Mariapia Veladiano "Fratelli, in rete"
C’è un modo di stare in rete con garbo, costruendo pensieri di bene e un buon parlare. Mettendoci competenza umana, da protagonisti che non hanno paura.
La rete. Se ne parla ovunque e si intende Internet. Si dice «i pericoli della rete», e si pensa a truffe, adescamenti, false notizie più verosimili di quelle vere, un mare in cui si viene «pescati» e infatti esiste il pericolo di phishing (la parola è una variante di fishing, che significa pesca in inglese), cioè una truffa particolarmente affilata attraverso la quale ci vengono sottratti i dati personali che servono ad accedere ad account, conti correnti eccetera.
I dati registrano 43 milioni di italiani che frequentano la rete, il 93% delle persone tra i 15 e i 54 anni e il 68% tra i 65 e 74 anni. Quasi tutti, vien da dire, ma la rete risulta divisiva perché i giovani la frequentano ossessivamente, gli adulti la conoscono meno e diffidano. Però ci cascano. Per cui anche se la rete fa paura, e infatti ci sono corsi e podcast per difendersi dalla e nella rete e imparare a difendere i figli, però siamo tutti nella rete e quindi connessi. Ma come? Connessi e isolati, ha spiegato il neuroscienziato tedesco Manfred Spitzer in un bel saggio di qualche anno fa (Connessi e isolati. Un’epidemia silenziosa, Corbaccio, 2018). Connessi da postazioni bunker, dalle quali possiamo tutto osservare e commentare, che spesso equivale a un colpire affilato, ben protetto dalla distanza e a volte anche dall’anonimato. Così utilizzata, la rete ci rende nemici, semplicemente. Eppure la rete in sé è indispensabile alla nostra vita buona ed è necessaria a riconoscersi fratelli.
La nostra storia della salvezza conosce parole capitali che appartengono all’area semantica (è una «famiglia di parole dal significato vicino, amico») della rete. Prima tra tutte alleanza, il fondamento della storia del popolo ebraico. Una relazione che muove da Dio, che è certa e garantita dalla sua fedeltà, che inserisce gli ebrei in un progetto: la terra, la discendenza. I profeti poi spostano l’alleanza dentro il cuore dell’uomo, una trasformazione interiore che prepara il grande annuncio di Gesù, la buona notizia di Dio fatto uomo che riguarda non più solo il popolo ebraico ma tutti, chiamati a diventare più che alleati, a diventare fratelli. Fratellanza è un altro di questi termini, papa Francesco lo ha amato e in quel documento di straordinaria densità, tante volte citato, scritto per il lancio del Patto educativo, ha parlato della necessità di «costruire un villaggio dell’educazione dove, nella diversità, si condivida l’impegno a generare una rete di relazioni umane e aperte» (sul sito Vatican.va, 12 settembre 2019). La rete non è una trappola, è un impegno preciso, scrive Francesco, che chiede la nostra intelligenza e una nostra decisione.
Il rischio è quello di tutte le relazioni umane, cioè strumentalizzare l’altro (per il potere o il profitto), isolare l’altro (per un malinteso esagerato senso della diversità che diventa minaccia), isolare noi stessi (in una postura difensiva). Ma comunque la rete ai cristiani piace, perché è una espressione della fratellanza da costruire. I fratelli di sangue sono pochi e sempre meno, i fratelli di umanità sono l’intera famiglia umana. E anche quella rete ormai universale che è Internet può essere cosa buona anche per chi ne fa un uso non professionale, da persona comune. C’è un modo di starci che è pieno di garbo, costruito sul pensiero del bene, che dà informazioni che aggregano e creano piccole reti, appunto, di buon parlare, buon pensare che deriva dal conoscere meglio le cose e le persone. Si tratta, in definitiva, di stare nella rete con competenza umana, da protagonisti che non hanno paura.
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