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Lucia Vantini "Preghiera al femminile: Linee di eredità"

Linee di eredità 
Commento a Numeri 27,1-11 – Giosuè 17,3-6 
*trascrizione non rivista dall’autrice* 

I. Ci sono state donne che hanno chiesto 

Cinque nomi. La Scrittura li conserva – tutti e cinque, uno per uno – e questo già è sorprendente. In un mondo in cui le donne erano registrate quasi sempre come appendici di un nome maschile – figlia di, moglie di, madre di – oppure dimenticate nell’oblio dell’anonimato, queste cinque sorelle vengono ricordate in modo singolare. 
E si alzano. 
Si alzano e si presentano davanti a Mosè, davanti al sacerdote Eleazar, davanti ai capi e a tutta la comunità, all’ingresso della tenda del convegno. Non lo fanno di nascosto, non agiscono ai margini. Dove si decide. Dove si parla. Dove la comunità sta insieme attorno alle proprie autorità. 
«Perché il nome di nostro padre dovrebbe scomparire dalla sua famiglia per il fatto di non avere figli maschi? Dacci un possedimento in mezzo ai fratelli di nostro padre» (Nm 27,4). 
Facciamo attenzione: la terra, ancora, non è di nessuno. È la terra promessa e dunque sta nelle mani di Dio. Appare chiaro che non siamo di fronte a una delle tante dispute su eredità contese, nelle quali anche Gesù si è rifiutato di entrare. Inoltre, come emergerà nel seguito della storia, si capisce già subito che la questione tocca l’esperienza di fede vissuta da una comunità. 
Per entrare nel testo, occorre un’avvertenza ulteriore: si rischia di mancare il senso della storia se nella nostra mente scatta il solito schema della supplenza: quando mancano gli uomini allora è il momento giusto in cui le donne possono e devono farsi avanti. Una logica di questo tipo non è mai feconda, perché di fatto lascia le cose come stanno anche quando sembrano mutate. Il nuovo entra solo per emergenza e, non appena si torna alla normalità, deve sparire. 
Notiamo anche che siamo di fronte a qualcosa di inedito, perché in nessun altro testo giuridico biblico troviamo donne destinate a ereditare qualcosa. Il diritto ereditario del Deuteronomio (cap. 21), anzi, esprime il fatto di una successione maschile. Potremmo spingerci a dire che su questo passaggio la Scrittura non è coerente, ma la nostra esperienza ci ha sempre insegnato che dove c’è una contraddizione non c’è solo un nodo da sciogliere, ma un indizio della presenza reale del mondo. 

II. Nel nome del padre? 

La richiesta di queste donne è fatta nel nome del padre. Indizio patriarcale? Forse: diversi motivi ci orientano in questa direzione. Tuttavia, c’è anche altro ed è qui che cerchiamo una luce differente. 
È come se queste donne dicessero: la catena di bene e di terra generata attorno al nome del padre ha bisogno di noi. Il nome del padre può e deve risuonare ancora, nonostante l’apparente interruzione, e deve risuonare grazie a noi, grazie alle figlie e alle sorelle. Le donne, in altri termini, sono importanti per la trasmissione del bene che riguarda il padre, perché quel bene è per tutte e per tutti. 
Di questo significato inclusivo dovremmo ricordarci anche oggi, ogni volta che ci facciamo il segno della croce e diciamo “nel nome del Padre”, con la P maiuscola. Quale mondo si sprigiona con il nome del Padre? Per il cristianesimo è il mondo del Figlio e dello Spirito, un mondo che in Gesù si rivela connesso a ogni carne, cioè a ogni vita. E allora come mai esistono vite tenute lontano da questo bene? Quali vite sono sacrificate nel nome del Padre? 


Queste donne non ci appaiono solo come emarginate. Le dobbiamo considerare diseredate, perché qualcosa le ha private di un bene a cui, in linea di principio, avevano diritto. La loro condizione, dunque, non è affatto naturale, non è il frutto di un ordine delle cose. Le figlie di Zelofcad erano legittimamente abilitate alla parola, al giudizio, alla pretesa di giustizia. Ma la legge non le vedeva. Non le includeva. Non le aveva pensate. La loro assenza dal codice ereditario era il prodotto di una cultura che non aveva immaginato che potessero essere lì. 
La diseredazione di queste donne, però, non è nemmeno un incidente della storia. È un meccanismo. È ciò che accade quando le persone, i legami e le istituzioni – con i loro riti, le loro pratiche, i loro simboli – rendono inevitabile e invisibile ogni squilibrio funzionale al sistema. 
E così ci sono vite che si trovano fuori dalla trama della trasmissione, fuori dalla storia che viene raccontata, fuori dall’eco dei nomi tramandati. È una forma di morte, anche questa. Non biologica, ma simbolica, narrativa, giuridica. 
Dobbiamo imparare a riconoscere questi meccanismi: le relazioni squilibrate e ingiuste tra i generi; i modi di raccontare e di spiegare la tradizione che cancellano storie e ricerche femminili; i riti, i simboli e le pratiche istituzionali che rendono lo squilibrio funzionale al sistema. E anche noi donne siamo chiamate a fare pulizia di quel potere clericale e patriarcale che abbiamo interiorizzato e che a volte ci impedisce di alzarci e di camminare verso le nostre tende di convegno. 
Macla, Noa, Ogla, Milca e Tirza non si sono arrese al silenzio. Hanno affrontato ogni questione con sapienza e conoscenza. Hanno rispettato i ruoli e i luoghi, ma non li hanno temuti. 


Macla, Noa, Ogla, Milca e Tirza non hanno supplicato, non hanno pianto, non si sono scusate di esistere. Hanno parlato con consapevolezza e il loro discorso è ben argomentato sul piano giuridico. Hanno usato il linguaggio del diritto, si sono immerse nella logica della giustizia: hanno chiesto e aspettato fermamente una risposta. 
E poi che cosa accade? 
Mosè non risponde immediatamente. Non dice: la legge è la legge. Non si nasconde dietro il fatto che non ha il potere di cambiare le tradizioni. Non chiude la porta, come fanno certi soggetti e certi documenti appellandosi al fatto che è Dio che dovrebbe decidere, per poi restare immobili: Dio diventa pretesto per blindare una tradizione. 
Mosè fa qualcosa di veramente giusto: porta la loro causa davanti al Signore. Non fa di sé stesso il confine tra queste donne e Dio. 
Tra noi, nella Chiesa dei nostri giorni, ci sono tante figlie di Zelofcad, capaci di chiedere giustizia: la promessa riguarda anche noi. Ma spesso non trovano un Mosè capace di portare la loro causa — la loro parola, la loro esperienza, la loro visione del mondo — davanti al Dio della vita e delle vite. Incontrano invece dei Mosè impauriti ma anche molto sicuri di poter chiudere le questioni più scomode, e che diventano per loro uno sbarramento. Questi Mosè si comportano come i discepoli che vorrebbero zittire Bartimeo, un cieco mendicante seduto sul ciglio della strada che si mette a gridare al passaggio di Gesù. È la tentazione di sempre: separare Dio da quel mondo che non ci piace, per tenerlo tutto dalla nostra parte. 

V. «Le figlie di Zelofcad dicono bene» 

Il Signore disse a Mosè: «Le figlie di Zelofcad dicono bene». 
La Parola di Dio raggiunge le vite che chiedono qualcosa di giusto. La voce di queste donne, come la richiesta della cananea a Gesù, risulta pienamente compatibile e coerente con il nome del Padre a cui le profezie rimandano. 
La Torah si autocorregge attraverso l’interlocuzione con queste donne, come Gesù riesce a vedere le briciole invisibili del suo pane divino fino a quel momento immaginato intero. 
Non si tratta di una riforma imposta dall’esterno. Si tratta della Parola che riconosce, nella voce di queste sorelle, qualcosa di vero. Qualcosa di giusto. Qualcosa che la legge non aveva ancora detto, ma che era già implicito nel cuore dell’alleanza. 
E non solo: il Signore non si ferma al caso specifico. Rende la decisione norma generale in Israele. 
Non siamo di fronte a un’eccezione. Una richiesta di donne, avanzata dunque dal basso dell’ordine del mondo, diventa legge valida quanto una legge data sul Sinai

VI. Il ritorno nella terra promessa (Gs 17) 

Ma la storia non finisce nel deserto e non ha un immediato lieto fine. La sentenza è giusta: avrete la terra, sarete eredi. Ma per evitare dispersioni del bene, dovrete sposarvi all’interno della vostra tribù (Nm 36,1-12). 
È un passo indietro, certo. I passi indietro sono sempre possibili. Notiamo però che in questo sviluppo non c’è più la voce diretta di Dio. I passi indietro che revocano la libertà di qualcuno o la limitano nel nome di un pregiudizio o di una convenienza vengono fatti senza l’appoggio di Dio. 
A noi resta un cammino aperto. Nel libro di Giosuè (17,3-6) le figlie di Zelofcad tornano. Sono nella terra promessa, finalmente. E si presentano di nuovo davanti all’assemblea – questa volta davanti a Giosuè – e chiedono che il diritto ottenuto nel deserto sia applicato nella storia reale. Perché questo ci insegna qualcosa di fondamentale: il riconoscimento è un processo, non un atto unico. Avere un diritto in astratto non basta. Occorre che quel diritto si incarni. Che diventi terra reale, vita reale, storia reale. 
E diventa chiaro anche che la giustizia non deve legarsi alla benevolenza delle persone, con il rischio che quando altre assumono lo stesso ruolo autorevole tutto venga rimesso in discussione. 

VII. Noi siamo questa storia 

Cosa siamo chiamate e chiamati a fare, oggi, con questa storia? 
1. Prima di tutto: a raccontarla. Perché la memoria è già un atto di trasmissione. Ereditare questa storia vuol dire prendersene cura. Vuol dire ricordare i nomi: Macla, Noa, Ogla, Milca e Tirza. Vuol dire non lasciare che la loro voce torni nel silenzio da cui l’hanno strappata. 
2. A interrogarci su chi è oggi fuori dalla trama della trasmissione. Chi sono le soggettività che il sistema — anche il sistema ecclesiale — non include, non vede, non ha ancora immaginato? Quali voci aspettano di essere portate davanti al Signore? 
3. A fare come Mosè. Non a chiudere la questione in nome della tradizione. Non a dire: non abbiamo il potere di cambiare le cose. Ma a intercedere. A portare. A non lasciare che il confine tra chi è dentro e chi è fuori sia l’ultima parola. 
4. A cercare la luce che già illumina questi tempi bui. Lo possiamo fare nella fiducia che le istanze di giustizia sono nelle mani di Dio. Lo dobbiamo fare attraverso continue intercessioni, cioè mettendoci sempre di mezzo tra le voci che gridano giustizia e il Dio della vita. Solo così non verranno meno i nomi propri di coloro che camminano con noi, e per colpa di un triste modo di intendere “il nome del padre”, rischiano di scomparire dalla terra dei viventi. 
5. A sollevare domande giuste e coraggiose. Ciò è in profonda relazione con il brano di questa domenica di Quaresima, dedicata al dialogo squisitamente teologico – non di etica sessuale – tra la donna samaritana e Gesù. Quando i discepoli rientrano, si meravigliano che Gesù parlasse con una donna. Ma nessuno di loro disse: che cosa cerchi? Di che cosa parli con lei? Queste domande trattenute sono un sintomo di chiusura: non vogliamo davvero sapere nulla dello scambio profondo che si dà tra Dio e le donne. 
Questo è ciò che ci consegna oggi, 8 marzo, la storia di cinque sorelle che si alzarono nel deserto e dissero: dacci un possedimento. È una storia di luce, è una storia di ombre che non si diradano mai del tutto, è una storia di coraggio che si unisce a quello di altre donne che osano chiedere ciò che agli occhi di Dio loro già hanno. 



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