Roberto Pasolini “La fraternità. La grazia e la responsabilità della comunione fraterna.”
Alla presenza del Pontefice la seconda predica di Quaresima tenuta da padre Pasolini in Aula Paolo VI.
Dall’arte ai modelli economici, in svariati ambiti si è provato a immaginare un’armonia universale tra gli uomini, scontrandosi con una realtà fatta, ai giorni nostri, di divisioni e conflitti che la fanno apparire come «un ideale da raggiungere». La fraternità, invece, è dono divino ma anche responsabilità «seria e urgente», perché attinge alla diversità per sciogliere i cuori e permette a ciascuno di fare pace con quella parte di sé che lo vorrebbe far credere solo e autosufficiente. Sono questi alcuni degli spunti offerti questa mattina, venerdì 13 marzo, dal predicatore della Casa Pontificia, padre Roberto Pasolini, in Aula Paolo VI, alla presenza di Leone XIV.
Nella seconda delle quattro prediche di Quaresima — previste ogni venerdì fino al 27 marzo e incentrate sul tema «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura (2 Cor 5, 17). La conversione al Vangelo secondo San Francesco» — il frate cappuccino ha riflettuto oggi su «La fraternità. La grazia e la responsabilità della comunione fraterna».
Essa, ha detto, non è «un accessorio della vita spirituale», né «un contesto favorevole in cui crescere più facilmente nella grazia». Piuttosto il luogo dove avviene la conversione più autentica, «il banco di prova più serio e, nello stesso tempo, il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare nella nostra vita».
In particolare, padre Pasolini ha richiamato le prime comunità francescane, che il Poverello di Assisi voleva senza rapporti di potere o superiori. Non si tratta di spazi «in cui rifugiarsi per vivere tranquilli», ma di contesti in cui si è ricondotti «nelle profondità del proprio cuore», con le sue ombre e le sue inquietudini. I fratelli, infatti, in quanto dono di Dio, non hanno la sola funzione di aiuto e sostegno lungo il cammino: «Ci sono affidati perché la nostra vita possa cambiare».
Soffermandosi inoltre sul significato etimologico della parola fratello, adelphós, letteralmente «colui che viene dallo stesso grembo», il predicatore della Casa Pontificia ha osservato come i fratelli non confermino semplicemente «ciò che siamo», ma chiamino a una trasformazione. Nelle loro diversità, limiti e fatiche, essi diventano «lo spazio concreto in cui Dio lavora la nostra umanità, sciogliendo le nostre rigidità e insegnandoci a vivere con un cuore più vero e più capace di amore».
Uno dei racconti che meglio descrive tali resistenze, ha spiegato, è la «sofferta relazione» tra Abele e Caino. Una frattura che nasce da «un problema di sguardo», secondo il frate cappuccino. Il primo fratello, nel racconto della Genesi, offre i primogeniti del suo gregge — offerta che Dio «guarda con favore» —, mentre il secondo presenta semplicemente alcuni frutti del suolo.
A fare la differenza non è la «qualità dell’offerta», quanto «il fatto che ciò che si offre rappresenti davvero la propria vita». Perciò Dio non accoglie il dono di Caino: non vuole condannarlo, ma provocarlo. «Accettare quel gesto significherebbe lasciarlo nella convinzione di non avere davvero nulla di buono da offrire — ha detto il frate cappuccino —. Dio, invece, sembra volerlo aiutare a credere che anche la sua vita può diventare un dono».
Da questo episodio padre Pasolini ha invitato a lasciarsi interrogare, domandandosi «chi è Caino dentro di noi», ovvero quanto spazio occupa il risentimento, che diventa distanza e poi violenza, nei cuori di ciascuno. Quel rancore che nasce dalla constatazione che «non siamo soli» e «non siamo tutto». «Quando non riusciamo a fare pace con questa realtà — ha aggiunto — la presenza dell’altro può diventare insopportabile».
Per san Francesco, tuttavia, la fraternità non era un problema da affrontare, ma un’opportunità per imparare la logica misericordiosa del Vangelo verso il prossimo che sbaglia. Una dinamica che si ritrova anche nella breve ma intensa Lettera a Filemone di san Paolo, citata nel corso della meditazione come «un esempio molto concreto di come le relazioni si possano rigenerare quando mettiamo in gioco un amore più grande».
Nelle circostanze in cui «i rapporti si incrinano e la comunione è ferita», il suggerimento evangelico non è la difesa dei propri diritti, ma la ricerca di un bene migliore e sempre possibile: quello che «permette di riconoscere nell’altro non più un avversario o un debitore, ma un fratello amato dal Signore».
Tale realtà può sembrare distante dalla vita concreta, ha osservato il frate cappuccino, ma diventa tangibile quando i rapporti si fondano su «un vincolo di libertà». Non si tratta di simpatia o affinità, ma del «fatto che Dio ci ha scelti e ci ha chiamati a vivere insieme nella Chiesa come fratelli e sorelle».
La Pasqua inizia a operare nel momento in cui si accoglie il prossimo anche quando egli ferisce, delude, o si comporta da avversario. «Non perché siamo diventati più forti o più virtuosi, ma perché qualcosa in noi è già morto e qualcosa di nuovo ha cominciato a vivere», ha detto Pasolini.
L’intuizione del Poverello di Assisi, ha spiegato ancora il predicatore della Casa Pontificia, è constatare la conversione che scaturisce «proprio da ciò che gli altri fanno a noi, anche quando ci feriscono o ci mettono alla prova». Una pratica che allarga lo sguardo oltre le prove del quotidiano: «Le distanze tra di noi, le parole che feriscono, le incomprensioni che restano aperte possono diventare dolorose. Proprio per questo non dobbiamo mai smarrire l’orizzonte. Quando perdiamo la prospettiva della vita eterna, certe fatiche diventano totalmente inaccettabili».
La fede, ha rimarcato il predicatore della Casa Pontificia, non separa, ma ricorda che «nessuno può essere escluso dal nostro cuore». Essa, inoltre, attraverso la resurrezione di Gesù, è liberante: non dalla fatica delle relazioni, ma dal sospetto che tale sforzo sia inutile.
«Per questo — ha concluso — in questi giorni di Quaresima, mentre la storia del mondo continua a essere attraversata da divisioni, guerre e conflitti, noi cristiani non possiamo limitarci a parlare di fraternità come di un ideale da raggiungere. Siamo chiamati a riceverla come un dono e, al contempo, ad assumerla come una responsabilità molto seria e urgente».
