parla ex cathedra, parla di sé, e inventa il Concilio. Al Concilio Ratzinger c’era, ne fu tra i protagonisti, e anche se i suoi avversari l’hanno accusato di aver tradito lo spirito conciliare, lui l’ha trasmesso a Francesco, come un passaggio di testimone».

Il papato di Ratzinger si è chiuso male.
«Non la leggo così. Certo furono mesi difficili, tra uno svolazzare di corvi. Ma Benedetto ci disse di rimetterci in viaggio, di avere fede, di unire verità e amore per combattere la sporcizia e il relativismo. E Francesco si è messo in viaggio. Anche lui ha i suoi avversari che lo accusano di aver tradito».

Chi sono?
«Alcuni avversari del Papa mi ricordano gli gnostici, che riducevano Dio a entità e la fede a un salotto intelligente, senza esperienza umana. All’estremo opposto ci sono quelli convinti che la salvezza sia frutto solo delle nostre mani, come se la grazia non esistesse. In mezzo c’è il cristianesimo, la Chiesa che non contrappone mai la dimensione umana e quella spirituale».

In cosa c’è continuità tra Benedetto e Francesco?
«Nella missione, nella scelta di parlare con tutti, portare tutti a casa, credere che il Vangelo abbia tanto da dire all’uomo moderno. E se gli omosessuali dicono: la Chiesa non ci capisce, non ci vuole, ci giudica, il Papa risponde: siete tutti figli. È molto diverso, però, dal dire: “Fate come vi pare”. Far sentire che ami, che sei prossimo, non vuol dire fai tutto bene o fai come ti pare, ma “sappi che questa è sempre casa tua”».

Benedire le coppie omosessuali non significa benedire i peccatori, quindi il peccato?
«Il problema è pastorale. Certe cose le puoi dire dopo che hai fatto sentire di nuovo a casa. Così sarà possibile imparare le regole — bellissime — di una casa da cui ci si era allontanati, che si pensa non capisca e che non viene capita. La Chiesa non è fatta di angeli, di puri. Il mio predecessore, il cardinale Caffarra, era un sant’uomo, rigoroso, preoccupato che la gente non capisse con chiarezza il messaggio, e quindi voleva che il Papa dicesse come si fa, indicare le regole... La regola c’è, ma Papa Francesco si raccomanda di renderla efficace nella diversità delle situazioni. La Chiesa comunica l’amore che spiega la regola e la rende viva e questo avviene ristabilendo un rapporto con tutti. Il mondo non è bianco e nero e richiede ascolto, discernimento, accoglienza. Qualcuno può pensare: così perdi la verità».

Invece?
«Invece no, così la riscopri: vivendo, incontrando, parlando di Gesù. E scopri che il cristianesimo ha radici più profonde di quello che pensi. L’altra sera mi hanno invitato a una festa di Rifondazione, sono venuti in tanti a chiedermi una foto, “così poi la mando a mia mamma...”».

I progressisti però accusano il Papa di non aver fatto le riforme. Ad esempio, non ha consentito ai preti di sposarsi, o almeno agli sposati di fare i preti.
«I preti sposati li abbiamo già. Sono i cattolici orientali, in Romania, in Ucraina, anche qui nel nostro Paese: a Rossano in Calabria, a Piana degli Albanesi in Sicilia. Sulla questione dei “viri probati”, emersa durante il Sinodo sull’Amazzonia, il Papa ha ricordato che è lo Spirito ad agire, non la pressione dell’opinione pubblica. Tanta gente è pronta ad attaccarlo, ma così offende il dono più santo che c’è, la comunione. E la Chiesa non deve perdere mai la comunione».

C’è un rischio di scisma? Dei progressisti o dei conservatori?
«Penso e spero di no. Il divisore, il diavolo, fa sempre il suo mestiere, e ci riesce ancora di più quando fa credere di difendere così il giusto. Non cadiamo nell’errore della polarizzazione. C’è grande impegno da parte di tutti per difendere la comunione attorno al Papa. Dopo il Concilio ci fu lo scisma di una fazione conservatrice, quella di Lefebvre. Addolorò molto Paolo VI. La comunione però non è un regolamento di condominio; è ricordarsi che tutti serviamo l’unico maestro che ci ha affidato a una Madre che non dobbiamo mai offendere».

Lei nel libro cita una profezia di Paolo VI: «Vivrete nel mondo nel momento delle più gigantesche trasformazioni della sua storia». Direi che ci siamo.
«Paolo VI era un grande. I suoi ultimi discorsi sulla morte sono un testamento poetico e spirituale. Lo prendevano in giro per i suoi viaggi, dicevano che non stava mai a Roma. Fu il primo Papa ad andare a Gerusalemme, in Africa, in America, dove parlò all’Onu contro la guerra. Nelle Filippine cercarono di ammazzarlo».

«Qualcosa si muove. Sono stato a Kiev e a Mosca. Sono stato a Washington e a Pechino. Sia i russi sia gli ucraini hanno riconosciuto il ruolo della Santa Sede. I nunzi nelle due capitali stanno facendo un lavoro egregio. Certo, vorremmo molti più risultati sul ritorno dei bambini. Non perderemo nessuna opportunità per farlo. Non è possibile che oltre alle armi non ci sia altro per sconfiggere la guerra».

Senza le armi dell’Occidente, l’Ucraina perde la guerra e Putin la vince.
«Dobbiamo uscire dalla logica della vittoria militare come unica possibilità e del dialogo come resa. Non è ingenuo credere che le guerre trovano una pace giusta solo con il dialogo! La Santa Sede è per il coinvolgimento della comunità internazionale, che è il terzo attore e che può e deve fare molto per trovare e garantire soluzioni adatte».

Il modello è il Mozambico?
«Non c’è un modello. Serve una pace, se necessario creativa, come fu per il Mozambico dove furono coinvolti soggetti diversi. Ci sono diverse soluzioni. Per la Corea si individuò un parallelo come linea di separazione».

Il Papa è stato accusato di equidistanza in Ucraina, e di essere schierato con i palestinesi a Gaza.
«Sull’Ucraina, il Papa ha sempre distinto con chiarezza tra aggressore e aggredito. Nella guerra di Gaza è vicino a entrambi i popoli. Ha condannato il crimine del 7 ottobre, come ha fatto con la guerra nella Striscia che ha già causato migliaia di morti innocenti. Francesco condanna Hamas e difende le vittime innocenti di Gaza. Cos’altro può fare il Papa?».

E la Cina, dove lei è stato?
«La Cina è una grande e indispensabile risorsa. E può certamente aiutare a trovare la pace in Ucraina».

Casarini vi ha imbrogliati?
«Casarini ha dato querela ai suoi accusatori. Vedremo come va a finire. Alcune diocesi hanno aiutato la sua Ong, in misura peraltro molto limitata in confronto al bilancio dell’associazione. Lui ha presentato tutti i rendiconti. Nel nostro mare affogano migliaia di donne e neonati, e il problema secondo lei è Casarini?».

Casarini è l’uomo delle tute bianche, del G8 di Genova.
«Lui è cambiato, fa delle cose per la vita, perché non dargli fiducia? Non per questo siamo ingenui».

Dalle intercettazioni non sembra la meritasse.
«La querela che ha presentato è esattamente per questo. A me resta sempre da capire per quale motivo le intercettazioni sono pubblicate, e perché quelle parti e non altre. La magistratura farà chiarezza. Alle diocesi coinvolte fanno fede gli impegni presi e rispettati».

Resta il rischio che con i soldi delle donazioni le Ong alimentino il traffico di esseri umani.
«Se le Ong sono complici degli scafisti, allora lo sono tutti quelli che salvano i profughi in mare, a iniziare dalla Guardia Costiera che compie il 95 per cento dei salvataggi. Guai a criminalizzare l’umanitario! Se ci fossero responsabilità o connivenze, è bene che siano condannate. Altrimenti cercherei e indicherei i veri scafisti, come ha sempre fatto il nostro giornale, Avvenire, con grande coraggio».

Sui migranti il Papa non ha perso la sintonia con l’opinione pubblica?
«I cristiani — ma direi tutte le persone — devono fare il possibile per salvare le vite umane. Un solo morto in mare è una sconfitta per tutti. Che prezzo ha? Poi piangiamo come per Aylan e non facciamo nulla? Francesco non ha mai detto: dovete accogliere tutti. Ha detto: gestite il fenomeno, ma non nei lager, come in Libia, o neanche in centri di raccolta dove restano anni senza fare nulla. Il fenomeno va gestito aiutando sia a partire con i corridoi umanitari, sia a restare: motivo per cui la Chiesa italiana investe 80 milioni l’anno per progetti di sviluppo in Africa».

Che Natale sarà?
«Un Natale vero. Capiamo di più l’importanza della luce quando siamo nell’oscurità. Siamo confrontati con tanta disumanità, violenza, con la forza del male che sgomenta. Questi non sono fuori di noi e fuori del mondo, ma dentro. Ecco perché è grande il Natale: Dio viene a lottare contro la morte regalando se stesso, facendosi solo amore».

Nel suo libro lei racconta del ragazzo di Haiti che dopo il disastroso terremoto le chiede come Dio abbia potuto permetterlo. Lei cosa ha risposto?
«Che Dio soffre con loro, con noi. Noi cristiani siamo un po’ viziati nella relazione con Dio. Gli ebrei non osano pronunciarne il nome, i musulmani sono sottomessi. Noi abbiamo Gesù, che fa e ci chiede di fare come Lui, perché così troviamo noi stessi: imparando l’arte di amare, quella che ci rende uomini e figli di Dio come siamo. Occhio, sempre peccatori. Tutti. Ma amati».

Ma il presepe si può imporre per legge?
«Non vorrei che il presepe, che è bellissimo e umanissimo così com’è, pieno di umano e divino e che è già per tutti, diventasse antipatico e divisivo. A volte con la giusta preoccupazione dell’accoglienza pensiamo che questa significhi nascondere la storia, i tratti della nostra casa. No. Accoglienza è vivere l’umanesimo della nostra casa, che tanto è frutto proprio di quel mistero di amore che è Cristo. L’umanissimo Dio che ci rende umani».

Matteo Maria Zuppi è cardinale, arcivescovo di Bologna presidente della Cei


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