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Luciano Manicardi “Un umanesimo integrale: la cura della vita e della dignità di ogni persona”

Venerdì 20 marzo 2026 
Lectio magistralis "Un umanesimo integrale: la cura della vita e della dignità di ogni persona"

biblista, monaco della comunità di Bose

5° Convegno nazionale del Servizio nazionale CEI per la pastorale delle persone con disabilità, promosso in collaborazione con la Diocesi di Bergamo e la Diocesi di Brescia. Titolo: "NOI, comunità e progetto di vita". Tre giorni di riflessioni, esperienze, storie, progetti, momenti di spiritualità per 500 partecipanti e 70 relatori.

La disabilità: memoria di dimensioni costitutive dell’umano 

La persona con disabilità si presenta agli occhi dei “sani e integri” come visibilmente segnata da una mancanza, da carenze di vario tipo che confliggono con l’immagine di “normalità” che li abita. Una “normalità” che, nella società della performance e della competizione, dell’apparire e del successo, non sopporta ciò che può incrinare o minare l’immagine di riuscita che essa persegue. 
Questa “immagine” di normalità, che diviene narrazione dominante, è un costrutto culturale che rimuove quelle dimensioni d i indisponibilità, fragilità, limitatezza e caducità che sono costitutive dell’umano. Per cui la costruzione di un umanesimo degno di questo nome trova un contributo decisivo nell’esperienza di disabilità. L’“immagine” di normalità a cui sto facendo cenno coglie nella disabilità uno stigma. Che cos’è uno stigma? 
Il sociologo Erving Goffman, scrive: “ Un individuo che potrebbe facilmente essere accolto in un ordinario rapporto sociale possiede una caratteristica su cui si focalizza l’attenzione di coloro che lo conoscono alienandoli da lui, spezzando il carattere positivo che gli altri suoi attributi potevano avere. Ha uno stigma, una diversità non desiderata … Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana” . Non proprio umana o meno umana, poco cambia: siamo di fronte al problema radicale che la disabilità pone: Che cos’è l’umano? Chi è un essere umano? Per gli umani c’è la possibilità di disumanizzarsi. 
Siamo di fronte al problema capitale che la contemporaneità oggi ci presenta: che cos’è l’umano? Che oggi appare schiacciato tra la sempre possibile ricaduta nelle mille forme dell’inumano (dalla guerra al bullismo, dalla violenza di genere al mobbing) e le opportunità e le incognite del post -umano, mosso in buona parte dall’anelito di potenziare l’umano liberandolo dal limite e dalla fragilità. Quando, in verità, fragilità, “finitudine e vulnerabilità non sono ostacoli sulla via … della compiutezza umana, ma confini che definiscono il perimetro della nostra umanità”. Limiti al cui interno si sviluppa l’umanità. 
Così, la disabilità è un’esperienza specifica che può rivelarsi capace, come scrive Julia Kristeva, di “illuminare la complessità dell’umano”. Ed è dunque decisiva per la costruzione di un umanesimo integrale, che abbracci tutto l’uomo e tutti gli uomini (gli esseri umani, uomini e donne). La disabilità illumina la visione dell’umano. Come? 

Quale che sia la forma della disabilità – fisica o mentale, dalla nascita o dovuta a incidenti o malattia –, essa si presenta come una ferita irreparabile o correggibile solo in parte, e così essa evoca lo spettro di ciò che non può essere controllato, che sfugge al controllo. La menomazione che diviene disabilità evoca la dimensione dell’ indisponibile . Evoca una dimensione su cui non si ha potere. O almeno su cui si ha potere solo molto parzialmente. In una cultura tecnologica, che tutto vuole manipolare e utilizzare, sfruttare e controllare, perfino il tempo, perfino la morte (si pensi alla cosiddetta società postmortale), tutto dev’essere pensato come disponibile e disponibile immediatamente. In questo contesto la memoria dell’indisponibile è inaccettabile. La disabilità contesta la pretesa di controllo dell’uomo sull’esistenza, sulla vita e su ciò che è più che mai “suo”, dell’uomo: il suo corpo, la sua mente, le sue relazioni. 

La disabilità diventa anche scomoda memoria di una possibilità che è per tutti: la disabilità è una possibilità dell’umano e questo rende il “sano e abile” un essere temporaneamente abile. In questo senso, la persona con disabilità può essere percepita anche come minaccia. In realtà essa minaccia una visione - questa sì “monca”, parziale e “menomata”, e dunque non vera, irreale - dell’umano. Una visione che reseca via dimensioni sentite come “scomode”, certamente indesiderabili, ma pure reali e possibili se è vero che anche sul piano numerico la “popolazione” delle persone con disabilità costituisce “la terza nazione del mondo” (Matteo Schianchi). L’umano è decisamente più complesso rispetto a tale visione monolitica, irenica e irreale. 

L’essere umano è costitutivamente carente, segnato da una serie di mancanze . L’antropologia ci insegna che l’uomo è un essere incompiuto e, rispetto ai mammiferi superiori, condizionato da una serie di carenze tali che “si può dire che in condizioni naturali l’uomo sarebbe stato già da tempo eliminato dalla faccia della terra” (Arnold Gehlen). Maria Zambrano ricorre all’immagine della nascita prematura per indicare la fragilità costitutiva dell’essere umano. L’uomo è l’essere nato prematuramente, la cui maturazione è molto più lenta rispetto a quella degli animali. Egli necessita di un tempo notevolmente lungo per diventare autonomo. 
Ma questa mancanza è ancora più radicale: l’uomo è l’essere che insegue e ricerca se stesso, che non si possiede: è carente s ul piano dell’essere. 

Egli è anche segnato da limiti: la vita è compresa tra quei confini che sono la nascita e la morte. E la vita esiste, anche a livello biologico, grazie alla morte (si pensi al fenomeno dell’apoptosi, la morte cellulare “programmata”): solo ciò che vive muore. Un fiore di plastica non appassisce, ma dov’è la sua vita? E la sua bellezza? Il limite crea la forma. Senza limite vi è caos e informe. La negazione positiva è la funzione del limite, che dà forma, e dunque vita, a ciò che limita. Il limite è dunque condizione e possibilità della vita e della relazione. Ma anche questa verità elementare è rimossa dal prometeismo dell’ ego, dal delirio di onnipotenza che abita la società postmortale. 

L’uomo, infine, è costitutivamente fragile. Condillac, nel suo Dizionario dei sinonimi, distingue caduco da fragile in questo modo: “Le cose sono caduche perché devono finire; sono fragili perché possono finire in ogni momento”. La fragilità ha in sé la promessa di una minaccia che incombe. Anche ciò che appare forte e indistruttibile in verità ha in sé i germi della caducità e dello spezzamento futuro. 

Della condizione umana fanno dunque parte dimensioni come dipendenza, cura, divenire, imponderabile. In questo senso la disabilità illumina la complessità dell’umano attuando un lavoro di verità circa la condizione umana stessa. Queste dimensioni di fragilità e dipendenza riguardano tutti, anche se possono risultare più visibili in chi è portatore di disabilità. Ma in questo, la disabilità apre gli occhi a coloro che, non volendo vederla, si chiudono nella cecità e non vedono più nemmeno se stessi. E qui comprendiamo la frase che Giuseppe Pontiggia lascia cadere all’interno del suo libro Nati due volte, in cui si riflette la sua esperienza di padre di un figlio con disabilità, e che recita: “Quando diciamo che l’esperienza ci aiuta a capire l’handicap, omettiamo la parte più importante, e cioè che l’handicap ci aiuta a capire noi stessi” .

Continua sul sito della Pastorale Disabili

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