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Alessandro D’Avenia "Una goccia di mistero"

24 gennaio 2022

Al mattino di venerdì 28 gennaio del 1972, 50 anni fa fra quattro giorni, nella stanza 201 della clinica Madonnina di Milano, dove era ricoverato da dicembre per un tumore, un uomo di 66 anni sente che la fine è vicina e chiede alla moglie di fargli la barba: «Voglio che la morte mi trovi in ordine». Il suo nome è Dino Buzzati, a cui sono legato da quando, sedicenne, lessi «Una goccia», racconto pubblicato per la prima volta il 25 gennaio del 1945 su questo giornale per cui lavorava, e inserito nei Sessanta racconti, l’antologia da lui stesso curata e con cui nel 1958 vinse il premio Strega. Mi colpì a tal punto che lessi d’un fiato gli altri racconti di quel libro che avevamo a casa. Comincia così: «Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso a letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, si ode a intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. Tuttavia sale. Di gradino in gradino viene su, a differenza delle altre gocce che cascano perpendicolarmente, in ottemperanza alla legge di gravità. Questa no: piano piano si innalza lungo la tromba delle scale». Leggendo riconoscevo tutte le mie domande sul mistero, a cui Buzzati dava cittadinanza in me. Ma che cosa è il mistero? 

Nel mondo antico i misteri (dal greco stare a bocca chiusa) erano riti iniziatici nei quali si entrava in contatto con il divino. 

Con il cristianesimo vennero infatti chiamati misteri i sacramenti, per indicare come i cristiani entrano in contatto con Cristo, che è il mistero per eccellenza: l’unione di divino e umano nella stessa persona. Nel ‘900 il filosofo Gabriel Marcel ha chiarito la distinzione tra problema e mistero: il primo è ciò che non ha ancora soluzione, ma, se pur a fatica, sarà risolto, come i problemi matematici o pratici; il secondo è un orizzonte di verità, non possiamo risolverlo una volta per tutte, ma approfondirlo dà senso alla vita perché fa crescere l’anima che vogliamo avere, come di fronte al mistero del dolore o della morte. 

La rimozione del mistero o la sua riduzione a problema, tipico dell’ebbrezza tecnologica (la morte sarà sconfitta, il dolore eliminato…) in realtà ci rende infantili. L’uomo maturo invece risolve problemi e rimane di fronte al mistero senza scappare. Così fece Buzzati, come scrisse il poeta e amico Eugenio Montale nel suo necrologio: «Tutta la realtà, la vita stessa, gli oggetti erano per lui segnali dell’altrove, erano una porta che un giorno avrebbe potuto aprirsi. E Dino poteva tranquillamente ostinarsi a bussare. E così fu per lunghi anni». Con la scrittura e la pittura l’autore bellunese continuava ad ascoltare il mistero, come fanno le anime semplici, proprio come accade con la goccia: «Non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a segnalarla. Bensì una servetta del primo piano, piccola ignorante creatura. Se ne accorse a ora tarda, quando tutti erano già andati a dormire. Corse a svegliare la padrona. “Signora! C’è una goccia, signora, una goccia che vien su per le scale!”. “Che cosa?” chiese l’altra sbalordita. “Una goccia che sale i gradini!” ripetè la servetta. “Va’, va’” imprecò la padrona “Sei matta? Torna a letto! Hai bevuto, vergognosa!”». 

Anche oggi, chi segnala e indaga il mistero, cioè tiene viva la domanda su Dio, sul destino, sul senso della vita, viene spesso preso per ingenuo, ubriaco o pazzo. Buzzati non rinunciò a questa indagine sino all’ultimo istante della sua vita, come il protagonista della sua opera più bella, Il deserto dei Tartari (1940), a torto ritenuta tragica da chi vuole ignorare il «misterioso» sorriso finale del protagonista. Infatti di quel libro Buzzati diceva: «È il libro della mia vita, perché quando stavo scrivendo capivo che avrei dovuto scriverlo per tutta la durata della mia esistenza e concluderlo solo alla vigilia della mia morte». 

All’inizio del mio percorso di insegnante di liceo raccolsi degli studenti, con i quali, un pomeriggio a settimana, leggevamo ad alta voce, nel teatro della scuola, dei racconti, senza interrogazioni. Lessi loro «La goccia». Furono così presi che decidemmo di metterlo in scena. Il pubblico ammutoliva come le persone del racconto che «di giorno» si fingono immuni da certe domande: «Al mattino del resto chi prende più questa storia sul serio? Al sole del mattino l’uomo è forte, è un leone, anche se poche ore prima sbigottiva… Che strana vita. E non poter far reclami, né tentare rimedi, né trovare una spiegazione che sciolga gli animi. Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: — domandano con buona fede — un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora — insistono — sarebbe un’allegoria? Si vorrebbe simboleggiare la morte? o qualche pericolo? e gli anni che passano? Niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. O più sottilmente si intende raffigurare i sogni? Le terre lontane dove si presume la felicità? Qualcosa di poetico? No, assolutamente. Oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua che di notte viene su per le scale. Tic tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura». 

Grazie a Buzzati ho imparato a non aver paura di aver paura, perché quando la fuggiamo perdiamo i suoi doni «misteriosi». Chi non ha paura della morte, del dolore, della solitudine, degli eventi inattesi… cioè di tutte «le gocce che salgono» nelle nostre notti interiori? Ma solo affrontando la paura si trova il coraggio, come ha fatto Buzzati, fino al pomeriggio di quello stesso giorno in cui aveva chiesto alla moglie di sbarbarlo: morì baciando un crocifisso, benché non si dicesse credente. 

Ma chi è credente se non chi, aderendo alla realtà, continua a bussare alla porta del mistero sino all’ultimo istante?

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