Vito Mancuso "Pasqua, la lezione in musica di Allevi e quel sentimento che lega tutti noi"
Dobbiamo celebrare la nostra umanità alle prese con il dolore e con possibilità di superarlo.
L'altra sera mi trovavo a teatro per un concerto di Giovanni Allevi. Il celebre musicista esordì
dicendo che, dopo la sua lunga e complicata malattia, adesso con la sua musica intendeva celebrare
la vita e tutti subito l'applaudimmo d'istinto, per quell'affetto che viene spontaneo verso chi non
nasconde la sua sofferenza ma neppure intende esibirla, ma al contrario la mette fraternamente al
servizio della vita e della gioia degli altri. E in effetti l'altra sera Allevi la vita l'ha celebrata in
maniera trascinante e commovente per tutti noi che ascoltavamo. Io penso sia molto importante per
un essere umano avere qualcosa da celebrare, e che cosa è più degno di essere celebrato se non
appunto la vita?
I riti con le credenze a essi associate sono da sempre essenziali per la costituzione della socialità
umana.
Non si tratta semplicemente di qualcosa di religioso nel senso ordinario del termine che
rimanda a una fede e a una chiesa; no, si tratta di qualcosa di religioso nel senso ben più profondo
dell'etimologia di religione: qualcosa che lega e collega, che ci lega e ci collega tra noi (dal latino
"religio", con la particella rafforzativa "re" e il nome "ligio" la cui radice "lg" è la medesima di
"legare" e di "legame"). Oltre che nell'antica Roma, questa funzione dei riti venne vista ed esaltata
con ancora più forza e profondità anche dall'altra parte del mondo da Confucio, il quale sulla base
della ritualità conferì alla società cinese una visione dei rapporti sociali così radicata da costituire
per molti secoli l'ossatura del Celeste Impero, senza cui non si comprende non solo la Cina del
passato ma neppure quella presente. Naturalmente la questione riguarda ogni società ovunque del
mondo, la quale è detta "societas" in quanto insieme di soci, come insegna ancora una volta
l'etimologia latina che rimanda a "socius". I soci sono tali perché hanno un interesse comune più
importante dell'interesse personale, e questo maggiore interesse, precisamente per la sua superiore
importanza, li lega e li collega tra loro superando il particolarismo individuale. I riti nascono dal
bisogno di celebrare l'interesse e l'ideale comune, riattualizzandolo in funzione delle diverse
circostanze della vita e trasmettendolo alle giovani generazioni.
Qual è il nostro interesse-ideale comune che oggi ci rende soci tra noi, quindi tali da formare
veramente una società? Quali sono i riti che lo celebrano, lo riattualizzano e lo trasmettono ai più
giovani?
Naturalmente ognuno risponderà a questa domanda così essenziale per il nostro presente e il nostro
futuro a partire dal suo punto di vista: immagino che alcuni indicheranno la Costituzione
repubblicana, altri la fede cattolica, altri i diritti umani o l'Unione europea, altri tutte queste realtà
insieme, altri chissà che altro, altri negheranno la presenza di un interesse-ideale comune e
descriveranno il nostro vivere non più come una società quale insieme di soci, ma come un'anonima
e disorganica massa di competitor.
Quello che a mio avviso è certamente da escludere è che la Pasqua cristiana costituisca ancora, sia
come credenza sia come rito, quel collante comune che per molti secoli essa rivestì per l'Italia e in
generale per l'Occidente, come si evince semplicemente considerando i monumenti al centro delle nostre città. La Pasqua cristiana non è più ciò che lega e collega noi occidentali post-moderni,
avviati forse a diventare post-umani nell'epoca dell'intelligenza artificiale e della robotica.
Eppure Giovanni Allevi l'altra sera ci ha unito, eravamo veramente "un cuor solo e un'anima sola", e
non credo sia stato solo per la sua musica, non vivevamo solo un concerto. La musica naturalmente
giocava il suo ruolo, ma c'era qualcosa di più: c'era la malattia (la sua: il tumore al midollo osseo
chiamato mieloma; e le nostre, o sperimentate in prima persona o sui nostri cari o anche solo
potenzialmente temute), c'era la sua lotta contro la malattia, la resistenza, la sofferenza, la rinascita,
la sua gioia comunicata a noi dalla sua arte. Insomma c'era l'umanità alle prese con una passione e
una risurrezione, e noi sentivamo di essere in presenza di un interesse-ideale comune, perché
ognuno lo sa che c'è la sofferenza e che la vita talora non scherza e che occorre poter attingere a
energie molto profonde per poterla affrontare.
Vedete, si può credere o no in ciò che la festa di Pasqua presenta, cioè la vicenda finale
dell'esistenza di Gesù di Nazaret detto il Cristo e proclamato da altri (san Pietro e san Paolo per
primi) il Figlio di Dio disceso dal cielo appositamente per morire per noi sulla croce, poi risorto il
terzo giorno. Ma quello che non occorre credere, ma, ben più radicalmente, solo "sentire" perché è
scolpito dentro di noi e si manifesta nel "sentimento", è la nostra umanità alle prese con il dolore e
con la possibilità di superarlo: è questo il senso esistenziale e universale della morte e risurrezione
che ogni essere umano sperimenta da sé, alla prima persona singolare. E dico "superare il dolore"
pensando a tale superamento sia in senso fisico, cioè placandolo e guarendo, sia in senso spirituale,
cioè trovandogli un senso e un orizzonte più ampio dentro cui iscriverlo. È questo l'interesse-ideale
comune di ogni essere umano, di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Per esso noi nel passato avevamo
una "religio" che ce lo faceva celebrare e che ci accomunava: ora non più. Credo sia questa la più
grande povertà del nostro tempo, "diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di
Dio come mancanza", come efficacemente l'ha descritto Heidegger. Ogni tanto però l'arte, la musica
e altre profonde esperienze spirituali ci riconducono di fronte all'essenziale, come l'altra sera al
concerto di Allevi: e allora ancora sperimentiamo il mistero racchiuso dentro di noi e la gioia di
celebrarlo.
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