Umberto Galimberti: “Nell’era nuova l’uomo è più solo non più forte”
Umberto Galimberti
La Repubblica
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| Umberto Galimberti in un ritratto di Riccardo Mannelli |
La Repubblica
5 aprile 2026
intervista a Umberto Galimberti
a cura di Antonio Gnoli
L’infanzia in una famiglia numerosa. L’amicizia con Ravasi e il liceo in seminario, dove imparò “a parlare in pubblico”. Gli studi con Severino e la combinazione tra filosofia e psicoanalisi che lo ha reso una star. Senza togliergli i timori per un futuro che non è a nostra misura.
Conosco Umberto Galimberti da anni. Come lo conoscono i nostri lettori. È un uomo generoso, dotato di un’empatia speciale. Tratti umani che aiutano a farne un intellettuale di successo. A volte penso che dovrebbe risparmiarsi. Ha un programma di appuntamenti – fatto di incontri, conferenze, dibattiti – semplicemente mostruoso. È sempre in viaggio. Oggi in Puglia o in Sicilia, il giorno dopo in Liguria o Piemonte. Ad attenderlo nei teatri e nelle piazze, la consueta folla di gente che lo ascolta e lo applaude e compra i suoi libri. Anche questa è una forma di nomadismo culturale. Gli dico «Umberto, ogni tanto prova a fermarti». Risponde che vorrebbe farlo ma è complicato. Mi chiedo cosa glielo impedisca e penso alla “solitudine dei numeri primi” che, oltre ad essere il bel romanzo di esordio di Paolo Giordano, è la condizione in cui versano certi personaggi dello spettacolo e della cultura. Umberto, ho l’impressione, non fa eccezione. Sembra un uomo al bancone di un bar affollato. Molte persone. Molte solitudini.
Come gestisci il successo?
«Non lo gestisco, piuttosto lo subisco. Arrivo in un posto, faccio quello che c’è da fare. La gente applaude. Scendo dal palco. C’è il rito del firmacopie. La fila di persone, l’attesa. Gente perbene che vorresti abbracciare. È un’Italia che mi piace, che mi dà la sensazione che ci sia ancora un futuro. Ma io non so se mi sopporto. Mi guardo attorno. Qualcuno mi porta a mangiare. Vado in albergo e provo a dormire perché all’alba c’è un nuovo treno da prendere. Se non mi addormento subito leggo qualche pagina. È un gesto automatico, come spengere la luce e attendere che la notte si confonda con il mio buio».
Sei abitudinario?
«Lo sono, ma sono altresì convinto che un eccesso di abitudine ti trasformi in un ingranaggio. Perciò comincio a dubitare se tutto questo “darsi da fare” abbia o no un senso».
I tuoi libri, le conferenze, le persone che incontri hanno un senso.
«Certamente. Ma tutto questo, vedi, definisce il ruolo, la riconoscibilità, perfino il potere, in questo caso intellettuale. Ciò che davvero mi aiuta a contrastare certi dubbi è non dimenticare mai chi sono veramente e da dove vengo».
Provieni da una famiglia numerosa.
«Eravamo dieci fratelli. Mio padre non c’era più. Mia madre aveva uno stipendio di 60 mila lire al mese come maestra elementare. Non potevo pesare sulla famiglia. Sono stato in seminario per quattro anni, poi ne sono uscito a metà della seconda liceo. Non tolleravo l’autorità. Di quegli anni ricordo con riconoscenza due cose: i padri spirituali, dalle cui prediche mattiniere ho appreso l’arte di parlare in pubblico, e Gianfranco Ravasi che è stato un prezioso compagno di banco».
Non hai mai pensato alla carriera ecclesiastica?
«Ero inadatto alle gerarchie e alla cieca disciplina. E poi, non ho mai avuto quella potenza del credere che ha accompagnato le scelte del mio amico Ravasi».
Dopo la maturità cosa accadde?
«Una borsa di studio mi portò alla Cattolica. All’università incontrai insegnanti straordinari: Gustavo Bontadini, Sofia Vanni Rovighi, Francesco Alberoni che insegnava sociologia e Gianfranco Miglio, Scienze politiche. E poi Emanuele Severino».
Severino è stato il tuo vero punto di riferimento.
«Mi affascinava quell’insieme di radicalità filosofica e tradizione neoscolastica. Ma Severino chiudeva la filosofia nel suo sistema perenne. Io dovevo aprirlo. Nel 1963 andai in Germania a studiare tedesco. La piccola borsa di studio si rivelò insufficiente. Perciò mi presentai ai cancelli di una fabbrica tessile e mi assunsero come operaio. Lavoravo il pomeriggio mentre la mattina frequentavo i corsi del Goethe Institut e contemporaneamente preparavo gli esami per la Cattolica. Trovai un alloggio di fortuna in un ex carcere minorile. All’ultimo piano, insieme ad altri italiani, turchi e greci, trascorsi due anni della mia vita».
Erano condizioni molto dure.
«Non me ne sono mai lamentato. A che serviva protestare se il nascere non mi aveva favorito? Fu per me un periodo formativo durante il quale ebbi la fortuna di conoscere Karl Jaspers. È stato un punto di svolta nella mia vita».
Quando tornasti a Milano?
«Nel 1965. Mi laureai e per 15 anni ho insegnato nei licei della provincia lombarda. Alla lunga sentii di non reggere più quella vita. Mi rivolsi a Severino che nel frattempo era stato cacciato, per eresia, dalla Cattolica. Gli chiesi se per me c’era un posticino a Venezia dove insegnava. Riuscì a farmi ottenere il ruolo di assistente alla cattedra di Antropologia culturale».
Che non era la tua disciplina.
«Non sapevo niente. Con impegno preparai i corsi. E ottenni ottimi risultati, al punto che la Utet mi propose di fare un dizionario di psicologia. Risposi che dovevano affidarlo a uno psicologo. Scoprii che la casa editrice non voleva un testo specialistico ma un progetto che comprendesse la filosofia, l’antropologia culturale e la psicologia. Impiegai 9 anni per realizzarlo. Poi il Dizionario è passato a Feltrinelli e con l’ingresso di nuove discipline come le neuroscienze, che molto devono allo sviluppo delle tecniche di imaging, l’ho aggiornato più volte».
Che tipo di sapere è la psicologia?
«Essendo priva di uno sguardo oggettivante non è una scienza. La psicologia non vive di cause e di effetti, vive di significati e quindi di interpretazioni».
È il motivo per cui a un certo punto hai deciso di fare lo psicoanalista?
«Lo sono diventato nel 1979. Per quattro anni ho fatto analisi con una psicoanalista ma poi ci fu rottura. Non ero soddisfatto del dogmatismo diffuso che le scuole di psicoanalisi generano. Mi sembrava di essere tornato al seminario. Stavo per abbandonare quando mi telefonò Mario Trevi che conoscevo senza averlo mai frequentato».
Ti chiamò perché?
«Era interessato a un mio saggio sul Tramonto dell’Occidente di Spengler. Gli dissi che sarei dovuto essere a Roma la settimana successiva e se aveva voglia lo sarei andato a trovare. Ci incontrammo e gli raccontai le mie disavventure con la scuola freudiana. Era junghiano. Mi propose di finire con lui la pratica analitica. Si rivelò un percorso durissimo. Arrivavo il venerdì sera a Roma e il sabato mattina per tre ore mi sottoponevo nel suo studio alla terapia. Dalla sua saggezza, pacata e severa, ho imparato molto».
Da quanti anni svolgi il ruolo di analista?
«Ormai sono 47 anni. Non credo di aver mancato un lunedì, il giorno in cui incontro i pazienti».
Che figura è il paziente?
«C’è stato un cambiamento radicale. Un tempo la gente veniva per ragioni sentimentali, emotive, sessuali, eccetera. Oggi viene chiedendoti che senso ha la sua vita. È una domanda alla quale è difficile fornire risposta adeguata».
Prova.
«È come salvare qualcuno dal Titanic che affonda. Devi fargli accettare che il naufragio è il pericolo del nostro tempo. Capita però di entrare in sintonia.»
Ti è possibile fare un nome?
«Una delle analisi più belle è stata con Luca Ronconi: per sette lunghi anni, fino alla sua morte».
Perché dici bella?
«Non perché fosse famoso, ma dal confronto veniva fuori un mondo che andava oltre il teatro. Era un grande creatore».
Aveva un’anima complessa.
«Complesso mi fa pensare a un gomitolo aggrovigliato. No, era una fioritura di idee e di immagini. Veniva da me il martedì mattina perché il lunedì faceva la dialisi. E mi fece capire quanto la madre fosse stata la persona più importante della sua vita. Aveva una potenza ideativa enorme. L’ultimo suo lavoro da regista fu la Lehman Trilogy di Stefano Massini. Non capisco come facesse. Ma aveva trovato, questo mi disse, la perfetta sovrapposizione tra un pezzo di storia americana e il lato onirico che il teatro poteva darle».
Il teatro è una forma di verità?
«La più vicina alle nostre tragedie. Del resto furono i greci a capirlo per primi».
Hai scritto un libro sulle “disavventure della verità”. A cosa sta andando incontro?
«Nel corso della storia la verità ha cambiato forma e definizione. La nostra epoca come sai è dominata dalla tecnica e la tecnica non è interessata al vero e al falso. Ma a ciò che funziona. Se uno strumento è efficiente allora è anche vero. Una conclusione che dovrebbe metterci in allarme. Tra un po’ non distingueremo più il vero dal falso e non ce ne importerà più. Ma se la verità come ricerca muore viene meno l’orizzonte di senso».
Che cos’è questo orizzonte di senso?
«Chiamala pure un’idea di mondo alla quale nelle varie epoche l’umanità si è ispirata. I greci avevano la natura; i cristiani coltivarono la parola di Dio; con la vittoria della scienza moderna si inaugurò l’età della ragione e fu questa a ispirare il nuovo orizzonte di senso, grazie al quale persero slancio le religioni e il sacro».
Si affermò una nuova fiducia nella giustezza delle capacità umane.
«Riassumibile nella convinzione kantiana che chi pensa bene fa il bene. Salvo poi accorgersi che le cose possono andare in tutt’altro modo. Il nazismo mostrò che si poteva pensare in modo eccellente anche il male. Fu con il suo ingresso nella storia che di fatto finì l’era moderna e si smarrì l’orizzonte di senso».
Con quali conseguenze?
«Fu resa possibile e attuabile su larga scala l’idea che la vita non contasse più niente. Ed è un’affermazione che ritroviamo negli attuali conflitti. Si uccide in guerra come se stessimo in un videogioco. L’utilizzo dei droni ha reso impersonale la morte. Siamo cresciuti con l’idea che la Nazione o lo Stato si reggessero sulla logica del nemico. Ma chi è il nemico oggi?».
Ti sembra così complicato vederne il profilo?
«È fin troppo facile individuarlo negli attori in campo. La verità è che il nostro mondo si trova di fronte a una gigantesca prova che mai ha conosciuto in passato: sfidare il suo stesso enorme potere autodistruttivo».
Sarà in grado di farlo?
«Non ho risposte. Ma il dilemma è tragicamente chiaro: o si attuano strategie difensive della Terra oppure sarà catastrofe. È un compito difficilissimo perché non bastano i buoni propositi, non è sufficiente chiedere alla tecnica di contenersi. L’Occidente – e ricomprendo anche l’Oriente ormai in grado di parlare lo stesso linguaggio – è cresciuto in una logica antropocentrica».
Abbiamo messo l’uomo al primo posto.
«È un errore che va corretto difendendo la vita, ilbíos. Siamo arrivati su questo mondo con molto ritardo. Ma la terra funzionava benissimo anche senza di noi e continuerà ad esserci anche dopo».
Cosa vuol dire difendere la vita?
«Significa prendersi cura di tutti i viventi. Purtroppo siamo impreparati. Prendi per esempio l’espressione “diritti dell’uomo”. Ha ancora senso, sapendo i disastri immani che l’uomo con il suo primato ha provocato? Passare al biocentrismo significherebbe affermare un modo nuovo per difendere la Terra».
Con quali strumenti?
«Occorrerebbe una cultura cosmopolita che realizzandosi sotto il segno della fratellanza, metta al centro la vita. So che è un compito difficilissimo. Ma se non sradichiamo la convinzione di essere noi il centro del pianeta sarà tutto inutile. Ma guardati in giro. Che cos’è il ritorno ai sovranismi se non un ribadire il bisogno dei confini, della legge e dell’ordine?».
Forse dovremmo interrogarci sul grado di impotenza dell’intellettuale oggi.
«Provare ad educare l’umanità fallendo, questa è impotenza. Lo stesso sentimento di frustrazione nasce in me quando porto i miei racconti in giro per l’Italia. Mi sforzo di leggere le conseguenze dei nostri atti. Inutilmente, perché ci sarà sempre il fantasma del “Prometeo liberato” a ricordarmi che la nostra sovranità sul mondo non ci ha reso più forti, semmai più soli».
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