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Enzo Bianchi "Come si ascolta la terra cantare"

La Repubblica - 17 febbraio 2020
dal sito del Monastero di Bose 

Ho sempre sentito il comandamento “Amerai il prossimo tuo come te stesso” come un imperativo ad amare anche la terra come me stesso. Non si può amare l’altro, il prossimo, senza amare la terra, perché l’altro sta di fronte a me e condivide lo stesso mio spazio, perché ha una vita che dipende dalla vita della terra e anche perché, come me, è terra: venuti dalla terra, torniamo alla terra.
Ma che cos’è la terra che amo?
È la terra su cui cammino e vivo; è la mia terra delle colline coperte di vigne del Monferrato; è la terra morenica, boscosa e piena di grandi sassi in cui abito; è la terra del mio orto; è la terra che sa generare la vita e accoglie la morte. Il mio è un amore viscerale, tanto che a volte mi sembra di poter abbracciare la terra e che essa possa ascoltare le mie confessioni di passione per lei.
Non è una dea, ma è il dono essenziale che Dio ci ha fatto perché possiamo essere e vivere.
La terra mi ha accolto quando sono uscito dal ventre di mia madre, mi ha aiutato a “stare in piedi” a camminare con speranza, mi sta aiutando nell’arte di “lasciare la presa”, di consentire che essa mi accolga, apra le braccia al mio corpo e permetta che io diventi lei stessa. Ma come si ama la terra?
Innanzitutto si tratta di imparare a vederla, ad ascoltarla, a conoscerla, in una vera e propria relazione nella quale, crescendo l’assiduità, cresce anche l’amore. La terra chiede di essere osservata così come si presenta nelle sue variazioni dovute ai ritmi del giorno, della notte e delle stagioni. Nel buio la terra emerge solo con la luce, sia pure poca; allora acquista almeno un profilo, anche se le ombre sembrano avvolgerla. Ma al mattino la terra, accogliendo la luce, si mostra, si veste di molti colori e inizia a cantare. La terra è fatta di cose: un ruscello, un prato che fiorisce, un bosco che della luce sa fare un’ombra, la mia quercia centenaria che è la prima cosa che al mattino guardo con gioia uscendo dalla cella. Dal vedere sgorga poi il celebrare: celebro, dunque canto la terra, o meglio la vita, mia, nostra, di noi umani e della terra insieme. Umani perché venuti dall’humus, e dunque umili per natura. Non essere umili è il grande peccato contro natura!
Secondo la tradizione ebraica e cristiana Dio non ha solo creato con la sua parola e con il suo soffio la terra, ma l’ha affidata ai terrestri: Adam riceve la terra per essere il suo giardiniere; giardiniere, non sfruttatore, che la devasta, la opprime, la fa ammalare. Perché non ci domandiamo cosa abbiamo fatto e continuiamo a fare contro la bellezza e la bontà della terra?
Terre avvelenate dai rifiuti, terre cementificate da costruzioni insensate, terre sfruttate … Fa impressione rileggere le parole di Alano di Lilla, un monaco del XII secolo: “Uomo, ascolta cosa dice contro di te la terra, tua madre: perché fai violenza a me che ti ho partorito dalle mie viscere? Perché mi tormenti e mi sfrutti per farmi rendere il centuplo? Non ti bastano le cose che ti dono, senza che tu me le estorca con la violenza?”.

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