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La parola della domenica 22 Luglio 2012 (Casati)


Ger 23, 1-6
Ef 2, 13-18
Mc 6, 30-34

Non basta dunque il titolo di pastori: ai tempi di Geremia non mancavano pastori - capi, re, giudici, sacerdoti -, ma il loro era un titolo usurpato, avevano il ruolo, ma non avevano l'anima del pastore.
E si meritano il monito duro, durissimo di Dio: "Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo". È un oracolo contro -"dice il Signore contro", contro i pastori-: "...non ve ne siete preoccupati". Vi siete occupati di voi stessi, vi siete preoccupati di voi stessi, e non delle pecore. E le pecore sono allo sbando. Non ci sono pastori attenti, appassionati alle pecore. Anche ai tempi di Gesù non mancavano pastori. Ma quando Gesù, dopo la traversata del lago, sbarca sulla terra ferma, è preso da un sussulto al cuore, un sussulto di commozione: "Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore". Il piccolo brano del Vangelo di Marco che oggi abbiamo ascoltato ci ha fatto contemplare, oserei dire con emozione, la tenerezza di Gesù, il suo sguardo che va a cogliere la stanchezza, gli smarrimenti, la fatica, la fatica di vivere! Il pastore lo vedi da come ti guarda, dalla sua commozione, gliela leggi negli occhi: "...si commosse per loro". "Si commosse". È il verbo del padre che attende il figlio perduto, è il verbo del samaritano che, al contrario del sacerdote e del levita, si ferma. Checché se ne dica, e molto più di quanto si immagini, è questo cuore, è questa tenerezza, è questa commozione , che ancora oggi si cerca nella chiesa: non bastano i ruoli, non sono sufficienti i titoli, si cerca la commozione che leggevi negli occhi di Gesù. E dunque: "come guardiamo", prima di "che cosa diciamo". E forse -dico forse- va anche in questo senso l'invito di Gesù ai suoi apostoli all'inizio del brano che oggi abbiamo ascoltato. "Gli apostoli" -è detto- "si riunirono intorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato". È come se si sentissero loro i protagonisti, quasi presi dalla frenesia del fare e del dire... tanto che "non avevano più neanche il tempo di mangiare". E può sembrare strano che Gesù non faccia commenti alla foga degli Apostoli, che gli fanno relazione sui loro successi apostolici. L'unico commento è: "Venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un po'". Certo aveva letto negli apostoli una stanchezza -"riposatevi un po'"- ma forse aveva letto in loro il pericolo, sempre in agguato, di lasciarsi prendere dal ruolo, il pericolo di un attivismo esteriore, dove si ha cura di quello che si dice e si fa a meno del proprio cuore, meno del "come si guarda". Penso -posso sbagliarmi- che lo avvertiamo un po' tutti questo pericolo: quello di un attivismo che manca però di profondità. E Gesù che invita a una sosta, che non è una fuga dalle cose, non è un'evasione dai problemi, ma è riprendere contatto con la parte più profonda di noi stessi, il luogo solitario, in cui ascoltare la voce del vero pastore, che è lui, Gesù. È in questo luogo solitario che trova riposo il cuore. Non basta cambiare luogo per riposare, se poi i luoghi, pur diversi, vengono comunque contagiati dalla stessa ossessione, l'ossessione delle cose esteriori. Non basta, perché il bisogno che noi sentiamo è quello di ricuperare uno sguardo, uno sguardo diverso sulla realtà, uno sguardo più profondo, lo sguardo di Gesù, lo sguardo che prova compassione. Commozione: mosso è il cuore, non solo la testa, non solo le mani. Non so se potete condividere con me questa riflessione: a volte ho come l'impressione che questo eccesso di protagonismo, questa frenesia incontenibile, questa corsa dissennata ci stia portando anche a una sorta di spietatezza, quasi di cinismo. Come è importante allora la sosta nel luogo solitario. Per ritrovare uno sguardo, lo sguardo di Gesù che si commuove.
Fonte:sullasoglia

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