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Coronavirus: "Verso le 23 squilla il telefono"

Ricevuto e condiviso
da Rosanna Virgili
ma non scritto da lei

Verso le ore 23 squilla il telefono, mi stavo quasi per addormentare mentre leggevo ancora qualche notizia riguardante le ultime stime dei vari ospedali della mia regione e dell’Italia intera.
E sì, ho molti amici e colleghi infermieri che lavorano senza sosta in ospedali deputati a questo famoso virus e il pensiero è sempre rivolto a loro e l’apprensione è sempre presente. Qualche amico/a è risultato positivo e sta trascorrendo la sua quarantena in isolamento domiciliare. Le videochiamate per ora sono l’unico canale di comunicazione per farsi vicini.
Il telefono suona e il nome che compare è della mia carissima amica infermiera con cui abbiamo condiviso tantissimo, dall’università, alle passioni semplici, dal matrimonio alle scelte che la vita ci ha portate a fare. Rispondo! Sento una voce “rotta” dall’altra parte che inizia la conversazione solo con qualche parola tra un singhiozzo e l’altro: “Aiutami…aiutami…aiutami, mamma non c’è più, aiutami”. Non mi escono le parole, a stento balbetto qualcosa, cerco di rassicurarla con qualche frase strampalata ma capisco che non sono di nessun aiuto. Piange come non l’ho mai sentita, dice che questo virus le ha portato via anche la possibilità di stare accanto alla madre proprio negli ultimi giorni e attimi, gli ultimi respiri, morta in un anonimato crudele, in un letto d’ospedale attaccata ai macchinari attorniata da personale medico come tutti gli “infetti” in questo momento, ma senza il calore di un affetto. 
Rimango con il cellulare in mano, attaccato all’orecchio e le lacrime rigano anche il mio viso per l’impotenza di dire e di fare qualcosa. Ci salutiamo, ho percepito che è lì in ospedale fuori dal reparto, l’hanno raggiunta i suoi fratelli, almeno non è sola ad affrontare questo strazio. 
Dopo la telefonata inizio ad arrovellarmi nei miei pensieri e ad inquietarmi per questa situazione assurda. Ma non si può morire così, almeno senza guardare negli occhi un tuo caro o stringere una mano o sentire una voce. 
Mi vesto, prendo le chiavi della macchina e senza dire una parola ai miei familiari vado verso l’ospedale sperando di intercettarla, almeno con gli occhi. La vedo dal fondo del corridoio e mi faccio forza, cammino sempre più velocemente e sento che sto attraversando e violando i divieti, le righe gialle o rosse, sento di esagerare e di non tenere più a bada la ragione. 
Eppure questo è il bene. Sento che quello che sto facendo è umano e doveroso. Anche lei mi vede e mi viene incontro, ci abbracciamo fortemente, sotto lo sguardo un po’ attonito dei fratelli e di due infermieri che passano proprio in quel momento. Un abbraccio “rubato” un abbraccio “proibito” e “bandito”. Abbiamo entrambe oltrepassato il divieto, ci siamo strette profondamente e pianto insieme. Non è cambiato nulla, mamma non c’è più, ma forse lei ha potuto abbracciare un corpo amico e in quell’abbraccio forse sentire un respiro diverso di vita. 
Mentre ritorno verso casa le parole di una canzone di Lucio Battisti riempiono la mia solitudine e danno senso a questo momento… “Nasce il sentimento, nasce in mezzo al pianto e s’innalza altissimo e va…” (Il mio canto libero). L’amore è più forte di tutto, la morte non trattiene neanche una briciola, non ne ha nè il potere né la forza. Stai serena amica mia, ora è il tempo del pianto e del dolore, ma tutto si concluderà in un bellissimo abbraccio! Ne sono certa.

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