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Alla ricerca del Natale perduto (Enzo Bianchi - La Stampa, 24 dicembre 2010)

Natale ritorna. Ritorna con la sua luce anche in questi giorni che sono segnati dalle notti più lunghe dell’anno. Ritorna annunciato da milioni di piccole luci che sembrano voler ornare le nostre città e le nostre case. Ritorna nei giorni più freddi e questo suo ritorno annuale, questa ripetizione può anche generare noia e fastidio se ciò che si ripete manca di senso, non accende un certo stupore, non apre alla speranza.
Da qualche anno, interrogativi inediti hanno comunque iniziato ad aleggiare sul Natale e sul modo di celebrarlo. Da un lato si è accentuata sempre di più la dimensione commerciale delle «festività di fine anno», che non a caso hanno assunto anche nella terminologia una dimensione slegata dall’evento della nascita di Gesù: ormai pochi, anche tra i cristiani, rammentano e testimoniano nei fatti che il mese precedente il Natale è il tempo dell’Avvento, cioè dell’attesa del ritorno del Signore, e si interrogano sulla coerenza di certi comportamenti con il messaggio cristiano. D’altro canto, assistiamo a curiose e a volte aspre polemiche circa l’opportunità o meno di celebrare in spazi laici e pubblici - in primis nelle scuole materne ed elementari - cerimonie «natalizie»: recite, canzoni, mostre di disegni, feste rievocative vengono improvvidamente cancellate per un malinteso senso di rispetto delle altre tradizioni religiose oppure enfatizzate e promosse per brandire un’identità «contro» l’altro.

Verrebbe da chiedersi se queste tensioni e contraddizioni non possano essere colte come opportunità per un serio ripensamento della propria fede - o non fede - e del suo modo di esprimersi anche pubblicamente in una società ormai multiculturale: il fatto che determinate tradizioni natalizie non siano più accolte come scontate da tutti potrebbe essere un’ottima occasione per una purificazione del modo che i cristiani hanno di vivere la propria fede e di testimoniarla nella compagnia degli uomini. Siamo così sicuri che gli aspetti ritenuti più ovvi e caratteristici delle festività natalizie abbiano davvero a che fare con la fede in Gesù, nato da Maria, venuto nel mondo per narrare a tutti il volto misericordioso di Dio? Pensiamo realmente che la presenza di giovanotti bardati da vecchi bonaccioni nei centri commerciali rimandi al mistero della notte di Betlemme? O che dei buffi pupazzi che si arrampicano sui nostri balconi o si calano dai camini in concorrenza con streghe a cavallo di una scopa rievochino l’annuncio di «una grande gioia per tutto il popolo» o «la pace in terra per gli uomini di buona volontà»? E che coerenza mostra chi difende accanitamente la recita scolastica con melodiosi canti natalizi facendone un evento irrinunciabile per il proprio figlio e poi non si pone nemmeno il problema di una sua partecipazione alla messa di mezzanotte o del giorno di Natale? 

In questo tempo ritrovato che le feste ci offrono, potremmo ripensare a come molte tradizioni si sono formate nel corso della storia, in un intreccio fecondo tra fede e cultura. Così, per esempio, i cristiani delle primissime generazioni seppero unire la loro fede in Gesù, luce del mondo, alla celebrazione del «sole invitto» nel solstizio invernale; così san Francesco riuscì a calare nella realtà contadina dell’Italia medievale l’atmosfera del presepe che richiamava quanto accaduto nella campagna di Betlemme milleduecento anni prima; così, per venire a tempi più vicini a noi, la figura di san Nicola trapiantata da Mira ai paesi nordici è scesa di nuovo fino in riva al Mediterraneo per affiancarsi a «Gesù bambino» nel colorare con la gioia del dono fatto e ricevuto la notte di Natale. E che dire dell’albero adorno di luci e addobbi, un tempo sconosciuto nei paesi della cattolicità latina? E a quando risale la lieta tradizione del pasto di festa che riunisce le persone che si amano e che vogliono vivere per una volta in una dimensione dilatata e gioiosa l’evento quotidiano della convivialità a tavola?
Sì, cosa pensiamo davvero quando diciamo «Natale»? Riscoprire e riaffermare i connotati più propriamente cristiani della festa - il Dio che si è fatto uomo perché ha tanto amato il mondo - non significa rinchiudersi in un ghetto esclusivo, ma mostrare inedite capacità di narrare con il linguaggio della nostra cultura in continuo mutamento la perenne «buona notizia» che riguarda tutta l’umanità: la nascita di Gesù è abbraccio tra giustizia e verità, è incontro fecondo tra cielo e terra, è speranza e promessa di pace e di vita piena. 

Enzo Bianchi

Fonte: MonasterodiBose

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