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Bauman, interprete di un mondo fragile

Chiara Giaccardi e Mauro Magatti
Avvenire 10 gennaio 2017

Nell’epoca in cui la figura del padre sbiadisce, dopo essere stata attaccata, bruciata sulle barricate e poi lasciata un po’ in disparte, ci sono uomini che ci piace chiamare, con gratitudine, padri.
Un padre non è chi ha tutte le risposte, ma chi non smette di farsi domande. Un padre sa ammettere, anche davanti ai propri figli, di aver sbagliato, quando succede; e questo non gli toglie dignità e autorevolezza, anzi. Un padre tiene al bene dei propri figli più che al proprio. Si lascia interrogare, non fa preferenze. Soprattutto, un padre desidera che i figli siano in armonia tra loro, e siano liberi. Nella società senza padri, Zygmunt Bauman è stato un padre. Un padre per noi due, nella nostra storia accademica e intellettuale. Incontrato una ventina di anni fa – lui già famoso e noi giovani studiosi Npieni soprattutto di belle speranze – ha sempre avuto la pazienza di ascoltarci, aiutandoci a imparare a “pensare sociologicamente” i problemi del nostro tempo.

Affettuoso e premuroso, mai ha fatto pesare la sua autorevolezza, messa semmai letteralmente al servizio nostro e di chiunque gli si rivolgesse per capire di più. Un padre della sociologia mondiale. Uno dei primi a capire fino in fondo, al di là di tante banalizzazioni, un autore cruciale per comprendere la modernità come Georg Simmel, con i suoi scritti sul denaro, sulla moda, ma anche – meno noti eppure forse ancora più importanti – sulla libertà.

Sì, perché rompendo gli schemi in cui la disciplina spesso si è autoconfinata, Bauman era convinto che fosse proprio la sociologia – consapevole della irriducibile responsabilità individuale e della intima relazionalità della condizione umana – la scienza della libertà. Un padre per i tanti suoi lettori e uditori. Fu infatti uno dei primi a comprendere l’ambivalenza della modernità e a coniare un nuovo linguaggio per parlare di una realtà in mutamento: comprendere, nominare, comunicare per poter agire. Non a caso uno dei suoi primi libri tradotti in Italia (nel 1976) è Cultura come prassi: quasi un programma di lavoro di quello che poi, nei decenni successivi, è diventato l’elemento forse più fecondo. Di fatto, Bauman ha messo parole e metafore nuove a disposizione di tutti; non come slogan da brandire in una schermaglia verbale, ma come lanterne per illuminare il nostro tempo e camminare insieme su sentieri incerti e pieni di insidie. Scherzando, tra una sigaretta e l’altra, amava ripetere che per fare bene il lavoro accademico occorre avere la fortuna di diventare “professore emerito”. Cioè in pensione.

Ma subito il suo volto si corrucciava, pensando alla assurdità di una accademia sommersa dagli affanni burocratici e dalle divisioni. In effetti, la sua stella ha cominciato a splendere verso la fine degli anni 80 e poi soprattutto negli anni 90: cioè, proprio quando aveva lasciato l’insegnamento attivo. Con una trilogia memorabile – Modernità e Olocausto (1989), Le sfide dell’etica (1993) e Modernità liquida (2000) – Bauman è stato il primo a capire la nuova epoca che andava prendendo forma sulle ceneri della crisi degli anni 70, letteralmente coniando le categorie che ancora oggi rimangono fondamentali per comprendere e agire. Sempre attento ai destini personali in re- lazione alle forme della organizzazione sociale, Bauman ha tra l’altro anticipato uno dei temi del pontificato di papa Francesco, parlando «della cultura dello scarto» come effetto collaterale di una globalizzazione dove un individualismo sempre più radicale si combina con apparati tecnici ed economici sempre più complessi e impersonali.

La sua sociologia è stata potente perché è sempre partita dall’uomo concreto, dalla sua esperienza di vita; per poi tornare, attraverso l’analisi delle condizioni di contesto, alla gente comune, a cui si è sempre sforzato di parlare. Non per ottenere un effimero successo, ma per il profondo senso di responsabilità che lo ha sempre guidato nel suo lavoro intellettuale: proprio questa capacità di stare il rapporto all’esperienza umana è, secondo lui, ciò che più caratterizza la sociologia, che altro non è che una riflessione qualificata sulla nostra comune condizione. Così, è stato quest’uomo ironico e sempre più sottile, che si portava addosso tutto il Novecento – la questione ebraica sorta con il nazismo e vissuta dalla amatissima moglie Janina nel ghetto di Varsavia; la Seconda guerra mondiale e la speranza accesa dal comunismo; la successiva critica alle contraddizioni insanabili di quel sistema, che si è rovesciato nel suo contrario, fino ad accettare, nei primi anni 60, l’esilio inglese; l’esplosione della protesta giovanile e operaia alla fine degli anni 60 – a sapere leggere meglio di chiunque altro il cambiamento di fine secolo, con cui ancora oggi ci troviamo a fare i conti.

Con la sua multiculturalità incarnata – ebreo, polacco, emigrato a Israele, poi in Inghilterra, parlava yiddish con la famiglia, polacco o francese con la moglie Janina, e anche un po’ di italiano con gli amici di questa terra che amava tanto – Bauman negli ultimi anni ha visto crescere con preoccupazione l’odio razziale e etnico. Consapevole della debolezza della politica in questa fase storica, lui – un «non credente pensante», come lo avrebbe definito il cardinal Martini – ha sempre amato confrontarsi con gli uomini di fede, arrivando, negli ultimi anni, a interrogarsi sul ruolo delle religioni nell’era globale. In uno dei suoi ultimi volumi, scritto con il teologo cattolico Obirek ( Conversazioni su Dio e sull’uomo) – Bauman ha prospettato una nuova stagione per le fedi. Stagione che non può che basarsi su un’idea alta, sfidante e inedita di dialogo. Proprio a settembre, invitato in occasione dell’incontro interreligioso di Assisi, Bauman è riuscito a incontrare papa Francesco. Ci teneva moltissimo.

Pubblicamente, e privatamente, dichiarava che, in questo delicatissimo passaggio storico, Francesco è la principale autorità morale, e che è principalmente a lui che bisogna guardare per affrontare le sfide che ci minacciano, restando umani. La dipartita di Bauman lascia un enorme vuoto. Perdiamo uno dei più lucidi interpreti di un tempo che sembra farsi ogni giorno più oscuro. Rimane la ricchezza della sua eredità. Speriamo di esserne all’altezza.

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