Massimo Recalcati "L’illusione dei ragazzi di periferia"
20 marzo 2026
La domanda non è quella di un mondo più giusto ma di un’integrazione conformista al sistema seppure considerato ingiusto. Il conflitto politico non prende più la forma di uno scontro tra mondi diversi, ma si è trasformato in una competizione per accedere agli stessi oggetti di desiderio.
Uno tra gli autori più amati del mondo del rap e tra i più lucidi autori italiani di questo genere, Fabio Rizzo, in arte Marracash, ha come uno dei suoi temi rappresentativi la vita nelle periferie. È la dimensione più autobiografica della sua opera: prima l’impatto disorientante con il quartiere della Barona nella periferia Sud-Ovest di Milano, poi la vita della strada e i suoi miti, infine il suo lento e tortuoso processo di riscatto. Anche per questo la sua figura ha assunto per molti giovani un carattere quasi mitologico. Non si tratta soltanto di un autore di successo, ma di una voce capace di interpretare una condizione esistenziale diffusa, quella di chi è cresciuto ai margini della città e avverte sulla propria pelle la distanza incolmabile tra la promessa sociale di inclusione e la realtà vissuta dell’esclusione.
Ma la sua scrittura non indulge mai alla retorica dell’autocelebrazione del reietto o
dell’eroe fuori dalla legge. Al contrario, registra con una lucidità quasi clinica la
tensione che attraversa le periferie contemporanee. In sintonia con l’ultimo Pasolini,
Marracash sembra cogliere una trasformazione decisiva nella vita delle nuove
generazioni nelle periferie. Mentre c’è stato un tempo nel quale quei ragazzi
difendevano la loro differenza dal mondo borghese e dai suoi valori affermando con
orgoglio la propria diversità, attualmente questa eterogeneità sembra essersi dissolta.
La periferia non si oppone antropologicamente al centro perché la precarietà, la povertà
e la segregazione sociale non alimentano più la necessaria e giusta rivendicazione dei
diritti quanto piuttosto la protesta di essere esclusi dal privilegio del centro. Quella che
Pasolini definiva “società dei consumi” rivela qui il suo efficace e sconcertante potere
di assimilazione.
Se si osservano in particolare le nuove generazioni si dovrà constatare che gli oggetti
del desiderio sono i medesimi: l’orologio, le scarpe, il giubbotto, i gioielli, i simboli
effimeri del successo appaiono del tutto equivalenti, valgono tanto per la periferia
quanto per il centro. L’eterogeneità che distingue l’una dall’altro non sembra
esprimersi più attraverso modelli di vita alternativi ma unicamente attraverso la
distanza economica che separa chi può possedere gli oggetti-idoli da chi vive invece la
frustrazione di poterli solo desiderare senza mai possederli. Aveva allora ragione
Walter Benjamin quando descriveva il capitalismo come una specie di nuova religione
di massa. Una religione senza trascendenza, fondata unicamente sul culto permanente
del carattere idolatrico delle merci.
Marracash registra questo mutamento con la precisione di un sismografo. Nel brano
Power Slap formula una domanda ironica e insieme sconsolata: “Il cash compra la
felicità, dov’è il negozio?”. Non è soltanto una battuta. È la forma sarcastica che
assume una diagnosi sociale: la promessa della felicità è stata completamente assorbita
e sequestrata dalla logica effimera del consumo. In questo scenario il commovente
“straccio rosso di speranza” agitato dalle mani degli operai che vivevano nelle periferie
romane, celebrato da Pasolini nella poesia titolata Il pianto della scavatrice e raccolta
ne Le ceneri di Gramsci, sembra non appartenere più a quei luoghi. Non perché la
sofferenza sociale sia scomparsa. Tutt’altro. Piuttosto perché si è alienata
antropologicamente la spinta stessa del desiderio nelle nuove generazioni. La domanda
non è quella di un mondo più giusto ma di un’integrazione conformista. Per questa
ragione il conflitto politico non prende più la forma di uno scontro tra mondi diversi,
ma si è trasformato in una competizione per accedere agli stessi oggetti di desiderio.
Il voto elettorale più recente nelle grandi città sintetizza bene questa svolta. Milano ne
è un esempio evidente: la sinistra vince nei quartieri centrali e perde nelle periferie.
Non solo perché ha progressivamente smarrito il contatto con i ceti più popolari, ma
perché il potere di omologazione di questo nuovo totalitarismo degli oggetti riduce il
conflitto sociale a una lotta per realizzare gli stessi obiettivi: essere al centro e non in
periferia. Non esiste più una vera opposizione tra concezioni del mondo. Esiste
piuttosto una domanda diffusa di integrazione nel sistema.
La violenza dei cosiddetti maranza, per fare solo un esempio di cronaca, non contesta
affatto il culto consumista degli oggetti firmati nel nome di una valorialità differente.
Non si ribella affatto al sistema ma esige di farne pienamente parte. La periferia non è
più il luogo di una controcultura, ma è diventato un terreno in cui la promessa
dell’integrazione sostenuta dal discorso del mercato, proprio mentre incontra il suo
tragico fallimento sociale – la povertà e la precarietà che si sono sempre più diffuse
negli ultimi anni –, dissemina l’illusione dell’assimilazione ottenuta attraverso il
possesso effimero degli idoli del capitalismo.
