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Enzo Bianchi “Il messaggio che ci ha lasciato il giubileo”


febbraio 2026 
Il messaggio che ci ha lasciato il giubileo
per gentile concessione dell'autore


Noi cristiani dobbiamo ravvivare la speranza e gridarla forte a un mondo che speranza non ha.

Il giubileo è terminato con la fine del tempo delle manifestazioni del Signore Gesù Cristo venuto nella carne, ma il suo messaggio dovrebbe restare vivo e non andare perduto: il messaggio della speranza. Il beato Papa Francesco nell’indizione del giubileo aveva dato questa indicazione: “pellegrini della speranza”. Come ben legge il filosofo Byung-chul-Han in Contro la società dell’angoscia, noi oggi manchiamo di speranza nella vita, nel futuro, negli altri... e purtroppo anche nella chiesa. Non solo la fede si è fatta debole ma ancor di più la speranza perché i cristiani non credono più nell’aldilà, nella vita eterna, non aspettano più il regno di Dio, non invocano più Gesù come Signore Veniente. 
Non dobbiamo noi cristiani ravvivare la speranza, reimparare la grammatica della speranza, e gridare la nostra speranza a un mondo che speranza non ha? Cerchiamo dunque di rinnovare la nostra epignôsis della speranza

La speranza è invocazione 

Secondo Filone di Alessandria se c’è nell’essere umano un sentimento che appare specificamente suo è quello della speranza, che ci fornisce un orientamento indispensabile per un’esistenza creativa e resiliente. L’umano è un essere forzatamente resistente ed è la speranza che gli permette di restare in piedi nella notte. Giustamente Filone afferma: “Solo l’essere umano ha la speranza!”. 

D’altronde è significativo che la speranza appaia per la prima volta nella bibbia nel libro della Genesi, quando Shet, nato da Adamo ed Eva dopo il fratricidio di Abele, ebbe un figlio, Enosh, cioè “uomo”: “Fu allora che questi sperò di invocare il nome del Signore” (Gen 4,26 Lxx). La speranza genera l’invocazione del Nome, la preghiera, ci inizia ad avere una fede che spera, proprio ciò di cui noi oggi abbiamo bisogno. 

Nella notte oscura che attraversiamo se non avessimo la speranza anche la nostra fede sarebbe fragile, debole. Sono tramontati gli anni in cui scienza e tecnica ci promettevano di prevedere positivamente le traiettorie geopolitiche, finanziarie, democratiche, sanitarie... Noi ora facciamo la faticosa esperienza dell’impotenza rispetto alle situazioni contingenti della vita fragile, assalita dalla brama di potere e dall’avidità della ricchezza. L’azione politica si mostra oggi molto difficile oltre che confusa: c’è sfiducia generalizzata, volontà di prevaricazione, aggressività quotidiana. 

Sì, il nostro mondo vive un’epoca caratterizzata da instabilità, volontà politiche non convergenti e frammentarie. Ecco perché c’è chi ha detto: “La speranza è morta! “. Ma la speranza non può morire se non insieme all’umanità e finché ci sono esseri umani ci saranno resistenti, ci saranno sentinelle e vedette notturne capaci di sperare contro ogni speranza. 

Molti non capiranno ma io per leggere, conoscere e dire qualcosa della speranza cristiana resto convinto che occorre farlo a partire dal Vangelo, cioè da Gesù Cristo. Sì perché Gesù è la speranza. È vero, noi abbiamo tanti passi del Vangelo che rimandano a parole di speranza dette da Gesù, alle tante proclamate da lui nel portare a compimento la sua missione, ma non sempre abbiamo il coraggio di dire che Gesù Cristo, oltre a dire parole di speranza, è in se stesso la speranza, più che dire parole di vita è la vita! Ora, nei Vangeli, dove ci è consegnata in Gesù Cristo l’unica immagine senza veli di Dio, noi ci accorgiamo che lui, che è disceso dal cielo attraverso l’incarnazione e si è fatto umanissimo, uguale a noi in tutto, non ha mai ceduto alla tentazione di vivere secondo una negazione illusoria della realtà. Egli infatti vedeva la difficoltà che la condizione umana gli presentava senza eccezioni tenendo una porta aperta alla possibilità di essere sospeso da un evento di bene, da una forza buona che procedeva da Dio. Anche qualora fossero venute a mancare le ragioni per sperare di uscire da una aporia Gesù teneva viva la speranza, un evento, un semplice fatto che non proveniva dalla propria volontà ma da Dio stesso. 

La speranza è una fessura, non la si vede sempre, a volte resta nascosta, ma occorre credere che c’è e che è destinata ad allargarsi, a diventare una finestra attraverso la quale passa la luce. Ovunque ci sia un uomo, una donna, la speranza non può morire salvo che avvenga un suicidio: prima della speranza, poi del corpo! Eppure basterebbe che una mano dall’alto o dal basso aprisse uno spiffero di luce che arrivi fin dove c’è tenebra mortale per dare ragioni per continuare a tirare il fiato. 

Tra noi ebrei e cristiani, poi, non si dovrebbe dimenticare che di fronte al Mar Rosso nessuno poteva credere di poterlo attraversare a piedi asciutti, nessuno pensava di giungere all’altra riva, ma quando i figli d’Israele hanno osato mettere il piede in mare e camminare tenendosi per mano si sono trovati all’altra riva e hanno cantato pieni di gioia la Cantica del mare (cf. Es 15). Ecco perché guardiamo a Cristo: “Cristo in voi, vostra speranza” (cf. Col 1,27). Questa non è solo un’affermazione cristologica decisiva ma testimonia che Gesù era la speranza di chi lo incontrava nella sua vita, lo ascoltava nella predicazione del Regno. Basta fare riferimento al suo sguardo perché proprio nello sguardo di una persona è percepibile la presenza della speranza. L’occhio che spera è un occhio aperto, sempre vigilante, che guarda nel senso che vede soffermandosi con consapevolezza, pensando sulle cose. Ecco perché dove vedeva un campo di grano maturo Gesù percepiva l’immagine di una mietitura escatologica vicina, là dove vedeva un gregge disperso sulle colline vedeva la sua comunità errante senza pastori, là dove altri erano abbagliati dalle pietre del tempio Gesù ne prevedeva la distruzione, là dove avvenivano i solenni pontificali del tempio, lui vedeva una povera vedova che buttava nel tesoro del tempio tutto ciò che possedeva. 
Nello stesso modo, dove i sacerdoti vedevano una prostituta lui sapeva vedere una donna capace di santità, dove gli uomini religiosi vedevano pubblici peccatori Gesù vedeva possibili discepoli, i primi ammessi al Regno... 

Un altro occhio, un’altra speranza. Non è solo chiaroveggenza, è speranza, dono di Dio, è lo Spirito santo compagno inseparabile di Gesù, anche lui ha conosciuto la kenosi che lo ha fatto scendere dalla Trinità con il Figlio, tra noi umani. 

Quante volte Gesù a chi si reca da lui dice rimandandolo indietro: “Va’, la tua fede ti ha salvato!”. Parole di vertigine, di speranza, dove la speranza nella forza dello Spirito santo rifà un uomo, una donna, quale nuova creatura. Lo sguardo di Gesù non è solo missionario, capace di elezione e di chiamata, ma soprattutto è sguardo di misericordia, che desta speranza: avvolge di speranza, distrugge tutto ciò che è tenebra e prigionia. Gesù si fa archegós, “colui che mostra la strada” della speranza per tutti i suoi discepoli, suoi fratelli, e li porta a comprendere a poco a poco la speranza delle speranze, la Resurrezione

La speranza può rendere possibile ciò che agli uomini pare impossibile. Nell’ora dell’angoscia e della desolazione, quando si è stati calunniati e ripudiati da tutti, quando si sono allontanati gli amici e sembra che siamo stati consegnati dai nostri compagni dell’intimità alla distruzione, magari da chi ci ha tradito, il compagno fedele che mangiava il pane con noi alla nostra tavola, possiamo protestare con Dio fino a scagliare invettive contro di lui. Vediamo il suo volto come quello di un nemico, che non ci guarda, che ci getta nelle tenebre, che ci assale come un orso... Perché Signore? Dove sei? Chi prega così si fabbrica un’immagine perversa del volto di Dio e giustifica il suo pianto e la sua protesta. 

Ma proprio perché “è bene attendere in silenzio la risposta del Signore” si deve invece imparare con pazienza a “stare fermi”, ad attendere, perché Dio interverrà. Lo dicono tutti gli oranti che sono passati attraverso la tribolazione dell’assenza di Dio. A poco a poco capiscono che non era Dio ad essere muto, come essi pensavano (una bestemmia!), ma che erano loro a essere sordi alla sua Parola e imparano che Dio parla nel silenzio e che nel silenzio è vicino più che mai! 

Durante la salita a Gerusalemme per tre volte Gesù annunciò ai discepoli apertamente la necessità della passione e morte, eventi, questi, strettamente legati alla Resurrezione, all’intervento del Padre, che richiamerà dai morti il suo Figlio amato: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molte cose, essere crocifisso e risorgere il terzo giorno! “. Speranza che i discepoli sentivano affiorare sulle labbra di Gesù ma per ora non comprendevano: “Cosa vuol dire risorgere dai morti?” (cf. Mc 9,10). 

Ma con l’alba del terzo giorno l’annuncio Pasquale risuona per le donne discepole e da allora la speranza trionfa in un canto parallelo alla Cantica del mare: “Cristo è veramente risorto ed è apparso a Simone!” (Lc 24,34). 

Cristo appare l’unica e vera speranza dei discepoli e del cosmo intero. È lui la sorgente della nostra speranza che nella sua estrema impotenza è speranza della resurrezione dai morti. Se Cristo è risorto dai morti noi tutti risorgeremo dietro a lui e se noi non risorgessimo dai morti neanche Cristo sarebbe risorto! 

Questa è la speranza cristiana: la morte sarà vinta, il Regno sarà aperto, abiteremo la Gerusalemme celeste nella comunione dei santi e Dio sarà tutto in tutti! 

Questa speranza che la morte non sia l’ultima parola, fondata sull’adesione a Gesù Cristo il Signore vivente, è la differenza cristiana rispetto agli altri uomini: comunicare loro la speranza significa certamente comunicare che l’amore da loro vissuto vince la morte, di questo devono sempre essere consapevoli. Questo mi pare l’unico debito, l’unico messaggio che noi possiamo offrire, se lo accolgono, ai non cristiani. E offrirlo non solo annunciando l’amore ma amando concretamente. Osiamo così poco amare! Così poco che l’amore non è credibile e dunque è incapace di vincere la morte. Ma la speranza è il dono dello Spirito santo: nella sua kenosi nel cuore degli uomini apre una fessura di luce, apre le tenebre e lascia germinare la speranza di resurrezione, di vita per sempre.





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