Enzo Bianchi "La preghiera come libertà davanti a Dio"
Dalla certezza di essere amati dal Signore nasce un dialogo autentico con Lui e la capacità di amare gli altri, persino i nemici, con compassione.
Se la preghiera è fede che parla significa che non essa è solo fiducia ma parresia, cioè franchezza, audacia, libertà nello stare davanti a Dio, nel parlare a lui, nel chiedere, nell'attendere la sua risposta che è sempre un giudizio.
Ecco il dialogo, o meglio ancora, il duetto, la comunione. Non si tratta di nascondere la debolezza, di non sentire il peso del nostro peccato, ma di trascendere questa nostra conoscenza di noi stessi a favore della conoscenza che Dio ha di noi. Chi prega con parresia conosce di essere agapeménos, amato da Dio, conosce l'agape di chi per primo l'ha amato, di chi lo ha perdonato mentre lui era ancora peccatore e nemico (cf. Rm5,6 ss.), di chi gli offre costantemente il suo amore che per esprimersi ha bisogno di comunione.
Non si tratta di spiritualizzare: la preghiera insegnataci da Gesù, canone di ogni preghiera cristiana, ci insegna a domandare anche il pane quotidiano necessario alla nostra vita. Si tratta però di entrare nella logica di Gesù e del Padre, nella logica della comunione con chi ci ama fedelmente senza venire meno. Allora nell'accettazione di questo amore la preghiera trova il suo télos: l'agape di Dio che diventa in noi amore per gli uomini tutti, con-passione, fino all'amore per i nemici. Il comando di Gesù: “Pregate per i vostri nemici” non è solo un'ampiezza più grande data alla preghiera, ma è partecipazione all'amore di Dio che ci ama tutti, peccatori e nemici suoi per natura, che fa piovere la sua benedizione sui giusti e sugli ingiusti.
