Simona Segoloni - Dieci anni di “Amoris laetitia”: quando la gioia abita in casa
L’esortazione di Francesco invita a riconoscere ciò che il Signore opera nei legami affettivi, tra dedizione, limiti, separazioni e cura reciproca. Uno sguardo credente sugli affetti domestici nella convinzione che proprio lì si giochi anche un cammino di salvezza e umanizzazione.
Dio infatti è amore, reso presente là dove le persone si amano reciprocamente (1Gv 4,7), non dove si amano secondo schemi impeccabili, ma dove si amano così come gli esseri umani sanno fare, unendo dedizione, fedeltà, cura a fatica, limiti e contraddizioni. In questo amore fragile e straordinario, scambiato in una reciprocità sorprendente, che ci ricorda la capacità umana di rispondere al bene ricevuto, Dio è presente e realizza la salvezza, perché questa passa dentro la fitta trama delle relazioni interpersonali (cfr. Evangelii gaudium, 113).
E così la vita delle famiglie è fatta oggetto anzitutto di contemplazione credente: cosa Dio opera nelle nostre case? Che tipo di legami siamo capaci di realizzare? Cosa soffriamo? E come l’annuncio del Vangelo si declina nell’intimità dei nostri sentimenti e dei nostri corpi schiusi alla sessualità, alla genitorialità ed esposti al tempo che passa? Qual è la buona notizia di cui ci dobbiamo accorgere fin da subito, varcando la soglia della solita porta e udendo le solite voci? Questo è ciò che cerca di offrire Amoris laetitia, dopo una lunga discussione in cui la vita concreta di tanti è entrata direttamente o raccontata, prendendo il posto che la vita credente deve avere: al cuore del discernimento ecclesiale. Così scorrendo il testo scritto da papa Francesco, troviamo certamente analisi che riguardano la situazione delle famiglie oggi sul piano culturale e sociale, troviamo richiami al magistero e approfondimenti tratti dalla riflessione teologica, ma troviamo soprattutto tanta vita testimoniata e guardata con occhi capaci di vedere ciò che Dio realizza qui e ora.
E la vita delle famiglie oggi è diventata (come tutto) più complessa: non valgono più i ruoli stereotipati né ci sono ricette sempre efficaci. Siamo di fronte alla vita vera e la vita sfugge ad inquadramenti, è più grande delle idee ed è in continuo movimento. Non possiamo ingabbiare la vita delle famiglie in schemi che per quanto buoni finiscono per essere inadeguati, possiamo invece contemplare come le relazioni, quando le persone fanno tutto ciò che possono per favorire la vita altrui e la propria, sono capaci di far fiorire tutte le persone che le vivono. E con questa profonda convinzione papa Francesco declina l’inno alla carità della prima lettera ai Corinzi nelle pieghe interiori degli affetti familiari, costituiti di gesti e parole capaci di dare vita e riceverne, ma si ferma anche a contemplare le caratteristiche dell’amicizia coniugale, di quell’affascinamento per l’altro/a che fa decidere di condividere la propria strada con lui/lei, rimanendo fermi nella consapevolezza che la sua vita ci arricchisce enormemente e quindi merita la nostra dedizione, anche quando le vicende della vita dovessero mutare i sentimenti o incrinare la serenità.
La presenza di Dio si può contemplare però anche là dove le relazioni non riescono a rimanere vivificanti e le persone si separano alla ricerca di una serenità che non riescono più a trovare insieme: nella sofferenza della separazione ci sono infatti le tracce evidenti dell’amore vissuto e sperato, come anche la volontà di non fare più del male né a se stessi né all’altro pur non potendo più onorare quanto si era voluto in passato. Questo travaglio si può accompagnare ecclesialmente non solo nella necessaria elaborazione del lutto ma anche nella rinascita alla vita e alle relazioni, perché Dio vuole che tutti abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza.
Per concludere vorrei richiamare qui quanto Amoris laetitia insegna sulla spiritualità della famiglia al cui centro viene posta la cura reciproca, l’impegno a coltivare il giardino dell’altro/a perché dia il meglio possibile e offra così frutti che possano rallegrare anche chi se ne è preso cura. Condividere i propri guadagni, curarsi degli spazi domestici, provvedere il cibo o ciò che serve, interessarsi delle giornate altrui, imparare a gestire le malattie dei bambini, affiancare l’avventura della crescita, permettere all’altro e all’altra di vivere i propri doni e la propria professionalità, inventarsi modalità di riposo e risate, raccontare il Vangelo ai figli: tutto questo (e il molto altro che chi legge può aggiungere) è la cura reciproca che realizza la presenza di Dio nelle famiglie rendendole luogo di evangelizzazione ma anche di umanizzazione. In tempi in cui è difficile trovare motivi di speranza, possiamo, con gratitudine, cominciare da qui.
