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Enzo Bianchi "Il dono delle lacrime"

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La Repubblica - 9 agosto 2021
per gentile concessione dell’autore.

In questi giorni di Ferragosto Torino è quasi deserta, c’è poca gente in strada e il traffico è diminuito, la città quasi silente. 

I giardini ombrosi sono poco frequentati, soprattutto non ci sono le corse dei bambini che giocano, ma ci sono gli anziani, seduti sulle panchine ad assaporare un po’ di fresco per combattere la calura pomeridiana. Anch’io sono rimasto in città e nel tardo pomeriggio scendo nei giardini che costeggiano il Po e all’ombra di grandi alberi frondosi penso, contemplo, scruto soprattutto i volti di quelli che come me non fanno nulla e restano soli su una panchina senza attendere nessuno, semplicemente guardando il fiume che scorre e lasciando al cuore e alla mente di vagare…Confesso che mi ha molto impressionato osservare uno di loro che piangeva: il volto restava immobile, ma le lacrime gli rigavano le guance. Non c’era un’espressione tragica o di protesta, semplicemente un volto, peraltro dolcissimo, solcato da lacrime che luccicanti scendevano senza venire asciugate… 

Linguaggio misterioso, mi sono detto ricordando le parole che Antoine de Saint-Exupéry mette in bocca al suo piccolo principe: "Il paese delle lacrime è così misterioso!". Tutti noi conosciamo le lacrime, caratteristica tipica dell’umano e universale, espressione specificatamente nostra fin dalla nascita. Perché piangiamo? Come mai esprimiamo con il medesimo linguaggio delle emozioni sia la gioia che il dolore? 

Perché le lacrime danno sollievo all’anima? Sì, le lacrime sono parole, linguaggio non verbale, sono una forma di comunicazione con gli altri: a volte richiesta di attenzione, altre volte espressione della propria fragilità; talora, nella solitudine, sono linguaggio del cuore per parlare a noi stessi! 

Perché le lacrime sono eloquenti, sempre. Purtroppo la nostra epoca soffre della patologia degli "occhi asciutti", alcune volte non si sa piangere, anzi si disprezzano le lacrime, e le si respinge con una durezza che è innanzitutto durezza del cuore, sklerokardía. Eppure persino i ciechi conoscono il pianto, rivelandoci che gli occhi non sono destinati unicamente a vedere, ma anche a piangere, come osservava acutamente Jacques Derrida. Mi piace pensare alle lacrime come a un esercizio dei sensi del nostro corpo, l’arte di essere presenti alla presenza altrui. Pochi lo sanno, ma nella plurisecolare sapienza della tradizione cristiana c’è una preghiera per ottenere il dono delle lacrime, perché chi vive una vita interiore intensa sa che le lacrime sono presenti là dove c’è un cuore vulnerabile, sensibile, pieno di compassione, mentre sono assenti in chi è orgoglioso, superbo, malato di philautìa, cioè amore di sé. Ma le lacrime nascono anche dal non luogo interiore presente in noi, questo abisso senza luce che ci abita, dove scopriamo di non coincidere con noi stessi e di approdare a volte in regioni infernali. Le lacrime sono l’eloquenza di questa ferita e, cauterizzandola, la purificano. 

Sì, beati coloro che piangono…
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