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Cristina Simonelli "Giulia e le sante violate: una memoria pericolosa"

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Quest’anno il 25 novembre, con il suo carico di scandalo e con le domande sempre più incalzanti, ha un dramma in più: l’uccisione di Giulia Cecchettin, accompagnata da parole sante ma anche da commenti inascoltabili. Non vogliamo lasciar cadere la sua eco, mettendola nella serie lunghissima di un martirologio di vite crocifisse – Blandina, Giulia di Brescia, Rosalia, Vilgefortis, Maria Goretti – che si estende alle vittime degli stupri di guerra e dei campi di detenzione dei migranti.

Questa memoria non è devota, bensì pericolosa, in un duplice senso: può rafforzare e in qualche misura “sacralizzare” l’immaginario perverso della violenza su inermi, ma porta anche con sé la resistenza, la parola/corpo che si oppone, la resilienza che trova posto nei simboli più alti.


Non è la prima volta che la donna crocifissa diventa il simbolo della giornata contro la violenza sulle donne: nota la campagna lanciata nel 2008 da Telefono Donna, in cui si mostrava una ragazza in croce, scatenando le proteste di chi la riteneva profanazione del simbolo sacro per eccellenza. Come mostra efficacemente Francesca Balladore in Giulia. «In lei vedevano il crocifisso», sarebbe bastata una maggiore conoscenza degli scritti e delle immagini devote della tradizione cristiana per vedere che il modello non era nuovo.

Crocifisse: dalle antiche martiri alle violenze di oggi 

Giulia – certo notissima a Brescia, ma presente lungo tutto il cammino percorso dalle sue reliquie, che viaggiarono con i devoti dalle isole del Tirreno a Livorno, Lucca, Modena fino alla corte longobarda – è la protagonista di un racconto tardivo di martirio. In una narrazione che mescola date e luoghi emerge la figura di una donna che per non rinnegare la fede viene appesa al palo, supplizio poi reso come crocifissione. In una variante (della Corsica) la violenza ha caratteri nettamente sessuali, perché le vengono tagliati i seni. 

A questo punto, seguendo il percorso realizzato da Balladore fra racconti e immagini, troviamo che il modello si mostra in una molteplicità di nomi e di epoche (Eulalia e Margherita, ad esempio) con un comune nucleo di violenza subita e di simbolismo erotico, sia pure variamente espresso. Anzi, è d’obbligo andare pure al racconto più antico, ben noto a chi conosce le vicende delle martiri, cioè fino a Blandina, di cui riferisce un documento del II secolo (Lettera dei cristiani di Lione e Vienne) inglobato da Eusebio di Cesarea nella sua Storia del IV secolo. L’anziana donna, ridotta in schiavitù come lo sarà anche Giulia, subisce il supplizio del palo. 

Leggiamo che «Blandina, appesa a un palo, era esposta come preda alle fiere aizzate contro di lei; con le braccia stese in croce e il volto atteggiato a un’espressione di fervida preghiera, al solo vederla infondeva coraggio ai lottatori. Infatti, quando gli altri martiri la guardavano durante la prova, anche con gli occhi del corpo scorgevano nella loro sorella colui che era stato crocifisso per loro». 

La crudezza della scena, se liberata dal devozionismo che del resto è estraneo a quel testo antico, ci colpisce profondamente. Non è diversa dall’esibizione delle donne preda dei soldati da poco passate davanti ai nostri occhi in Medio Oriente, dalle notizie sempre troppo poco sottolineate sugli stupri come pratica sistematica di guerra, dalle violenze sistematiche sulle donne migranti nei campi di raccolta, dalle violenze delle cronache italiane. 

Non santini, ma grida 

L’orrore non deve essere edulcorato. Ogni sua sacralizzazione è pericolosa: può sublimarlo. Può di fatto moltiplicarne l’effetto, scolpendo nell’immaginario delle donne che sarà sempre così, e in quello degli uomini fragili – forse impotenti – che stuprare e uccidere è una via possibile per superare la frustrazione. Ogni santino di questo tipo può essere un grave danno, una sacralizzazione indebita. 

Resta tuttavia, senza negare questa possibilità, un’altra lettura: come Gesù di Nazareth, il Crocifisso, non dice che gli esseri umani devono essere torturati, ma è la più grande protesta contro la violenza – contro il peccato appunto in tutte le sue forme – così è delle immagini delle sante discepole. Il loro corpo violato, come quello degli uomini, rappresenta il Cristo, la cui vicenda grida nel luogo più sacro del cristianesimo “donne vita libertà”, grida che nessuna vita deve essere violata e sacrificata. Avrei scritto non sacrificata “in nome di Dio o di qualche altro valore”: non voglio però dirlo, assolutamente, perché quel “in nome di” non fa altro che occultare ben altre pulsioni, ben altra impotenza. 

Non verecondia femminile, ma cambiamento maschile 

In questo senso le sante invocate, dalle donne e dagli uomini che non stanno in quel luogo perverso, sono tante, anche Rosalia di Palermo, nella cui festa estiva da molto tempo ormai una intera Chiesa si oppone alla violenza, dicendo «Nessuno tocchi Rosalia». Per questo si deve rivisitare la vicenda di Maria Goretti, donna coraggiosa che per il rispetto di sé, della propria visione del mondo, ha resistito fino alla morte al tentativo di stupro – cosa ben diversa dal devozionismo che l’ha usata per insegnare la verecondia alle fanciulle, senza spostare i paletti della concezione della virilità

Per questi stessi motivi si deve anche ricercare una migrazione nordica di Giulia – come ancora suggerisce Balladore nel paragrafo “L’immensa pietà per il mondo” – che diventa Kummernis e Vilgefortis, come in Tirolo e nella immagine conservata a Praga: chiaramente una donna crocifissa, con tratti simili al bizantino Volto Santo venerato a Lucca, dunque con una lunga barba. Tralasciamo che somigli a Conchita Wurst, tralasciamo anche che le leggende su di lei dicano che abbia chiesto di avere la barba per mettere in fuga chi ne insidiava la purezza o che studi medici parlino di irsutismo e squilibri ormonali. Percorriamo piuttosto la via degli ex voto tirolesi: da questi vediamo che si rivolgevano a lei, accorati e resilienti, uomini costretti alla guerra, madri e mogli angosciate di soldati e anche donne che avevano subito violenza. 

Perché non è un destino inevitabile che gli uomini debbano essere violenti, debbano violentare e uccidere se rifiutati: esiste una maschilità migliore che pian piano alza il capo e la voce contro tutto questo. Perché ogni vita sia rispettata, perché ogni violenza sia ripudiata, perché ogni anelito trovi espressione nei luoghi più santi delle religioni, liberate dalla spirale di odio che le minaccia.


Teologa, docente di Storia della chiesa antica, Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, Milano



Fonte: Il Regno delle donne

 
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