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Roberto Pasolini “La missione. Annunciare il Vangelo a ogni creatura”




Alla presenza del Pontefice la terza predica di Quaresima tenuta da padre Pasolini in Aula Paolo VI​.

Evangelizzare vuol dire presentarsi con umiltà all’altro, scoprire in lui il bene che lo abita, non offrire risposte ma suscitare domande nelle quali «Dio è presente e all’opera», lasciare spazio al dialogo. È un percorso articolato e pieno di spunti, centrato sull’esperienza spirituale di san Francesco, quello offerto dal predicatore della Casa Pontificia, padre Roberto Pasolini, nella sua terza meditazione per la Quaresima, stamani, venerdì 20 marzo, in Aula Paolo VI, alla presenza di Leone XIV

Sviluppando il tema generale «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura (2 Cor 5, 17). La conversione al Vangelo secondo San Francesco», il frate cappuccino si è soffermato oggi su «La missione. Annunciare il Vangelo a ogni creatura». L’annuncio della Buona Novella, ha detto, non va proposto «da una posizione di superiorità o di controllo», perché questo rischierebbe di tradirlo. «La nostra autorevolezza — ha infatti spiegato — non nasce dal ruolo, ma da una vita che accetta di entrare in questo dinamismo di amore». È un modo di stare al mondo con «piccolezza», «umiltà vissuta» e che rende fecondo l’annuncio del Vangelo. 

La missione, compimento della conversione e della fraternità, nasce «dal desiderio di condividere con altri l’esperienza» della Buona Notizia, ma tutto proviene dalla Parola. «Non si può parlare davvero — ha affermato padre Pasolini — di ciò che non ha ancora messo radici nella propria vita». Non si può restare «al riparo», ma «serve pazienza: custodire ciò che abbiamo visto e ascoltato, lasciarlo maturare nella preghiera, finché diventa vita prima ancora che parola». 

Bisogna però fare attenzione alla tentazione di «usare le cose di Dio per cercare approvazione o riconoscimento. Cristo — ha chiarito il predicatore — non è un’informazione da trasmettere, ma un mistero che abita l’umanità e chiede di essere riconosciuto perché possa emergere nella vita. Il Vangelo non si comunica come una semplice notizia; si dona come una vita che lentamente prende forma». 

Padre Pasolini è ricorso poi a un esempio calzante per spiegare come la presenza di Dio nel cuore dell’uomo cambi la vita e la relazione con gli altri. «È l’esperienza che vive una madre: prima porta il figlio dentro di sé, gli dà tempo di crescere, e solo dopo lo dà alla luce. Così è anche per la fede. Prima Cristo prende spazio dentro di noi, in silenzio, nella preghiera, nelle scelte quotidiane. E solo dopo può apparire all’esterno, nei gesti e nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri». In questa missione si parte senza sicurezze, preparando il terreno all’incontro che Gesù stesso desidera compiere. «Non siamo noi il centro dell’annuncio — ha evidenziato il cappuccino — ma il volto di Dio che possiamo, con semplicità, rendere trasparente e accessibile». 

È un movimento chiaro quello che si profila: prendere sul serio l’umanità dell’altro, «la sua capacità di bene, la sua disponibilità». Per farlo è necessaria «una povertà reale», ha rimarcato il predicatore, «presentarsi senza avere tutto e senza controllare tutto, accettare di dipendere anche dalla bontà e dalla sensibilità degli altri, e accorgersi che il regno di Dio è già presente, in modo nascosto, anche nella vita di chi non lo conosce ancora». 

«Evangelizzare, in questa prospettiva — ha proseguito padre Pasolini — significa dire agli altri, anche senza dire nulla, che è bello che esistano, che la loro vita ha valore. Non per confermarli semplicemente in ciò che sono, ma per accompagnarli a riconoscere, poco alla volta, la verità e la bellezza che portano dentro, senza avere fretta di ricondurli alle nostre idee». In proposito, il predicatore ha richiamato le parole di Papa Francesco sull’evangelizzazione perché «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione», quando cioè «la nostra presenza non soffoca la libertà dell’altro ma la risveglia». Su questa strada nasce il dialogo: «Non si tratta solo di saper parlare, ma anzitutto di saper ascoltare. E, quando viene il momento, di saper comunicare le parole della speranza che vengono da Dio». Dunque si tratta non di dare dare risposte immediate, ma di saper attendere le domande perché è Dio che «completa la nostra povera testimonianza». 

Il frate cappuccino ha ricordato l’episodio dei briganti che vivevano vicino ai frati sopra il Borgo di San Sepolcro; una convivenza difficile che porta san Francesco a una vera e propria illuminazione: offrire loro pane e vino e poi annunciare Dio. I briganti solo così riescono a cambiare vita perché sperimentano «accoglienza, rispetto e fiducia». Ciò che prepara davvero l’incontro, allora, è il cammino da fare insieme che accompagna le persone a interrogarsi. «Quando le parole nascono da un’esperienza reale, arrivano agli altri. Quando invece restano astratte e impersonali, non convincono nessuno. Nemmeno noi che le pronunciamo. Annunciare il Vangelo — ha detto quindi il predicatore — significa avvicinarsi con rispetto alla vita degli altri e riconoscere che, nella complessità della loro vita, c’è già una ricerca di senso, di bene, di verità». 

Padre Pasolini ha citato anche l’incontro di san Francesco con il sultano d’Egitto Al-Malik al-Kamil durante la quinta crociata. «A prima vista — ha commentato — sembrerebbe accadere poco: il sultano non si converte e Francesco non trova il martirio che cercava». Ma quell’incontro è terreno di dialogo e di crescita. Il Poverello di Assisi si presenta «semplice, povero, senza difese, si mette davanti all’altro così com’è». Il sultano riconosce in lui «la povertà e l’umiltà di Cristo», non si sente messo in discussione e per questo si apre. Il “miracolo” è che due uomini, in mezzo alla guerra, trovano il modo di incontrarsi davvero, scoprendo l’uno l’umanità dell’altro e scegliendo di «lasciarsi nella pace». Di qui, la riflessione sul fatto che «il Vangelo non si annuncia per vincere, ma per incontrare. L’altro — ha soggiunto il predicatore — non è un bersaglio da raggiungere, ma una soglia davanti alla quale ci si ferma, attendendo di essere accolti. Evangelizzare non significa accorciare la distanza a ogni costo, ma attraversarla senza cancellarla, custodendo la differenza come lo spazio in cui Dio continua ad agire nel cuore di ciascuno». Incontrare l’altro vuol dire anche ricevere, stare «sottomessi» come raccomandava san Francesco ai frati di fronte a persone di fede diversa. Sottomissione — ha precisato padre Pasolini — non vuol dire perdere la propria identità, né rassegnarsi di fronte all’altro per debolezza. Al contrario: «è una scelta libera di rispetto e di dialogo. Vuol dire riconoscere che l’altro non è un terreno da conquistare, ma una vita da incontrare, rispettare e accogliere. Chi accetta di porsi in questo modo permette all’altro di aprirsi, di emergere, di mostrarsi per quello che è. Questo modo di porsi è un atto profondamente evangelico». 

Infatti «Dio non si è imposto all’uomo — ha affermato ancora il cappuccino — ma gli ha fatto spazio. Non ha custodito gelosamente la propria grandezza: l’ha consegnata, perché l’altro potesse accoglierla e vivere». Quando c’è accoglienza, il bene emerge, «quel bene — ha concluso il predicatore della Casa Pontificia — in cui, in modo nascosto, è già presente il mistero di Cristo».

Scarica il testo della Meditazione


 


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