Lidia Maggi "Come ti smaschero il potere"

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La storia di Ester che salvò il suo popolo con intelligenza e diplomazia
teologa e pastora battista
Giugno-Luglio 2019

“Chissà che tu non sia diventata regina proprio per questa circostanza” (Est 4,14).

La letteratura biblica, confrontandosi con le strutture patriarcali della storia in cui si radica la Parola, osa interrogarsi sulla strategia di resistenza finalizzata non tanto ad abbattere con un piccone la diga del patriarcato, quanto, piuttosto, ad aprire una breccia che faccia gradualmente infiltrare acqua così da inondare il potere maschile fino a sommergerlo.

È solo un caso che i libri dedicati alle figure femminili, nelle Scritture Sacre, scandiscano il ritmo delle feste più solenni di Israele?
Dei cinque rotoli letti durante le celebrazioni, tre mettono in scena storie di donne: Rut, la moabita, che si prende cura della suocera ebrea, ricordata ogni anno nella festa di Pentecoste, quando Israele celebra il dono più grande che Dio ha fatto al suo popolo, la Torà. Durante la festa di Pasqua, che evoca il passaggio dalla schiavitù alla libertà, è in compagnia della misteriosa ragazza del canto più bello, il Cantico dei Cantici, che il popolo rivive la sua liberazione. Ed infine, a Purim viene rappresentata la straordinaria vicenda di Ester, la regina ebrea, che non ha esitato a mettere a repentaglio la propria vita per salvare il popolo. In quest’unico caso, l’origine stessa della festa coincide con la storia di Ester. Mentre è possibile evocare il passaggio del mar Rosso ed il Sinai senza citare il Cantico e il libro di Rut, la festa di Purim, memoria di quando Dio cambiò le sorti di un popolo condannato allo stermino, sarebbe incomprensibile senza conoscere le gesta di questa regina coraggiosa.

Nelle quinte del potere politico
Apparentemente, la storia di Ester ha tratti fiabeschi, scenari da “Mille e una notte”. Sembra richiamare la vicenda di Shahrazad o di Cenerentola. Ester, infatti, è di umili origini: ebrea, orfana di padre. Ha trovato accoglienza a casa dello zio Mardocheo, che l’ha allevata a Susa, durante il dominio persiano. L’accostamento con il genere letterario della fiaba è voluto dall’arguzia narrativa di chi, per aprire una breccia nella muraglia del potere, allestisce una rappresentazione teatrale per mettere in scena la maschera del potere e la ridicolizza o, almeno, la ridimensiona. Ma davvero il re di Persia è così potente? Il gran sovrano emana decreti immutabili, talmente immutabili da rimanerne vittima lui stesso, come nel caso dell’allontanamento della regina Vasti, punita per un atto di insubordinazione. Peccato che il re, in seguito, ne senta una nostalgia incolmabile; ma non può richiamarla indietro: il decreto di espulsione, da lui stabilito, glielo impedisce. E così il re più potente del mondo deve rinunciare alla sua regina, rimanendo vittima dei suoi stessi decreti.
Il comico e il tragico, l’epico e il ridicolo abitano lo stesso territorio narrativo del libro di Ester, dove viene messo in scena un potere maschile che solo apparentemente è inespugnabile. A guardarlo bene è un mondo di cartone, uno scenario teatrale di cartapesta. Una grande mascherata dai tratti così deformati da apparire ridicoli. Una caricatura del potere fatta dai piccoli della terra, anzi, dalle piccole!
Durante la festa di Purim, dove il racconto di Ester viene drammatizzato, il popolo si maschera, proprio come a carnevale. Il mondo viene messo sottosopra e, almeno per un giorno, il povero si traveste da re. Il libro di Ester mette sottosopra il mondo, ma non per sempre. Non ha il piglio profetico del Magnificat o il linguaggio apocalittico del giudizio divino, rimandato ai tempi ultimi. Ester abita una terra di mezzo, ancora in attesa di un compimento; e in questa storia, percorre strade più sapienziali. Nelle vicende grigie della storia, dove i ricchi sono sempre più ricchi, i potenti sempre più potenti e i poveri e gli ultimi sempre più poveri e ultimi, il racconto di Ester opera una crepa nell’immutabile tragico corso della storia, raccontando che, per un giorno o poco più, il potere incrollabile dell’impero più potente del mondo è stato sconfitto da un popolo sottomesso, grazie alla sapienza della sua regina.
Se il potere non lo puoi sconfiggere del tutto, puoi almeno ridicolizzarlo, riderci sopra, e gridare con l’innocenza infantile: «il re è nudo!».

C’era una volta…
La finzione narrativa mette in scena un’eroina ebrea dai tratti fiabeschi che, tuttavia, non arriva a corte come Cenerentola, per un invito al ballo. La ragazza è stata rapita, strappata ai suoi affetti contro la propria volontà. Un vero “ratto delle Sabine”, messo in atto per trovare tra le ragazze del regno la sostituta della regina Vasti, scacciata da corte per aver osato disubbidire al re quando si è rifiutata di presentarsi al banchetto regale, dove sarebbe stata esibita come un trofeo. È così che il libro prende avvio.
C’era una volta una regina coraggiosa, che si oppose al potere prepotente del suo re, ma con l’unico effetto di essere scacciata e sostituita da un’altra regina apparentemente meno coraggiosa, più capace di stare al proprio posto. Lettrici e lettori sono subito istruiti sul fatto che il potere femminile è più formale che reale. Di fatto la regina, alla corte di Persia, è totalmente controllata dal re; e se non si sottomette alle sue volontà, viene esiliata, se non uccisa. Strana regina è Ester, una ragazza ebrea, rapita e segregata a corte! Vincitrice di un concorso di bellezza con stupro finale incluso. E se poi non piacerà al re, sarà rinchiusa a vita nel suo harem; se invece troverà ancora grazia ai suoi occhi, dovrà passare la vita in sala di attesa, per essere convocata nelle stanze regali quando e come il re desidera.
Ester è bella e saggia: una bellezza che le apre le porte del consenso intorno a sé, una saggezza che, all’inizio, coincide con la capacità di stare al proprio posto, di ubbidire ed essere sottomessa. Ubbidisce agli ordini dello zio Mardocheo, in servizio a corte, che le ha vietato di svelare la propria identità religiosa e di mascherarsi da “persiana” (del resto, a carnevale ci si maschera!). Ubbidisce al re e persino agli eunuchi che la sorvegliano. Ma Ester è personaggio che evolve: mentre tutti gli altri rimangono gli stessi, caricature dai tratti ben definiti, Ester cambia e da fanciulla sottomessa e ubbidiente si trasformerà in autorevole regina. La sua sapienza, se agli inizi coincide con il sapere stare al proprio posto, sempre più acquista i tratti dell'astuzia messa in atto dal debole per cambiare le cose senza gesti eclatanti. Non diventa mai opportunista e sfrutta al meglio le poche possibilità per il bene del popolo.

Resistenza e resilienza
La resistenza al male non viene da lei attuata nello stile di Mardocheo, il quale rifiuta di inchinarsi davanti al visir, il terribile Aman, scatenando l’odio e la persecuzione. E così, Mardocheo, che voleva rimanere fedele a Dio, in realtà, con il suo gesto di fedeltà, porta sull’orlo del genocidio il suo popolo. Ester non agisce così. Non prende di petto il potere: lo affronta disorientandolo. Quando si rende conto che il popolo rischia la vita, decide di agire da regina. Aman ha raggirato il re estorcendogli un decreto che fissa per lo sterminio degli ebrei una data, estratta a sorte: un giorno di vendetta per l’insubordinazione di Mardocheo. Ester cercherà di arginare la forza distruttiva di quel decreto. Sa che non le è permesso presentarsi in presenza del re senza essere convocata; e tuttavia osa farlo.
La grave situazione richiede di correre il rischio. Cerca, per quanto possibile, di rispettare l’etichetta persiana e, vestita di tutto punto, aspetta che il re si accorga della sua presenza e stenda il suo scettro su di lei. «Che vuoi regina Ester? Qual è la tua richiesta? Fosse anche la metà del mio regno ti sarà concesso!» (5,3). Ester non espone al sovrano ambizioni personali; formula, invece, una strana richiesta: invita il re ed Aman ad un banchetto. Porta, cioè, la battaglia nei territori femminili, là dove ci si nutre, si fa conversazione; una battaglia che fa posto alla convivialità. Il piano di Ester è quello di far credere ad Aman di godere delle sue simpatie. Dopo essere stato ospite speciale al banchetto della regina, assieme al re, Aman è convinto di piacere alla regina che, invece, sta tessendo intorno a lui i fili della trappola. Il re è felice del banchetto ed è tempo di inoltrare la richiesta.
La regina non si appella a principi etici: usa la diplomazia e informa il re sui danni economici che la morte di un popolo suddito potrebbe causare alle casse del re: «Io e il mio popolo siamo stati venduti per essere distrutti, uccisi, sterminati. Ora, se fossimo stati venduti per diventare schiavi e schiave, avrei taciuto; ma il nostro avversario non potrebbe riparare al danno fatto al re con la nostra morte» (7,4). Il re è colpito dalla sapienza della regina così preoccupata degli «interessi del regno». Aman si sente scoperto e, mentre il re si allontana, si aggrappa alle gambe della regina per implorare clemenza. È così che viene trovato al rientro del re e sarà condannato per l’unico crimine che non ha commesso - «tentato stupro della regina» - e impiccato alla forca che lui stesso aveva preparato per giustiziare il suo nemico Mardocheo. Il decreto emesso non può essere annullato, ma al popolo viene concesso di difendersi dall’attacco. L’arguzia intelligente di una fragile regina ha salvato un popolo da una strage annunciata, capovolgendo le sorti. A lei è dedicata la festa che celebra i ribaltamenti storici, la vittoria temporanea dei deboli contro i poteri di morte imperanti nella storia umana, nell’attesa della sconfitta definitiva, rimandata ai tempi ultimi.
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