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Emanuela Buccioni "Le donne di Pasqua"

Rocca 1 Aprile 2026


A Pasqua troviamo le donne sotto la croce e poi davanti a un sepolcro: il primo annuncio pasquale, in tutti i vangeli, passa attraverso di loro, lo sappiamo bene, anche se si stenta a tradurre pienamente questo elemento della Rivelazione in un ministero appropriato.

Anzi addirittura per secoli, fra sospetti e ironie, si è scherzato sulle “donne chiacchierone” che per questo tratto sarebbero state coinvolte così da diffondere rapidamente la buona notizia. 

 Tuttavia il più antico dei racconti, quello di Marco, si chiude con una frase enigmatica che la liturgia pasquale dell’anno B omette (!) e che gli agiografi si sono premurati di completare aggiungendo delle sintesi tratte dagli altri vangeli successivi. 

 La frase controversa è: «Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite» (Mc 16,8). 

 È l’ultimo versetto del vangelo nella sua forma più originale. Nessuna apparizione del Risorto, nessun incontro rassicurante. Solo donne che fuggono e tacciono. 

 Il silenzio di Marco 

 Il testo greco è più denso di quanto sembri, Marco parla infatti di tromos kai ekstasis, «tremore e estasi». Quest’ultimo termine non indica semplice stupore, ma appunto uno “stare fuori di sé”, la stessa parola usata per descrivere esperienze di rivelazione che sconvolgono le categorie abituali. Non è paura codarda, ma spaesamento teofanico. 

 Anche il verbo phobeomai (“avevano paura”) non designa soltanto timore psicologico. Nelle Scritture il “timore” è spesso la reazione alla manifestazione del divino. È la soglia tra l’evento e la sua comprensione. Marco non sta screditando le donne: sta descrivendo l’istante in cui l’irruzione di Dio rompe il linguaggio disponibile. 

 Il silenzio, allora, non è negazione dell’annuncio, ma la sua gestazione. Come scriveva R.M. Rilke, «le cose, tutte, non sono così facili da afferrare o da dire, come di solito ci si vuol far credere; le esperienze, per lo più, sono indicibili, e si compiono in uno spazio in cui nessuna parola si è mai inoltrata» (Lettere a un giovane poeta, I lettera). Anche la Pasqua, in Marco, appare come un evento che chiede di essere custodito prima di essere detto. 

 Il vangelo finisce così, con un vuoto narrativo. Se la buona notizia è giunta fino a noi, significa che quel silenzio non è stato definitivo, ma Marco ci costringe a sostare nella frattura tra evento e parola. 

 Matteo e Luca: il silenzio interpretato 

 Gli altri evangelisti non sopportano quella sospensione e integrano con altre informazioni. Matteo racconta che le donne «corsero a dare l’annuncio» e che, lungo la strada, incontrarono Gesù e «gli abbracciarono i piedi» (Mt 28,9). Il verbo è krateō, che può significare “afferrare, trattenere”. È un gesto di riconoscimento, ma anche il segno di un attaccamento comprensibile: l’amore vorrebbe fermare ciò che ha perduto. 

 Luca, dal canto suo, le presenta come annunciatrici fedeli, anche se «quelle parole parvero loro come un vaneggiamento» (Lc 24,11). L’annuncio è rallentato per l’incredulità maschile. Il problema non è il silenzio femminile, ma l’incapacità di ascolto dei discepoli. 

 In entrambi i casi, il silenzio di Marco non viene negato: viene superato. L’amore che ha accompagnato Gesù fino alla croce diventa, gradualmente, parola pubblica. 

 Non è irrilevante che proprio questo dettaglio – le donne come prime testimoni – sia oggi richiamato anche dagli studiosi come esempio del cosiddetto “criterio di discontinuità” o di imbarazzo, uno degli argomenti utilizzati per valutare la storicità delle tradizioni evangeliche. Nel contesto giudaico del I secolo in cui la testimonianza femminile aveva scarso peso giuridico, difficilmente una comunità che avesse voluto costruire un racconto apologetico efficace avrebbe scelto di affidare l’annuncio fondativo della propria fede a figure considerate marginali. Proprio questa “scomodità” narrativa – donne legalmente inattendibili, impaurite, non immediatamente credute – diventa così un indizio a favore dell’autenticità della memoria trasmessa. Il Vangelo poi non idealizza le sue protagoniste: conserva l’imbarazzo, il tremore, la fatica del passaggio alla parola. Forse è proprio questa franchezza a rendere il racconto pasquale tanto disarmante quanto credibile. 

 L’amore che spinge 

 Il passaggio decisivo è quello dall’emozione all’annuncio. Qui la tradizione paolina offre una chiave preziosa: «L’amore di Cristo ci possiede» (2Cor 5,14). Il verbo greco synechei non indica possesso nel senso di dominio, ma una forza che stringe, che tiene insieme, che spinge. È lo stesso termine usato per la febbre che “opprime” la suocera di Pietro o per la folla che “stringe” Gesù. L’amore di Cristo mette in movimento. 

 Le donne al sepolcro vivono esattamente questo passaggio: non trattengono il Risorto, anzi, sono da lui inviate. Il loro amore non è fusione né nostalgia del corpo perduto, ma fedeltà che diventa testimonianza. Una volta compresa la posta in gioco, l’affetto non si trasforma come conseguenza degli eventi pasquali in devozione spirituale, ma si converte in urgenza missionaria. In ogni caso l’amore autentico non elimina il tremore, cioè non finge sicurezza immediata, e nemmeno evita il silenzio iniziale. 

 Marco, con il suo finale spiazzante, ci ricorda che tra l’esperienza e l’annuncio esiste sempre una soglia e che il Vangelo – almeno quello orale – nasce non da una calma certezza, ma da un amore che, pur tremando, sceglie di parlare. Se oggi la Chiesa continua a proclamare Cristo risorto, è perché quel silenzio iniziale non è rimasto tale. Forse ogni autentico annuncio pasquale nasce ancora così: da un amore che prima tace, poi si lascia spingere, e infine trova le parole giuste. 

 Silenzi e parole 

 Il silenzio delle donne di Marco non è – letteralmente – l’ultima parola. Non lo è stato allora, non deve esserlo oggi. In molte parti del mondo donne che vivono sotto le bombe, nei territori occupati, in regimi che reprimono il dissenso, conoscono bene il peso di un silenzio imposto. Tuttavia continuano a custodire parole di vita: madri che proteggono i figli nelle città assediate, insegnanti che mantengono aperta una scuola clandestina, credenti che pregano e trasmettono speranza in contesti dove parlare può costare caro. Non sempre la loro voce trova orecchi disponibili, figuriamoci microfoni; spesso resta fragile, sommessa, perfino inaudibile. Eppure è da lì che la storia può ripartire. Come al sepolcro, la Pasqua non comincia con un proclama trionfale, ma con un amore che attraversa la paura e prepara la parola. Anche oggi il Vangelo rinasce così: dove qualcuno, pur tremando, sceglie di custodire e poi di dire che la vita è più forte della morte.



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