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La risurrezione, trionfo della fedeltà

La Pasqua è il segno del Padre che non abbandona il Figlio nella morte, e di Gesù che non abbandona i discepoli nella disperazione. La meditazione del biblista Bruno Maggioni nell’editoriale della Rivista del Clero italiano edita da Vita e Pensiero

Parlando della sua passione, Gesù ha sempre fatto riferimento anche alla risurrezione. Il legame che unisce la Croce con la risurrezione è inscindibile. Anche l'angelo che annuncia alle donne la risurrezione ricorda nel contempo la passione: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui» (Mc 16,6).

La risurrezione è un giudizio di Dio che capovolge le valutazioni degli uomini. Dio ha fatto risorgere proprio colui che gli uomini, a nome suo, hanno crocifisso. La risurrezione è la verità del Crocifisso.

Tutto il Nuovo Testamento afferma che la risurrezione di Gesù è un fatto reale, concreto, avvenuto e testimoniato, non un simbolo o una semplice speranza. Gesù è veramente risorto. La fede sta o cade con la resurrezione, come afferma anche Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto: «se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede» (1 Cor 15,14).

La risurrezione di Gesù è reale, ma non è un semplice ritorno alla vita terrena. Gesù è andato avanti, non è tornato in dietro, è entrato in una dimensione nuova, è entrato nella gloria del Padre. Questo dato di rivelazione apre il credente a una grande e concreta speranza, che poggia sull'amore di Dio. Il Risorto mostra che Dio è fedele ed è il Vivente, e non abbandona alla morte ciò che ha creato.

Fondamento della speranza, la risurrezione di Cristo dice pertanto la verità più profonda dell'uomo: solo la nuova esistenza glorificata, infatti, permette di fare una diversa lettura di questa vita segnata dalla vanità e dal peccato. L'uomo ha sete del definitivo, desidera ciò che è sicuro, ma poi si scontra con ciò che è relativo e provvisorio. Lo sforzo che l'uomo compie per la propria liberazione dal peccato sembra irrimediabilmente condannato alla sconfitta. La parola di Dio, l'amore, i veri valori sono spesso perdenti, combattuti o lasciati nell'indifferenza; le parole degli uomini sembrano più efficaci della parola di Dio, gli idoli più affascinanti del vero Dio, e così il peccato sembra annullare ogni sforzo di liberazione.

Queste riflessioni ci portano ai piedi della croce, nel momento in cui l'amore sembra sconfitto dal peccato, la verità dalla menzogna, la vita dalla morte, la promessa di Dio dal suo apparente abbandono.

Ma dopo la croce c'è la risurrezione, nella quale è possibile un radicale cambio di prospettiva. La fatica di vivere non appare più come un affannarsi inconcludente. Il Vangelo rivela che chi ripercorre la via di amore, di dedizione e di obbedienza al Padre che Gesù ha aperto, sperimenta che la fedeltà di Dio verso l'uomo, la Sua promessa di vita, è più forte del peccato e della morte.

L'uomo che si apre alla fede nella resurrezione vive la gioia di un'esistenza che ha trovato finalmente il suo fondamento e la sua ragione. Un'esistenza che continua a essere faticosa, segnata dalla contraddizione, ma anche consapevole di essere vittoriosa sulla morte e sul peccato, perché fondata sulla fedeltà dell'amore di Dio.

Ecco perché, tornando al vangelo di Marco, le parole dell'angelo alle donne presso il sepolcro vuoto, non sono solo informazioni, ma un imperativo missionario preciso: «andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro» (Mc 16,7). Per andare è però prima necessario vincere la paura che paralizza: «Non abbiate paura!» (16,6). Alle donne è affidato un messaggio che non riguarda direttamente l'evento della risurrezione, ma la fedeltà di Gesù verso i discepoli: «Egli vi precede in Galilea, là lo vedrete, come vi ha detto» (16,7). Il riferimento è alla profezia fatta da Gesù nell'imminenza della sua passione (Mc 14,27-28), una profezia a due facce: l'abbandono dei discepoli («tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse»), e la fedeltà di Gesù («Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea»).
Gesù, infatti, appena risorto, pensa ai discepoli che lo hanno lasciato solo. Lo hanno abbandonato, ma per Lui sono sempre i suoi discepoli.

Per questo la risurrezione è il trionfo della fedeltà: del Padre che non abbandona il Figlio nella morte, e di Gesù che non abbandona i discepoli nella disperazione.

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