Simona Segoloni "Il Vangelo oltre il patriarcato"
La teologia femminista come pratica di trasformazione.
Ora, se il presupposto è ritenere ingiusto che le donne non abbiano le stesse opportunità di vita degli uomini, il nemico da sconfiggere perché questo finisca è un silenzioso e innominato sistema socio-culturale che definiamo patriarcato. Con questo si intende un sistema di riferimento valoriale e pratico per il quale si ritiene normale (e si costruiscono pratiche e sistemi sociali conseguenti) che gli uomini maschi abbiano maggiori opportunità di accesso ad ogni tipo di bene proprio in quanto maschi.
Tutto questo non è estraneo alla teologia e alla tradizione ecclesiale, perché queste sono storicamente e culturalmente collocate per cui il sistema patriarcale ha contaminato pesantemente le pratiche, le parole e i riti ecclesiali. Il problema per la Chiesa è che il Vangelo non è patriarcale e promette la pienezza della vita per donne e uomini senza offrire criteri di discriminazione o differenze di ruoli per credenti femmine e credenti maschi.
Le interpretazioni patriarcali del Vangelo, dunque, che discriminano le donne e ne limitano le possibilità di accesso alla vita e alla pratica ecclesiale, sono da ritenersi illegittime, contrarie al Vangelo stesso.
Questo è il cuore della teologia femminista, che ha oramai 60 anni di pubblicazioni scientifiche per ogni aspetto della fede cristiana. E da qui deriva una predicazione che ha la pretesa di trasformare le istituzioni ecclesiali e tutto ciò che le riguarda, proprio come il femminismo tout court ha la pretesa di trasformare le società e le culture.
Il problema è che mentre la predicazione fondata sulla riflessione critica femminista è accolta dalle chiese per lo più con entusiasmo (basta vedere quante teologhe vengono chiamate a predicare nelle parrocchie, nelle diocesi, negli istituti religiosi, e a quante è chiesto di scrivere testi divulgativi e scientifici), non mancano persone (soprattutto fra i responsabili ecclesiali) che ritengono questo tipo di riflessione teologica contraria al Vangelo o ai (del tutto presunti) valori cristiani. Questo accade perché moltissimi credenti non si interrogano per niente sulla condizione delle donne e non pochi ritengono che la condizione precedente le conquiste femministe fosse di gran lunga migliore per le società e per le donne stesse. Non possono dirlo in questo modo, quindi si nascondono dietro perifrasi mistificatorie come: l’eguaglianza non deve farci perdere la ricchezza della differenza (traduci: la pari dignità non si discute, ma guadagnare meno o non avere parola pubblica nella chiesa sono la vostra specifica differenza); va bene combattere le ingiustizie ma non bisogna scadere nella rivendicazione (traduci: puoi anche dire che sei discriminata, ma non devi pretendere di cambiare il sistema perché altrimenti quelli che ora ne sono avvantaggiati perdono i loro privilegi) e via così. Altro argomento molto gettonato per screditare le riletture femministe, senza poterle contrastare nel merito e nella solidità delle loro proposte e senza poterne negare la capacità liberante e vivificante per molte e molti, è quello di richiamarsi alla natura. Ci sarebbe una differenza di natura fra maschi e femmine, voluta da Dio, e questa differenza di natura (che nessuno sa definire) si traduce spontaneamente e pacificamente (cioè acriticamente e senza nessuna reale riflessione) in differenti ruoli o opportunità legati al fatto di nascere maschi e femmine.
Le resistenze dipendono sostanzialmente dal fatto che non si vuole in nessun modo cambiare un sistema di relazioni (che sia la società e la chiesa poco importa, come poco importa cosa dice il Vangelo in proposito o quale sia stato lo stile di Gesù e delle prime comunità cristiane) che vede gli uomini avvantaggiati e responsabili della vita delle chiese senza alcun bisogno del contributo delle donne, qualunque siano i loro carismi e la loro formazione (se non per gentile concessione maschile di volta in volta).
La situazione ricorda quella dei movimenti contro la schiavitù delle persone nere: si guarda a chi vuole “innovare” come ad un sovvertitore dell’ordine naturale, che poi sarebbe quello che viene da Dio. I neri erano considerati da molti schiavi per natura, cioè per volontà di Dio che li aveva creati così, similmente ancora si afferma che le donne vadano confinate in ruoli “specifici” e spazi “adeguati” per natura, cioè perché Dio le ha create così. Il problema per le chiese è che tale argomento non tiene in nessuno dei due casi né sul piano razionale né sul piano evangelico.
Anzi, quando le teologhe femministe propongono le loro interpretazioni molte persone sentono cadere pesi che gravavano sulle loro spalle e che nemmeno sapevano di avere, mentre altri (di solito quelli che hanno fatto del sistema ingiusto in cui viviamo qualcosa di legato alla propria identità) si stizziscono.
Certo chi è in posizione di potere non ha alcun interesse nella promessa di Dio di innalzare gli umili, come chi gode della ricchezza sovrabbondante può solo temere di perdere parte del proprio superfluo se quelli che ora sono affamati verranno saziati. D’altra parte il ragionamento è sensato: se il potere e le responsabilità vengono aperte alle donne, ce ne saranno meno per gli uomini, così come se le ricchezze vengono meglio distribuite, chi ora è nell’abbondanza avrà di meno. Tale logica, però, per quanto facile da comprendere, non ha alcun valore per chi ha fatto del Vangelo il fondamento della propria esistenza: questi vogliono la vita per tutti e tutte, hanno fame e sete della giustizia, non vogliono che nemmeno uno di questi piccoli e piccole si perda, sanno che Dio non fa preferenza di persone.
È molto doloroso in quanto teologhe femministe accorgersi della reazione contraria di persone che credono nel nostro stesso Vangelo. Ci si domanda con tristezza perché non riescano a vedere la bellezza di promuovere la vita di tutti, ma si ha ben chiaro che nessuno ci è nemico se non il sistema culturale che ci imbriglia tutti e cerca di sottrarci il Vangelo. Per questo si può solo continuare a studiare, fondare interpretazioni, offrire risultati, avviare pratiche trasformative, prendere parola qualificata, perché sappiamo che questo porterà più vita non solo a noi, ma a tutti, come il Vangelo insegna.
