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COMMENTO PATRISTICO IV Domenica di Pasqua (da Undicesima Ora)

                           
    S. Beda il Venerabile

Dall’Omelia II, 24

Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono. E io do loro la vita eterna, sicché non periranno in eterno. Chiunque perciò desidera sfuggire la morte eterna e contemplare la vita eterna, deve seguire la voce del Signore non solo ascoltando e credendo, ma anche vivendo bene. Che poi dica di conoscere le sue pecore, significa che le sceglie, e le predestina al regno celeste. Perciò Salomone dice: Il Signore conosce le strade che sono a destra (Pr 4, 27). E invece l’apostolo dice dei malvagi: Chi ignora, sarà ignorato (1 Cor 14, 38). Cosí il Signore di quelli che ascoltano la sua voce e lo seguono dice: Io do loro la vita eterna sicché non periranno in eterno.
Agli occhi degli stolti è sembrato che i martiri morissero, che perissero quando, sottoposti a tormenti di vario genere, perdevano la vita mortale; ma non periranno in eterno, non vedranno la morte in eterno, essi che, liberati dal carcere della carne, hanno in sorte i premi dovuti alla loro lotta. Di essi viene detto subito dopo: Nessuno le strapperà dalla mia mano. Certo gli empi persecutori cercavano di strappare i pii confessori dalle mani di Cristo, quando cercavano di costringerli con le torture a negare la fede per allontanare le loro anime da Cristo oppure, vinti da quelli che morivano, gettavano i loro corpi esanimi da imputridire nell’acqua o da bruciare nel fuoco, quasi volessero togliere a Cristo la facoltà di risuscitarli. Ma nessuno li poteva strappare dalla sua mano, come egli dice in un altro passo: Tutto mi è stato dato dal Padre (Mt 11, 27): aiuta a vincere quelli che combattono, li incorona vincitori perché regnino in eterno, a suo tempo renderà immortale la carne con la quale hanno combattuto. Con queste parole biasima anche la temerarietà di quelli che preparavano a lui insidie di morte, perché fa capire quanto fossero sciocchi a tramare la morte di colui che poteva dare la vita immortale, cui nessuno poteva strappare uno solo di quanti egli aveva preconosciuto suoi prima dei secoli.
Ma perché non sembrasse che con queste parole ricercava la sua gloria, fa risalire alla gloria del Padre tutta la sua potenza, aggiungendo: Ciò che il Padre mio mi ha dato è piú grande di tutto. È piú grande di tutto ciò che il Padre ha dato al mediatore tra Dio e gli uomini, all’uomo Gesú Cristo, cioè di essere suo Figlio unigenito in niente dissimile per natura da Colui che lo aveva generato o inferiore per potenza o posteriore nel tempo. Questa uguaglianza il Signore l’ha avuta nella divinità presso il Padre da prima che ci fosse il mondo, e l’ha ricevuta nell’umanità al tempo dell’incarnazione.

E nessuno le può strappare dalla mano del Padre mio. Delle sue pecore dice sopra: nessuno le strapperà dalla mia mano e ora aggiunge: e nessuno le può strappare dalla mano del Padre mio: in questo modo fa capire che una e uguale è la mano, cioè la potenza, sua e del Padre, e che perciò si doveva credere che era il Cristo egli che, non come gli altri, era stato santificato per grazia nel tempo ma era esistito da sempre come vero Figlio di Dio. Nelle parole seguenti espone questo concetto in modo piú chiaro della luce dicendo: Io e il Padre siamo una cosa sola. Dice: siamo una cosa sola, cioè abbiamo una sola sostanza, divinità, eternità, l’uguaglianza è perfetta, non c’è diversità.

Dal Sussidio biblico-patristico per la liturgia domenicale, a cura di don Santino Corsi, ed. Guaraldi

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