Credere dopo la crisi: riscoprire la Chiesa domestica

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Nel nostro cammino di riflessione su pandemia, crisi e ritorno alla fede abbiamo individuato “tre cose da fare” e abbiamo già sottolineato l’importanza e l’urgenza di liberarci da tutte le false immagini di Dio, specialmente dinanzi per rinnovare il nostro modo di pensare e di annunciare Dio dinanzi al mistero della sofferenza, del male e del dolore del mondo.

Ma, come abbiamo potuto percepire soprattutto nei primi mesi della pandemia e del lockdown, la crisi ha in qualche modo a che fare anche con il nostro modo di essere Chiesa. La sospensione delle celebrazioni eucaristiche e dell’ordinaria attività pastorale ha suscitato diverse reazioni e, insieme al servizio di quanti hanno avviato belle iniziative soprattutto attraverso i social, ha rivelato qualcosa di serio. Diciamolo cosi: la pandemia ha messo il dito nella piaga, portando alla luce alcuni nostri modi di pensare e immaginare la Chiesa e alcuni nostri modi di vivere la liturgia su cui occorre riflettere non poco. Sottolineo brevemente due immagini di Chiesa emerse in questo periodo.

La prima è la Chiesa super-potenza. Nonostante l’aggressività del virus e il numero di contagiati e vittime, è andata crescendo in alcuni settori una certa reazione alla decisione di sospendere le celebrazioni; alcuni hanno parlato di sottomissione dei Vescovi e della Chiesa alla scienza e alla politica o, addirittura, di limitazione della libertà di culto. C’è qui un’idea di Chiesa intesa come super-potenza separata dal mondo, una realtà “politica” che deve dimostrare e difendere la propria rilevanza e libertà, senza tener conto di ciò che accade attorno, si trattasse anche di una pandemia.

La seconda è la Chiesa-spettacolo: il digiuno eucaristico ha generato molta sofferenza. Tuttavia, il modo di affrontare questa situazione ha rivelato una mancanza di discernimento, di equilibrio e serenità di giudizio. Essendo forse troppo abituati a correre anche noi, sul ritmo di agende pastorali sempre cariche di attività e riunioni di ogni genere, siamo stati presi dall’ansia del vuoto. E abbiamo dovuto riempire il vuoto in diretta su streaming e sui social. Di certo l’uso dei social è un’occasione, ma non sono mancati esempi di spettacolarizzazione della liturgia e di proposte pastorali in cui al centro c’era sempre e solo il prete, ritenendo di fatto superflua la presenza del Popolo di Dio. Si è considerato imprescindibile celebrare la Messa e, perciò, la si è fatta anche in streaming. Cioè: il prete l’ha celebrata e il popolo l’ha vista davanti a uno schermo.

Se riflettiamo attentamente su quanto è accaduto, ci accorgiamo che la crisi può essere un’occasione positiva. Essa ci chiama uscire da una concezione pastorale, liturgica e più in generale spirituale, fondata esclusivamente sulla celebrazione della Messa. La celebrazione eucaristica non è solo importante, ma fondamentale; tuttavia, specialmente in questo nostro tempo spesso indifferente alla fede, la sola celebrazione della Messa, ripetuta quasi in modo meccanico, ostinatamente proposta talvolta come unica azione liturgica anche nei giorni feriali, evidenzia una seria carenza di creatività pastorale e il fatto che nelle nostre comunità. A fronte di numerose e spesso poco curate celebrazioni eucaristiche, ci sia poco spazio per l’annuncio, l’evangelizzazione, le altre forme della preghiera cristiana, la centralità della Parola di Dio e in particolare la lectio divina. Papa Francesco afferma in Evangelii gaudium che c’è un predominio della sacramentalizzazione su altre forme di evangelizzazione.

La pandemia ci ha anche fatto vedere una rinascita della Chiesa domestica. Sono nate interessanti esperienze di preghiera in famiglia, liturgie della Parola celebrate nelle case, celebrazioni domestiche preparate e vissute con semplicità e familiarità, nello spezzare di un pane azzimo appena sfornato. Una Chiesa con al centro i battezzati. Una Chiesa viva laddove la gente vive: nelle case.

Come ha affermato il vescovo di Pinerolo Derio Olivero: se riprenderemo con una pastorale che sarà di nuovo “solo la Messa” e non avremo imparato che bisogna offrire lectio sulla Parola, momenti di riflessione comune e di confronto tra gli adulti, sostegno alla fede nelle case…allora non avremo imparato nulla!

Quando finisce la notte, la Chiesa potrà riscoprirsi come comunità vivente con la centro la Parola di Dio. Comunità che riscopre la gioia dell’annuncio e dell’evangelizzazione, che organizza la propria vita pastorale non solo nell’edificio ecclesiale, ma anche nelle case e nei quartieri della città. Una Chiesa finalmente in uscita.

don Francesco Cosentino

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