Omelie Venerdì Santo 2026: Enzo Bianchi, Roberto Repole, Sabino Chialà
Venerdì Santo
Omelie di Enzo Bianchi, Roberto Repole, Sabino Chialà
Gv 18,1-19,42
Abbiamo ascoltato il racconto glorioso, dossologico, della passione del Signore secondo Giovanni. Avevamo meditato i racconti della passione nei vangeli sinottici nei primi giorni della settimana santa. Ma nell’ora della croce, in questo giorno santissimo della morte di Gesù la chiesa ci chiede di ascoltare e contemplare la passione di Gesù secondo il quarto vangelo, vangelo nel quale la fede pasquale della chiesa intravede l’esaltazione, la glorificazione dove gli altri vangeli leggono l’abbassamento, l’umiliazione. Ciò che ci viene raccontato, e sta realmente nella storia, è sempre la stessa e unica vicenda di Gesù: Gesù è stato catturato, è stato giudicato dal potere religioso, è stato disprezzato, quindi è stato condannato dal potere imperiale, flagellato e messo in croce fino alla sua morte avvenuta all’ora nona.
Ma lo sguardo che ci viene richiesto dal quarto vangelo è diverso rispetto allo sguardo degli altri vangeli. Innanzitutto per comprendere bene la contemplazione che Giovanni ha saputo fare della passione di Gesù dobbiamo ricordare che tutta la vita di Gesù, tutta la vicenda pubblica di Gesù sta tra la sua presentazione da parte di Giovanni Battista: «Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29) e la constatazione che abbiamo letto dopo la morte di Gesù: «Nessun osso gli sarà spezzato» (Gv 19,36; cf. Es 12,46), constatazione che indica Gesù come l’agnello pasquale, il vero e definitivo agnello pasquale, perché il precetto: «Nessun osso gli sarà spezzato» riguardava l’agnello pasquale immolato e poi consumato nel pasto serale in ogni famiglia e comunità del popolo di Dio.
Giovanni Battista ha presentato Gesù come l’agnello, l’agnello che toglie i peccati del mondo, e Gesù aveva questa capacità a causa della sua santità, una santità che gli derivava dallo Spirito santo che era sceso e riposava su di lui. Giovanni Battista aveva ricevuto la Parola di Dio su di sé nel deserto: «Colui sul quale tu vedrai discendere lo Spirito e restare, dimorare su di lui, è lui, è lui» (cf. Gv 1,33). L’agnello di Dio è colui che è venuto per portare la remissione dei peccati a tutti gli uomini ed è abilitato a questo grazie allo Spirito santo che è la remissione dei peccati. E per questo in croce, secondo il quarto vangelo, Gesù non è semplicemente colui che morendo spirò, ma è colui che consegna lo Spirito santo, effonde lo Spirito santo che è la remissione dei peccati di tutto il mondo. Dunque ciò che aveva annunciato all’inizio del vangelo Giovanni Battista si compie pienamente, definitivamente nella morte di Gesù. Ecco perché questa è l’ora, l’ora della glorificazione, aveva detto Gesù, la sua ora, l’ora verso la quale lui aveva sempre mantenuto vivo il desiderio, un’ora sempre attesa, l’ora in cui avrebbe potuto consegnare il suo Spirito santo e dare così la riconciliazione, la comunione tra Dio e gli uomini.
Ma proprio con questa comprensione voglio sostare oggi solo su pochi versetti riguardanti la morte di Gesù. Nel racconto della morte di Gesù appare innanzitutto evidente, ancora una volta, la consapevolezza di Gesù che viene affermata qui una terza volta. Questa consapevolezza l’avevamo sentita affermare dal brano riguardante la lavanda dei piedi: «Gesù, sapendo che era venuta la sua ora» (Gv 13,1); l’abbiamo sentita all’inizio del racconto della passione: «Gesù, sapendo che si avvicinava colui che lo tradiva» (cf. Gv 18,4); e qui di nuovo per la terza volta: «Ges, sapendo che ormai tutto era stato compiuto, affinché si adempissero le Scritture disse: “Ho sete”» (Gv 19,28). Gesù sa che ha compiuto la volontà di Dio fino alla fine, che ha realizzato pienamente la sua missione, che ha ubbidito puntualmente al Padre, sempre permettendo che si compissero tutte le Scritture su di lui; e in quest’ora, l’ora che è giunta, ecco che grida la sua sete di Dio: «Ho sete». Noi forse nella traduzione non ce ne rendiamo conto, ma questa parola: «Ho sete» è nient’altro che le prime parole del salmo 42: «L’anima mia ha sete, l’anima mia ha sete del Dio vivente». E Gesù, ecco, lascia che l’ultimo grido sia l’assumere questo salmo come preghiera per poi gridare trionfalmente: «È compiuto, è compiuto, tutto è compiuto» (Gv 19,30).
Questa consapevolezza non è solo una coscienza anticipata, profetica di quel che sarebbe accaduto, ma in Gesù è una conoscenza del significato profondo della sua vita e della sua morte. Gesù è lucidissimo, è libero, sempre soggetto di amore verso il Padre e verso di noi e sa che in tutta la sua vita ha semplicemente tutto predisposto perché si compiano le Scritture. Gesù non ha compiuto tante azioni, non è mai stato un gran protagonista, sono gli stupidi che vedono del protagonismo nella sua vita. Gesù ha sempre atteso che le cose si compissero, ha mai detto no a ciò che Dio gli chiedeva giorno per giorno come qualcosa da assumere e da fare, ma non ha mai preso iniziative sue, ha sempre aderito alla volontà del Padre, ha sempre continuato a lavorare in un’opera che il Padre aveva iniziato per lui. E ora la sua opera è terminata.
Aveva detto: «Il mio cibo è che io faccia la volontà di colui che mi ha mandato e che porti a termine l’opera a pieno compimento» (Gv 4,34). E adesso Gesù deve semplicemente dire l’amen, l’amen finale, e lo dice reclinando il capo, il gesto che acconsente alla morte, che fa della morte un atto puntuale con cui Gesù ridà la sua vita a Dio. Ma proprio in questo gesto in cui reclina il capo e in cui consegna lo Spirito santo e lo consegna alla sua comunità, la chiesa, rappresentata sotto la croce da Maria la madre e dal discepolo amato, Gesù appare davvero come l’agnello pasquale che ha tolto il peccato del mondo. Se Giovanni aveva visto lo Spirito santo scendere su di lui e rimanere, ora il discepolo amato, l’altro Giovanni, vede lo Spirito che dalla bocca di Gesù come un soffio, come Spirito creatore scende sulla sua comunità.
Ma ecco, il compimento ormai continua, proprio mentre Gesù è morto, il compimento delle sue parole, della promessa di Dio diventa un compimento ancora più evidente, un compimento verso la pienezza. Noi ci ricordiamo che Gesù al cuore del suo ministero, al tempio di Gerusalemme, si era alzato ritto in piedi e aveva gridato: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me, perché, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva scaturiranno dal suo seno» (Gv 7,37-38). E là l’autore del vangelo aveva annotato: «Diceva questo dello Spirito santo che avrebbero ricevuto i credenti perché non era ancora stato dato lo Spirito santo non essendo stato Gesù glorificato» (Gv 7,39). Ma ecco, l’ora della gloria è venuta, lo Spirito è dato per la remissione dei peccati, e ciò che accade sotto la croce è solo un altro amen a quella morte gloriosa.
Ci ha detto il quarto vangelo che quella era l’ora in cui al tempio si macellavano gli agnelli pasquali, quelli agnelli che sarebbero stati poi portati a casa e sarebbero stati mangiati in quella sera, l’agnello memoriale dell’uscita dall’Egitto. E così noi sappiamo anche che il giorno dopo, il quindici di Nisan, era la festa grandissima della Pasqua, che quell’anno cadeva in un giorno di sabato. Dunque per quel grande giorno, solennissimo, Pasqua e sabato insieme, la Legge prevedeva che non ci fossero corpi crocifissi e tantomeno ci fossero corpi di uomini suppliziati: ecco perché vennero i soldati per spezzare le gambe a quegli agonizzanti in modo che morissero prima del tramonto e potessero essere seppelliti e tolti, portati via dal supplizio. Ma quando sono venuti, Gesù era già morto. Gesù è veramente morto e uno dei soldati vibra un colpo di lancia nel suo petto per assicurarsi di quella morte e che non fosse semplicemente un sonno, uno stato comatoso. E come quel colpo di lancia raggiunge il petto di Gesù, ecco ne uscì sangue ed acqua e l’evangelista Giovanni si fa testimone, racconta, testimonia, nella consapevolezza di dire la verità e una verità che porta alla fede anche noi lettori del vangelo.
Gesù è l’agnello pasquale, ucciso nella stessa ora degli agnelli pasquali, ma lui è il vero, il definitivo, quello che abolisce quel rito di immolazione che Israele viveva dal giorno dell’uscita dall’Egitto. E perché questo porti il sigillo di una profezia compiuta, ecco, non gli rompono le ossa, come l’agnello che doveva essere mangiato senza che gli fossero rotte le ossa. Ma nello stesso tempo Gesù appare anche come il tempio. L’aveva annunciato nella prima salita a Gerusalemme: il suo corpo era il vero tempio (cf. Gv 2,19-22). E anche qui quell’acqua che sgorga dal fianco di Gesù è l’acqua profetizzata da Ezechiele, che sarebbe sgorgata dal lato destro del tempio (cf. Ez 47,1-2); è quella fonte che sarebbe sgorgata dalla casa del Signore, secondo Gioele (cf. Gl 4,18); è quella sorgente che avrebbe zampillato per lavare il peccato, rimettere i peccati, secondo Zaccaria (cf. Zc 13,1).
E così è tolto il peccato del mondo, il nostro peccato. Quando è avvenuta la morte di Cristo sono scomparsi i sacrifici degli agnelli pasquali, è scomparsa ogni memoria dei peccati nel giorno di Jom kippur ed è stato immolato l’agnello di Dio, colui che veramente ha tolto il peccato del mondo. Lo dicevamo ieri sera e lo diciamo di nuovo al termine di questa nostra contemplazione: dove c’è la memoria della morte di Cristo, là non c’è più memoria dei peccati, perché lo Spirito li ha rimessi e cancellati, e a partire da quell’ora della gloria fino al ritorno del Signore gli uomini volgono lo sguardo a Gesù trafitto, al vero agnello pasquale. E quando un uomo, una comunità, una chiesa volge lo sguardo all’agnello trafitto e annuncia la morte del Signore, dice che c’è la remissione dei peccati e non c’è più memoria dei peccati del mondo.
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Omelia del card. Roberto Repole,
arcivescovo di Torino e vescovo di Susa,
alla celebrazione della Passione del Signore
RIFERIMENTI BIBLICI:
Prima lettura: Is 52,13-53,12
Salmo responsoriale: Sal 30 (31)
Seconda lettura: Eb 4,14-16; 5,7-9
Vangelo: Gv 18,1-19,42
[Testo trascritto dalla registrazione audio]
Non finisce di commuoverci, anche dopo tanti anni, anche dopo infinite letture, questo racconto che ci
mette a contatto in modo diretto, immediato, oserei dire nudo, senza sovrastrutture, con la sofferenza
lancinante di un nostro fratello in umanità. Se abbiamo un po' di empatia, se siamo ancora capaci di quella
compassione che ci permette di sentire ciò che l'altro sente, percepiamo, leggendo questo racconto,
riascoltandolo, di venire inabissati nell'abisso della solitudine, della paura, dell'angoscia, dell'umiliazione di
Gesù di Nazaret. Un noto pensatore, René Girard, ha detto che i racconti della Passione e della morte di Gesù
sono singolari, perché raccontano la vicenda di una violenza non dal punto di vista oggettivo semplicemente,
non dal punto di vista dell'aguzzino, ma dal punto di vista della vittima.
E questa osservazione ci aiuta a cogliere che, riascoltando questo racconto, veniamo immersi non soltanto
nell'abisso della sofferenza e del dolore dell'uomo, ma anche nella parte tenebrosa della nostra umanità,
quella parte che è capace di compiere il male, di essere iniqua, di creare sofferenza, addirittura di dare la
morte ai nostri simili. Veniamo immersi in questa parte tenebrosa del male e dell'iniquità della nostra
umanità. E infatti la storia della passione di Cristo è una storia di menzogna, è una storia di odio, di violenza,
di tradimento, di mistificazione.
Colpisce che Gesù, come un oggetto inerme, venga consegnato di mano in mano, come se fosse una cosa.
A consegnarlo sono le mani di Giuda, il traditore, ο παραδιδοὺς dice il testo originale, che si può rendere così:
“il traditore” o “colui che consegna”. A consegnarlo sono le mani delle guardie, quelle di Pilato, quelle dei
sommi sacerdoti, quelle delle folle, fino a quelle mani che si accaniscono su di Lui e lo depongono in maniera
definitiva sulla croce, lo inchiodano lì. È la storia della consegna di mano in mano, che arriva alla morte. È la
storia del dramma dell'umanità.
Eppure ciò che ci commuove ancora di più, riascoltando questo racconto, è di percepire che dentro questa
consegna umana, dentro il dramma umano, si consuma un'altra consegna e un altro dramma, ben più
profondo: la consegna è il dramma di Dio stesso. Ciò che commuove profondamente in questo racconto è di
percepire che è Dio, il Padre, che prende per le mani il suo Figlio e lo consegna all'umanità, perché possa
vivere da Dio tutto il dolore e tutta la sofferenza che contrassegna la nostra povera, umiliata umanità. Ciò
che commuove è percepire che è il Padre che con le sue mani consegna il suo Figlio in mezzo a noi, perché
viva da Dio il male di cui siamo capaci, redimendolo dall'interno, perché a quel “no” rispetto a Dio che è il
peccato, il Figlio contrapponga il suo “sì” infinito, eterno, che salva.
Ciò che commuove è che in questa vicenda noi percepiamo che c'è anche la consegna del Figlio, che
dall'abisso del dolore, dall'abisso delle tenebre dell'umanità, si consegna nelle mani degli uomini e così si
consegna nelle mani di Dio.
Ciò che commuove è che veniamo inabissati non soltanto nell'abisso della sofferenza e del male
dell'umanità, ma veniamo inabissati nell'abisso dell'amore infinito di Dio.
E allora, in questo giorno di silenzio, in questi giorni di silenzio, possiamo collocare lì, nell'abisso dell'amore
infinito di Dio, le nostre sofferenze, le nostre solitudini, le nostre malattie, le paure, le ansie che abbiamo, la
perdita che ci viene dalla morte di una persona cara, l'umiliazione che ci viene dalle ingiustizie che noi stessi
subiamo... Possiamo collocare tutto qui. E possiamo collocare qui finanche le tenebre del male da cui è
oscurata ancora oggi la nostra umanità, lo sappiamo molto bene. Perché? Perché l'abisso dell'amore di Dio è
più grande dell'abisso della solitudine, della sofferenza, del dolore e del male di cui siamo capaci.
In una splendida catechesi del IV secolo, Cirillo di Gerusalemme dice che la croce è il simbolo delle mani
di Dio, che si distendono per raggiungere ormai tutto e tutti. Dice così (1) :
Stese le braccia sulla croce per abbracciare i confini dell’ecumene,
perché il Golgota è proprio al centro della terra [...]
Stese le sue mani d’uomo colui che ha reso stabile il cielo con quelle spirituali.
Stupendo! Non c'è abbraccio più grande che quello di Cristo sulla croce. Il Golgota è davvero il centro del
mondo, da cui siamo abbracciati tutti, da cui ogni solitudine è vinta, da cui ogni male è vinto.
Ci inabissiamo, in questi giorni di silenzio, nell'amore infinito di Dio, per poter percepire che quando siamo
lì anche le nostre mani possono convertirsi e diventare - da mani di violenza, di indifferenza, di ostilità - mani
di benevolenza, di amore e di cura. Lo ha percepito molto bene un prete italiano, don Primo Mazzolari, che
si esprimeva così diversi anni fa (2) :
La tua morte, o Gesù, è una storia di mani.
Una storia di povere mani,
che denudano, inchiodano,
giocano a dadi, spaccano il cuore.
Tu lo sai, tu lo vedi, o Signore.
Prima di giudicare, però, pensiamoci.
Ci sono dentro anche le nostre mani.
Mani che contano volentieri il denaro,
mani che legano le mani agli umili,
mani che applaudono le prepotenze dei violenti,
mani che spogliano i poveri,
mani che inchiodano
perché nessuno contenda il nostro privilegio,
mani che invano cercano di lavare le proprie viltà,
mani che scrivono contro la verità,
mani che trapassano i cuori.
La tua morte è opera di queste mani,
che continuano nei secoli l'agonia e la passione.
Se potessimo dimenticare queste mani,
se ci fosse un'acqua per lavare queste mani.
Per dimenticare le mie mani,
ho bisogno di guardare altre mani,
di sostituire le mie mani spietate
con le mani misericordiose della Madonna,
della Maddalena, di Giovanni,
del Centurione che si batte il petto...
Amen.
1 CIRILLO DI GERUSALEMME, Catechesi XIII,28
2 P. MAZZOLARI, La tua morte è una storia di mani, in «Preghiere», La Locusta, Vicenza 1978, pp. 29-30
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3 aprile 2026
Cena del Signore
Giovanni 18,1-19,42
Omelia di fr. Sabino Chialà, priore di Bose
Fratelli e sorelle,
eccoci giunti all’ora della passione e della compassione. Il Signore e Maestro, che si era abbassato ai piedi dei suoi discepoli e li aveva lavati, è più che mai Signore e Maestro ora che dà pieno compimento alla parola dall’evangelista Giovanni: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). Affermazione che introduce e giustifica non solo la lavanda dei piedi, ma l’intera passione e morte di Gesù.
Amore fino alla fine… dove l’espressione “fino alla fine” non ha una connotazione temporale. Esprime invece la qualità di una relazione: quella che Gesù ha vissuto con “i suoi”. Suoi… pur essendo “nel mondo”. Ad essi Gesù, il Signore, non può non restare fedele: liberamente fedele!
La passione è innanzitutto narrazione di questa fedeltà. Una fedeltà che assume tanti volti: uno di questi è la compassione. La morte di Gesù in croce è espressione della compassione di Dio per noi e le nostre fatiche e ferite. Compassione nel senso etimologico del termine, cioè come “condivisione di passione”.
È quello che ci suggeriscono anche la prima e la seconda lettura di questa liturgia. Nella profezia di Isaia abbiamo ascoltato il dramma di questo anonimo servo del Signore, nel quale i cristiani hanno visto la prefigurazione profetica di Gesù, che “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4); che “portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli” (Is 53,12). Similmente nella lettera agli Ebrei, Gesù è il sommo sacerdote che “sa prendere parte alle nostre debolezze” (Eb 4,15) e che “è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore” (Eb 5,2). La passione è dunque anche evento di compassione: libera scelta, da parte di Dio, di stare accanto a chi soffre, fino a condividerne il dolore, a provarlo nella sua stessa carne: la carne di Dio.
Ieri, in quel primo movimento della passione del Maestro abbiamo contemplato un Dio che, con il suo modo di porsi, aveva indicato una via percorribile: l’atteggiamento da assumere, per ritrovare il giusto sguardo su questo mondo e così riorientarlo alla vita. Oggi, in questo secondo movimento, l’insegnamento si trasforma in compassione: mistero di condivisione, di compartecipazione.
La croce dice innanzitutto che il dolore del mondo non è estraneo a Dio, che egli lo prende su di sé, lo assume e lo integra nel mistero pasquale. Questo diciamo ogni volta che confessiamo l’Agnello che prende su di sé il peccato del mondo. Diciamo che tutte le lacrime versate dagli uomini e dalle donne di questo tempo e di ogni tempo sono prese in carico da Dio, e diventano lacrime di Dio: questo è un primo messaggio che ci viene dalla croce di Cristo.
Ve n’è però uno ulteriore, anch’esso espressione ed effetto della compassione di quel Dio che in Gesù Cristo sale sulla croce: assumendo le nostre ferite, entrando in esse, egli infonde forza, sostiene, incoraggia, svuota le solitudini del patire. La sua non è una compassione vagamente consolatoria: è mistero di presenza al cuore di ogni oltraggio. È assicurazione che ovunque si versa una lacrima, il nostro Dio è già presente, quale Signore della storia, anche laddove sembra perdente e la storia è un cumulo di macerie.
Questo è il Messia di cui ci parla Giovanni nel suo racconto della passione: tradito, catturato, interrogato, schiaffeggiato… e poi ancora flagellato, insultato, condannato a morte, spogliato e crocifisso... ma Signore (Kyrios), fino alla fine. Anche nella morte è Signore, infatti ne accoglie il compimento e si consegna con un dono: “Gesù disse: ‘È compiuto!’. E, chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv 19,30).
La sua non è una compassione vile, remissiva, fatalista. È una compassione responsabile: quella di chi sa stare anche nelle situazioni più degradanti con dolcezza e franchezza, con presenza e abbandono, con la sua parola e il suo silenzio … fino alla fine. È catturato, ma interloquisce con i soldati e chiede che i suoi siano preservati (Gv 18,8). È sottoposto a un interrogatorio da parte del sommo sacerdote, ma lo rimanda a quello che aveva insegnato (Gv 18,19-21). È schiaffeggiato da una guardia, ma non viene meno alla sua responsabilità di chiedergliene conto: “Se ho parlato male dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23).
Anche davanti a Pilato assume un atteggiamento fermo e docile, mostrando la libertà di chi non rinuncia ad essere se stesso anche in un contesto che ne minaccia la dignità. E al governatore che si fa forte del suo “potere”, minacciandolo: “Non mi parli? Non sai che ho il potere (exousia) di metterti in libertà e il potere (exousia) di metterti in croce?” (v. 19,10), Gesù risponde mostrando la sua autorità di uomo libero: “Tu non avresti alcun potere (exousia) su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19,11).
Il confronto con Pilato rivela l’ambiguità di quella realtà che chiamiamo “potere”, della quale nel nostro tempo vediamo così tante declinazioni e soprattutto abusi. A una prima lettura della passione l’uomo forte sembra essere Pilato: colui che tiene in mano le sorti di Gesù e del popolo. Ma il racconto svela quanto fragile e soprattutto illusorio sia quel potere: alla fine Pilato è costretto a fare quello che non vorrebbe, che addirittura ritiene ingiusto, come afferma lui stesso per due volte: “Io non trovo in lui colpa alcuna” (Gv 18,38); e ancora, poco oltre: “Prendetelo e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa” (Gv 19,6).
L’evangelista dice che Pilato agisce così perché ha paura (Gv 19,8); e alla fine cede ai ricatti di chi, per assurdo, dichiara di non avere alcun potere. Quando Pilato cercherà di liberarsi di Gesù rimandandolo ai capi, perché lo giudichino secondo la loro legge, essi replicano: “A noi non è consentito mettere a morte nessuno” (Gv 18,31). Curioso intreccio di poteri: il potente Pilato farà la volontà di coloro che non hanno alcun potere! E da quel confronto nel quale il degrado raggiunto è tale che i capi religiosi dicono: “Non abbiamo altro re che Cesare” (Gv 19,15) – una bestemmia in bocca a chi sa che l’unico re legittimo è Dio! – Pilato esce sconfitto: “Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso” (Gv 19,16).
Quello che accade a Gesù è una somma ingiustizia, operata però da burattini che sono gli uni nelle mani degli altri, in un groviglio dove nessuno esprime una vera autorità, perché su tutti sovrasta il Cesare di turno, come essi stessi ammettono. In fondo i capi religiosi dicono la verità: “Non abbiamo altro re che Cesare!”. E quando l’unico re è Cesare o, meglio, le loro paure, i loro interessi, i loro calcoli meschini… tutto può accadere, anche le peggiori nefandezze. Tutto diventa giustificabile e sacrificabile, anche le vite di uomini e donne innocenti, e di popoli interi.
Gesù, invece, resta libero; e ancora dalla croce esercita la propria autorità, che si esprime nel prendersi cura: questa volta del discepolo amato e di sua madre. All’inizio della passione, mentre veniva catturato, si era assicurato che non facessero del male ai suoi: “Se cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 18,8).
Ora, ormai vicino all’ultimo respiro, il suo sguardo è il medesimo: “Vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco tua madre!’” (Gv 19,26-27).
Questo significa che la passione non lo ha abbrutito: l’ha attraversata restando libero di amare. Gesù resta così il Signore fino alla fine, esercitando l’autentica autorità fino all’ultimo respiro. Il male ha straziato il suo corpo ma non ha scalfito la sua umanità, come Pilato stesso, inconsapevole della grandezza della sua affermazione, proclama: “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5). Ecco l’uomo, ecco il Messia, ecco il Figlio di Dio… nella cui passione in quest’ora contempliamo il Dio fattosi uomo, entrato nella nostra storia, per esserci accanto, per compatire la nostre sofferenze, per confermarci che non ha abbandonato questo mondo.
La croce è così svelamento della compassione divina, che incoraggia a vivere, e che sostiene nella lotta contro il male. Ci ricorda che è possibile vivere anche il male, senza diventare male. In un tempo come il nostro, nel quale siamo a volte tentati dallo sconforto perché tutto ci sembra travolto e sfigurato da potenti senza autorità… il Crocifisso ci consola rimandandoci alla vera autorità, ed è per noi incoraggiamento a camminare, anche nel buio, consapevoli che quel buio è abitato dal Messia, il Figlio di Dio.
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