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Giuliano Zanchi "Omelia e parola di vita"

1° febbraio 2019

Il prevalente sentimento che la comunicazione di Chiesa sembra alimentare resta l’assuefazione alla sua prevedibile insignificanza. Il talento parodistico del cinema e del cabaret ha da tempo trovato in essa una redditizia miniera di invenzioni comiche.
Verrà certamente da dire che i suoi registri di base sono quelli della parola profonda, per questo radicalmente in difficoltà a tenere testa all’immediatezza dell’odierna lingua mediale. In effetti momenti di ristoro dall’aggressività compulsiva con cui parole e immagini fendono oggi lo spazio dello scambio comune troverebbero un’adesione diffusa e anche riconoscente.

Ma il male oscuro della debole parola cattolica è anche più profondo. Il suo disorientamento sembra tangibile proprio in quella frequente adozione retorica e mimetica dei format di una comunicazione mediata, da cui si spera migliore penetrazione e maggiore incisività, ma da cui si ricava molto più spesso omologazione e livellamento. Questo non significa che la Chiesa non debba acquisire autentica competenza sui mezzi di comunicazione che tutti usano. Ma niente risulta più patetico dell’ecclesiastico che va in televisione a fare il disinvolto.

L’apice della malinconia viene però toccato nell’imperdonabile incuria del codice liturgico, secolare medium della cultura credente, condotto al suo declino non solo dalla metamorfosi dei nuovi riti collettivi, ma soprattutto dall’imperizia del suo adempimento d’ufficio, divenuto in questi anni di contesa pastorale terreno di anarchica improvvisazione personalistica. Non si deve generalizzare. Ma lo stato dell’arte in questo campo non è esaltante. Qualcuno difatti opta per la secessione e sceglie il latino. I più hanno darwinianamente sviluppato uno stato di insensibilità che ha imparato a non sorprendersi più di nulla.

Il vertice indiscusso di questo declino comunicativo resta però, nel senso comune, l’omelia domenicale, patita perlopiù come un’afflizione incorporata al precetto, che anche le sceneggiature cinematografiche, non senza malizia, hanno contribuito a stabilizzare mentalmente come riflesso della parola aerea, prolissa, evasiva e insignificante, un tormento verbale che per definizione non deve necessariamente far corrispondere cose ai suoni.

Il tono della predica è diventato per molti, per una sorta di metonimia automatica, marcatore primario della qualità stessa dell’intera liturgia. In questa istintiva equazione, per quanto vi sia di eccepibile, non manca della verità. Ma lo stesso senso comune, che coglie al volo l’inadeguatezza della parola malamente consumata nelle nostre liturgie, la incita poi verso rimedi che ne compromettono ancora di più la consistenza.

Anche qui il vertice della pena viene toccato a rialzo ogni volta che si cerca di rivitalizzare la parola omiletica ricorrendo a tecniche o espedienti energizzanti mutuati da aggiornate abilità comunicative. Le lusinghe dei metodi si intrecciano sempre ai narcisismi in scena. Allora se ne sentono di tutti i colori. Il tono imbonitore del prete che ha assimilato la lingua della televendita. La retorica frizzante della persuasione insegnata nei manuali di management. L’esaltazione carismatica del mega predicatore americano. Tecniche di incitamento da manipolazione delle masse più che di conversione dei cuori. Tentazioni più che tentativi. Tecnica più che sapienza.

Personalmente mantengo una convinzione che ha tutto per non essere popolare. Sono convinto che nella comunicazione cattolica difettano tanto i modi quanto i contenuti. Ma mentre sui modi molti si sentono pronti all’opera, sui contenuti quasi nessuno è disponibile a qualche sano interrogativo. Il rinnovamento teologico culminato con il concilio non sembra avere rivitalizzato una narrazione credente che nella media sembra rimasta premoderna, imbrigliata in quelle idiosincrasie dottrinali che la rendono un’astrazione siderale rispetto alla vita reale, intrisa di cautele, circospezioni, prudenze, incapace di risuonare come reale bagaglio di senso per esseri umani che calpestano ogni giorno i marciapiedi della città secolare.

La forza persuasiva della parola non si attiva senza la sostanza convincente del suo oggetto. Naturalmente anche viceversa. Però un grande rischio della cultura cattolica non è solo quello di comunicare male. Ma di non comunicare niente. Perché quando invece che in una liturgia qualsiasi, contro ogni speranza dei presenti, la profezia del vangelo riesce a risuonare nella sua semplice potenza umanizzatrice, capace di legarsi alle questioni vere di esseri umani reali, in cui la scrittura manifesta tutta la sua potenza rivelatrice, con la ragionevolezza richiesta dal presente, magari con parole scelte con cura, per tempo, con quella naturalezza letteraria che si impara solo con il tempo, allora le teste si alzano, gli sguardi si orientano, gli occhi cominciano a fissare il parlante e si sente quel silenzio che non è rumore della noia ma la sospensione dell’ascolto. Non vola una mosca. La parola ha toccato i cuori e mosso le intelligenze.

Un incontro ravvicinato di questo tipo si dà quando il predicatore suscita la meraviglia di una scrittura portata così prossima al pianerottolo della vita reale da sembrare scritta l’altro ieri proprio per noi.

La predica non è una lezione di Bibbia. Ma in ogni parola che tesse il discorso essa deve soffiare come un’ispirazione di fondo. Perché possa succedere occorre che l’intera Chiesa dei credenti, omileti e fedeli, abbia imparato a condividere un codice di accesso a un ascolto della scrittura degno del suo oggetto. Su questo Dei Verbum ha aperto orizzonti con cui mi sembra non abbiamo ancora del tutto familiarizzato. Spesso l’evocazione biblica resta un fondale cartonato contro il quale la realtà si staglia grezza e pretestuosa, appiccicata più come commento di cronaca che come discernimento del tempo.

Il punto invece è questo. Un’adeguata interpretazione del testo biblico, frutto di tempo e applicazione, deve intrecciarsi a una competente lettura della realtà, che al ministro richiede perspicacia personale quanto studio assiduo, applicazione intellettuale quanto sensibilità personale, e dalla cui miscela sgorga quella parola che accende luce su un angolo di esperienza, un’illuminazione che arriva tramite il predicatore ma che tutti sentono provenire da una rivelazione che si rinnova per il presente.

Non deve essere una conferenza. Basta un lampo, intenso come un faro segnaletico, ardente come il fuoco nel camino di casa. Il lavoro che prepara una buona omelia è articolato e impegnativo, ma la forma con cui trova sbocco deve essere lieve e immediata, senza confondere il semplice col superficiale.

Insomma, predicare è un atto che la gran parte dei ministri onora da perfetto autodidatta ma che in realtà non si improvvisa, ha un suo risvolto tecnico ma dipende anche molto dalla sensibilità personale, è nello stesso tempo rivelazione e discernimento, un ascolto dall’alto e una lettura dal basso, un sondare abissi contemporaneamente divini e umani.

Stare in questo intreccio non è per niente facile. Ma già metterne a fuoco la composizione mette sul sentiero giusto. La predica della domenica, pulpito globale unico al mondo, resta il luogo principale nel quale il cattolicesimo si esprime nei suoi paradigmi di fondo. La posta in gioco è la stessa persuasività nel vangelo. Non quel tipo di efficacia che è solo l’anticamera del cabaret.

Giuliano Zanchi è segretario generale della Fondazione Adriano Bernareggi (Bergamo). Si occupa di temi al confine fra l’estetica e la teologia ed è redattore della Rivista del clero italiano. 
Tra le sue pubblicazioni recenti: L’arte di accendere la luce. Ripensare la chiesa pensando al mondo (Milano 2015); Le migrazioni del cuore. Variazioni di un’immagine tra devozione e street art (Bologna 2017) e Rimessi in viaggio. Immagini di una Chiesa che verrà (Milano 2018). 
La riflessione è apparsa sul Quindicinale online VPplus il 26 gennaio 2019.

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