Piero Stefani "Le stelle di Abramo. Fratelli sotto tutti i cieli"

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Il Regno
Parole delle Religioni
Le stelle di Abramo. Fratelli sotto tutti i cieli
Piero Stefani

Non occorreva l’anno dantesco per sapere che tutte e tre le cantiche della Divina commedia terminano con la parola «stelle». Nella chiusa dell’Inferno il termine è declinato in relazione a Dante e a Virgilio: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Un verso applicato più volte a esperienze, serie o lievi, vissute da chi mette alle proprie spalle circostanze buie per entrare in una situazione migliore.

A conclusione del Purgatorio la parola è riferita soltanto a Dante che è ormai reso: «Puro e disposto a salire alle stelle». Espressione già molto più difficile da collegare al vissuto del lettore, per lui quelle stelle metaforiche sono ancora lontane.

A chiusura del «poema sacro» (qualifica applicabile, in senso stretto, soltanto al Paradiso), le stelle, deposto ogni riferimento umano, sono rapportate direttamente a Dio: «L’amor che move il sole e l’altre stelle». La Commedia termina su una nota cosmologico-divina.

Anche la tutt’altro che esaltante lettera apostolica di papa Francesco Candor lucis aeternae, dedicata al VII centenario della morte di Dante (cf. Regno-doc. 7,2021,201), si conclude citando l’ultimo verso del Paradiso. Lo fa all’insegna delle due qualifiche che, nel documento, più caratterizzano il poeta: profeta di speranza e testimone dell’umano desiderio di felicità. Dante infatti «può aiutarci ad avanzare con serenità e coraggio nel pellegrinaggio della vita e della fede che tutti siamo chiamati a compiere, finché il nostro cuore non avrà trovato la vera pace e la vera gioia, finché non arriveremo alla meta ultima di tutta l’umanità, “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par. XXXIII, 145)».

Conviene citare anche il verso precedente: «Sì come rota ch’ugualmente mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle». Di che amore si tratta? In Dante ci sono pochi dubbi sulla presenza in questi versi conclusivi di una profonda impronta di matrice aristotelica; Dio muove come causa finale: «movet ut amatum» (Aristotele, Metafisica XII, 7). Per questo motivo «amor» va scritto con la minuscola; non è Dio, è ancora un desiderio (termine il cui etimo rimanda a sidera) che tutto fa muovere verso di lui: «Quando la rota che tu sempiterni /desiderato...» (Paradiso 1,76-77).

Vi è un «tu» divino, quindi vi è creazione, tuttavia vi è pure una tendenza a eternizzare il circolare ordine del cosmo («la rota che tu sempiterni»). Tommaso d’Aquino nell’opuscolo De aeternitate mundi afferma che soltanto la rivelazione biblica indica che non c’è una creatio ab aeterno; in base alla ragione non è infatti assurdo pensarlo. Il desiderio è eterno come lo è l’ordine cosmico; ciò avviene per la semplice ragione che è il primo a essere inscritto nel secondo.

Le stelle non tramontano.

Guardare il cielo e camminare sulla terra

Anche a Ur, nel suo recente viaggio in Iraq, papa Francesco ha parlato di stelle; lo ha fatto all’inizio e non già alla fine del suo dire: «Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle (cf. Gen 15,5). In quelle stelle vide la promessa della sua discendenza, vide noi. E oggi noi, ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo camminiamo sulla terra» (cf. Regno-doc. 7,2021,198).

Da millenni, aggiunge il papa, contempliamo le stesse stelle; esse brillano assieme per illuminare le notti più oscure. L’unico cielo gremito di astri esprime un messaggio che simboleggia la fratellanza umana.

Con Abramo le stelle entrano nella storia, non indicano l’eternità ma la discendenza. Non a caso sono segni sostituibili con l’immagine terrestre della sabbia che è sul lido del mare (Gen 22,17). Astri e rena simboleggiano una discendenza numerosa in cui una generazione sorge per lasciare il posto all’altra che le succede. Solo Dio rimane in eterno, di fronte a lui anche le stelle tramontano. A rendere il sidereo declinare uno snodo fondamentale per affermare l’unicità di Dio è soprattutto il Corano. Lo fa proprio in riferimento ad Abramo.

Secondo l’islam, Abramo simboleggia la possibilità di giungere a Dio a partire dalla constatazione che gli elementi del mondo non si reggono da soli. Egli è il prototipo di chi è in grado di uscire dall’idolatria anche senza godere di una rivelazione positiva. Abramo raffigura, perciò, la persona umana che giunge a Dio consultando esclusivamente il libro del creato; tuttavia a dircelo sono testi tramandati e scritti senza i quali nulla sapremmo dell’esistenza dell’«amico di Dio» (Corano 4,125; Gc 2,23). Per affermare la capacità di Abramo di risalire dal creato al Creatore, atto compiuto senza memoria e senza racconti, dobbiamo ricorrere al Corano, parola di Dio rivelata e scritta.

Abramo esce nella notte e vede il cielo stellato e, preso da stupore, assume le stelle come il proprio signore, ma poi gli astri si dileguano ed egli esclama di non amare quanto tramonta. Lo stesso avviene per la luna e per il sole. Allora Abramo disse: «Popolo mio, del vostro politeismo io non ho colpa, io volgo il viso verso Colui che creò i cieli e la terra, da anf, io non sono un idolatra» (Corano 6,78-79).1

anf è un termine di solito reso in italiano con l’espressione «monoteista puro», ci si riferisce perciò a colui che crede nel Dio unico non in virtù del suo appartenere a una religione specifica: «Abramo non era né ebreo né cristiano ma un anf, era sottomesso a Dio e non era un idolatra» (Corano 3,67). Non è però affatto occasionale che nell’elencazione manchi il termine musulmano. È perfino superfluo ricordare che in arabo «sottomesso» ha la stessa radice di islam. Si comprende dunque perché sia l’umma (comunità) musulmana a prolungare nel tempo storico la fede propria dell’anf.

Guardare oltre le stelle

I versetti che precedono immediatamente il racconto in cui Abramo dichiara di non amare quel che tramonta contengono una premessa che rende il passo più intrecciato con la rivelazione avvenuta nel tempo di quanto non appaia a prima vista. «Ricorda quando Abramo disse a suo padre Azar: “Vuoi prendere degli idoli come dèi? Vedo che tu e il tuo popolo siete in evidente errore”. Così mostrammo ad Abramo il regno dei cieli e della terra perché fosse di quelli che credono fermamente» (Corano 6,75-76).

La scoperta progressiva di affidarsi al Dio unico dopo aver preso le distanze da ciò che tramonta è, dunque, preceduta dall’atto divino di mostrare ad Abramo «il regno dei cieli e della terra». Non siamo di fronte a un tentativo razionale di passare, per gradi, dal mondo creato al Creatore; non si va alla ricerca di prove filosofiche dell’esistenza di Dio a posteriori. La premessa del discorso coranico è che «in principio» c’era il monoteismo puro: il politeismo o, se si vuole essere più aspri, l’idolatria costituiscono una degenerazione e non già uno stadio embrionale da cui elevarsi a poco a poco.

Quello di Abramo è un monoteismo puro, però non c’è dubbio che anche lui fu per un periodo un idolatra (suo padre era fabbricatore di idoli). È altrettanto certo che, una volta uscito da questa falsa convinzione, egli divenne campione della lotta contro l’idolatria (pure qui si registrano analogie con alcune tradizioni giudaiche).2

In un certo senso si sarebbe indotti a ipotizzare che il processo di rottura con il proprio padre idolatra sia l’equivalente coranico di quanto la Bibbia presenta come la chiamata rivolta ad Abramo di uscire dalla sua terra, dal suo parentado e dalla casa paterna (cf. Gen 12,1). La fede in Dio, quando non è direttamente connessa con l’ordine cosmico, comporta sempre rotture di legami.

Nei passi del Deuteronomio che riespongono la rivelazione dell’Horeb (il nome impiegato da questo libro biblico per indicare il Sinai) vi è un versetto, sospeso tra divieto e concessione, che riguarda proprio gli astri: «Quando alzi gli occhi al cielo e vedi il sole, la luna, le stelle e tutto l’esercito del cielo, tu non lasciarti indurre a prostrarti davanti a quelle cose e a servirle; cose che il Signore, tuo Dio, diede in sorte a tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli» (Dt 4,19).

Il verbo alaq (reso dalla traduzione CEI con «dare in sorte») può essere tradotto, forse più esattamente, pure con «assegnò a tutti i popoli» o «spartì tra tutti i popoli». Nello spirito tipico del Deuteronomio in quel «tutti» non si fa rientrare sé stessi, anzi si prospetta una netta distinzione (per non parlare di contrapposizione) tra sé e gli altri: le stelle sono per loro e non per noi.

Fu il cosmopolitismo ellenistico a individuare nel Dio del cielo il Padre comune rispetto al quale si è tutti fratelli. Lì il cosmo e il divino si implicavano reciprocamente; di contro, per affermare l’universale fratellanza fondata sul Dio di Abramo (non riferibile però ad Allah) occorre guardare oltre le stelle.

 

 

1 La storia trova corrispondenza in testi giudaici. Cf. «Apocalisse di Abramo 7,17», in Apocrifi dell’Antico Testamento, vol. III, Paideia, Brescia 1999.

2 Cf. «Berešit Rabbah 38,13», in Commento alla Genesi (Berešit Rabbâ), traduzione, versione e note di A. Ravenna, a cura di T. Federici, UTET, Torino 1978.

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