Vito Mancuso “L’intelligenza ci tiene in vita”
L’Ai, come noi, funziona se ha un cuore. Non è vero che nasciamo tabula rasa, siamo sistemi di relazione e dati.
C'è una sola intelligenza ed è quella naturale da cui quella artificiale procede: questa è la tesi alla base del nostro convegno che io faccio mia con convinzione. È quanto l'umanità nei suoi vertici spirituali ha avvertito fin dall’antichità, parlando di tale unica intelligenza ora in termini di Logos, ora di Nous, Sophia, Dharma, Tao, Maat, a seconda delle lingue e delle culture.
Vorrei però richiamare la vostra attenzione su questi due punti:
1) Il procedere dell'intelligenza artificiale può diminuire, deviare e alterare l'intelligenza naturale;
2) l'uso dell'intelligenza naturale può essere orientato altruisticamente oppure egoisticamente. Cosa permette di riconoscere i diversi usi dell'intelligenza? La stessa intelligenza, è chiaro, ma salita a un livello superiore. Ed è su questi due punti (pericolo dell’intelligenza artificiale e profondità dell’intelligenza naturale) che voglio soffermarmi …
Sulla base della tesi secondo cui c'è una sola intelligenza affermo che dire “vita” e dire “intelligenza” è la medesima cosa. Ogni vivente, infatti, vive gestendo informazioni: le acquisisce e le processa al fine di rispondere ai due imperativi biologici impostigli dalla natura, la nutrizione e la riproduzione, e lo fa grazie a una facoltà interiore che viene chiamata intelligenza. Ognuno di noi esiste così fin dal primo giorno di vita in cui d’istinto cercavamo il seno materno, per cui si può dire che ognuno di noi vive grazie al suo essere intelligente. Non siamo per nulla tabula rasa, come alcuni ritengono; siamo al contrario un pullulare di connessioni e di scambi di informazioni tra le nostre molecole, le nostre cellule, i nostri organi, i nostri apparati, per cui l’intero nostro organismo è una continua elaborazione di dati tramite intelligenza (essendo l’intelligenza, insegna l’etimologia latina, capacità di relazione). Per questo sostengo che dire “vita” e dire “intelligenza” è la medesima cosa. Il che vale per tutti i viventi. Là dove c’è vita, anche nei più minuscoli microrganismi animali o vegetali, è all’opera l’intelligenza.
Da questo punto di vista è chiaro che il nostro rapporto con l'intelligenza artificiale deve trovare il suo criterio-guida nell'incremento dell'intelligenza naturale. Se le macchine con la loro straordinaria capacità di calcolo risultano al servizio della costitutiva intelligenza naturale grazie a cui viviamo, sono benvenute e vanno incoraggiate; se invece no, vanno limitate, evitate e persino combattute. Ma come stanno veramente le cose? Qual è e quale sarà l’effetto delle macchine intelligenti sull’intelligenza umana? Gli esperti rispondono alla questione in modi diversi e contraddittori.
Di chi fidarci? Come facciamo a scegliere tra chi ci dice che l'intelligenza artificiale è la più grande risorsa per il futuro e opporvisi è un'idiozia, e chi invece sostiene l'esatto contrario indicando in essa la più grande minaccia per la nostra umanità? Ben lungi dall’avere certezze, io posso avere solo intuizioni. Sono guidato dal criterio degli antichi romani: “cui prodest”, letteralmente “a chi giova”, cioè dalla valutazione dei concreti interessi di chi parla. Vale a dire: se chi denuncia i pericoli dell'intelligenza artificiale non ha nessun interesse nel farlo, e anzi proviene proprio da quel mondo rimanendo nel quale avrebbe potuto guadagnare immensamente di più ma ha preferito uscirne per avere libertà di parola, io d’istinto sono portato a fidarmi di quanto dice. Per questo ascolto con attenzione persone come Geoffrey Hinton, Nobel per la fisica nel 2024 e sviluppatore dell’IA presso Google, dimessosi dall’incarico proprio per lanciare l’allarme, il quale l’anno scorso a Berlino in data 21 maggio 2025 ha dichiarato: “L’intelligenza artificiale è come una tigre. Da cucciola sembra innocua, addirittura affascinante. Ma crescerà. E a meno che non siate certi che non vorrà uccidervi, dovreste preoccuparvi”. Hinton invita a preoccuparci e io mi preoccupo.
Ma perché mi preoccupo? Ecco la seconda questione. Intendo dire: chi me lo fa fare? E perché Hinton si è dimesso da Google? Cosa glielo ha fatto fare? Perché altri come lui prendono la parola per tutelare la libertà degli esseri umani? Nel rispondere a questa questione è in gioco qualcosa di molto importante, direi di decisivo: è in gioco quel superiore livello dell’intelligenza che si chiama “coscienza”. Più particolarmente, coscienza morale. Qui la nostra intelligenza sale di grado: non è più solo uno strumento per acquisire e processare informazioni al fine di sostenere la propria vita e incrementare la propria potenza, ma diviene una facoltà che giudica la realtà a partire da un altro criterio: non più il proprio interesse, non più la selezione naturale, ma la giustizia e il bene. Il bene comune. Il che significa che fino a quando ci preoccuperemo c’è ancora speranza che la nostra peculiare natura di esseri liberi e pensanti non andrà perduta.
C’è una sola intelligenza, ma il suo più alto compimento non è il calcolo. In fatto di calcoli gli antichi egizi erano e rimangono imbattibili, come dimostra la piramide di Cheope la cui costruzione in una ventina d’anni risulta tutt’ora così inspiegabile da portare alcuni a ricorrere agli alieni. Eppure gli egizi non individuavano il criterio-guida di un essere umano nella capacità di calcolo, ma nella sua capacità di giustizia, come insegna la scena della pesatura del cuore quando il defunto si sarebbe presentato davanti alla bilancia divina e il suo cuore sarebbe stato pesato avendo come contrappeso la piuma di Maat, la dea della giustizia. C’è una sola intelligenza, è vero. Ma il suo sigillo si chiama “cuore” e la sua più alta applicazione “intelligenza del cuore”. Se seguiremo questo criterio, l’intelligenza artificiale non potrà mai minacciarci ma sarà invece un nostro prezioso alleato.
