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Rosanna Virgili "Il sigillo di fuoco del bacio di Dio"




Sui passi dell’Esodo
a cura di 
17 novembre 2019

«Il Signore disse: ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Esodo 3,7). Così il Dio del roveto riprende a parlare con Mosè. Colmo di pietà verso quel popolo che grida dalla terra d’Africa, Egli l’ha posto nel suo cuore e adesso è sceso per dargli risposta. Ci aspetteremmo che Dio facesse un proclama delle gesta che si appresta a compiere di suo stesso pugno, col potere del prodigio, tipico di ogni dio. Ma le sue concrete intenzioni sono in tutt’altro senso: Dio non dice a Mosè: “Vieni con me” ma un sorprendente: «Perciò va’! Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti». Non sarà Mosè a mettersi al seguito di Dio ma Dio a porsi sulle orme di Mosè. «Io sarò con te», è l’unica garanzia che gli assicura.

Quella che viene intesa come la narrazione della vocazione di Mosè inizia come una sorta di provocazione, con una richiesta che appare troppo grande per essere presa sul serio. «Chi sono io per andare da Faraone?» risponde infatti Mosè, senza l’indugio di un istante. Molti anni prima egli era scappato dall’Egitto, proprio per scampare alla giustizia e alla polizia di Faraone. Non è che la prima di una serie di ben cinque obiezioni che Mosè farà a Dio, a Colui che, per contro, lo incalza a un ritmo serrato almeno quanto la sua resistenza. Andrai da Faraone e andrai dai tuoi fratelli ebrei e se ti chiederanno come si chiama il Dio che ti manda, tu risponderai: «Io-sono mi ha mandato a voi; il Dio dei vostri padri» (3,14). Dovrai fare di te un corpo di memoria del “Dio con loro”, di un alleato fedele, di un amico, di un padre adottivo. Dovrai farli sognare che non saranno soli sulla via del deserto e del riscatto. Ma ci sarà l’unico che “è”, il Dio compagno dell’Esodo, il Dio della loro liberazione.

Mosè non è disposto a compiere quell’esodo – da se stesso – prima dei fratelli lasciati in Egitto; vuole tenersi stretti i privilegi della sua vita “privata”, dopo aver fatto tanto per riuscire a ritagliarsela. Alla chiamata di Dio egli inanella una serie di “no”: non mi crederanno, non so parlare, non ci voglio andare… splendidamente umano è il reiterato diniego di Mosè a farsi ostaggio della misericordia di Dio verso la gente di nessuno al mondo. «Perdona, Signore, non sono un buon parlatore (…) sono impacciato di bocca e di lingua»: ben sapendo che l’arma della libertà e del dono della terra sarà la parola (e non la spada!) Mosè oppone il limite della sua balbuzie. Come potrò condurre gli ebrei nel Paese della Promessa se non riesco a pronunciare le parole necessarie? Ed ecco, allora, la mossa a sorpresa di Dio che dà a Mosè lo scacco matto: «Non vi è forse tuo fratello, Aronne il levita? Io so che lui sa parlare bene (…) Io parlerò alla sua e alla tua bocca e vi insegnerò ciò che dovrete fare» (4,15).

A questo punto il rude pastore della steppa cede alla proposta di Dio; insieme a un fratello, in “due o più” si può cambiare il mondo! Si può lottare per la giustizia, per la libertà, per il diritto alla vita di tutti. Col sigillo di fuoco del bacio di Dio.

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