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Massimo Recalcati "La pedagogia dell’odio e le colpe degli adulti"



 30 marzo 2026

Se la violenza dilaga nella scuola è perché trova legittimazione nei discorsi dei grandi, dove l’altro è un nemico da annientare.

La recente aggressione alla professoressa di Bergamo da parte di un suo giovanissimo alunno mostra una realtà inquietante: la violenza entra sempre più frequentemente nel cuore della scuola, ovvero nell’istituzione che più di ogni altra sarebbe deputata a prevenirla e a contrastarla. Il grande compito educativo della scuola sarebbe infatti quello di offrire alla vita delle nuove generazioni la via della parola come alternativa alla spinta feroce e distruttiva della violenza. Essa non può limitarsi alla trasmissione di nozioni o competenze più o meno specializzate, ma dovrebbe favorire la trasmissione della legge della parola senza la quale non c’è alcuna educazione possibile, né civile, né affettivo-sessuale. 

È proprio tra i banchi della scuola che i nostri figli dovrebbero apprendere che il conflitto non si risolve con il passaggio all’atto violento, ma con il confronto delle idee e che senza la rinuncia alla “via breve” della violenza non c’è alcuna possibilità di umanizzare la vita. 

Il nostro tempo sembra segnato in questo senso da una profonda regressione. 
La violenza nella scuola si manifesta nei legami interni al gruppo dei pari dove il più forte impone la propria legge sul più fragile – bullismo, cyberbullismo, body shaming, eccetera – ma anche nello stesso rapporto tra generazioni. La figura dell’insegnante anziché suscitare rispetto viene sempre più esposta a forme crescenti di delegittimazione che possono, come in questo caso, raggiungere il culmine dell’aggressione diretta da parte degli allievi ma, non di rado, anche da parte delle famiglie. 

Non si tratta ovviamente di un fenomeno circoscritto. Come ci ha insegnato Freud, non esiste una separazione netta tra mondo interno e mondo esterno poiché il mentale è anche sempre sociale. Dunque se la violenza dilaga nella scuola è perché essa trova la sua più grave legittimazione nel discorso degli adulti. La domanda, allora, non è solo relativa alla violenza come una delle espressioni più diffuse del disagio giovanile, ma alla responsabilità delle vecchie generazioni: quale testimonianza siamo in grado di offrire ai nostri figli della legge insostituibile della parola e, dunque, della necessaria rinuncia della violenza? Se gli adulti sono i primi a cedere alla tentazione dell’insulto, della denigrazione, dell’aggressività verbale, se essi praticano la rissa, se il confronto tra idee diverse si trasforma sistematicamente in scontro, in odio reciproco, quello che si trasmette alle nuove generazioni non è il valore insostituibile della legge della parola, ma la legge brutale della forza. 

In questo senso, anche il clima che ha caratterizzato la recente campagna referendaria – segnato da un linguaggio esasperato, polarizzato e intriso di disprezzo ideologico – non è privo di conseguenze. Esso costituisce una vera e propria pedagogia nera, una sorta di scuola parallela che insegna ai più giovani che l’altro non è un interlocutore degno di attenzione, ma un nemico da annientare e umiliare. Quale testimonianza il mondo degli adulti offre alle nuove generazioni nei confronti della tolleranza per le idee e le visioni del mondo che non coincidono con le nostre? È un fatto evidente: il disprezzo di chi pensa il mondo in modo differente dal nostro contamina pesantemente la nostra vita civile. 

I social network, da questo punto di vista, esibiscono una attitudine alla violenza e all'insulto impressionante, senza che nessuna norma sia in grado di regolamentarne la spinta. Forme di shitstorming accompagnano regolarmente il dibattito, si fa per dire, delle idee. E non solo tra i giovani. I media allevano, anziché il pluralismo, gli schieramenti faziosi, i raggruppamenti omogenei e settari. Non dovrebbe essere invece loro compito, omologo a quello più alto della scuola, di introdurre la vita dei nostri figli alla legge del Due? Non esiste infatti un solo modo di vedere il mondo, un solo modo di leggere le cose che accadono. 

Quando la violenza esplode in modo erratico, come è accaduto nei confronti della professoressa Chiara Mocchi, non ci si può limitare a condannare quel gesto come se non ci riguardasse. Qual è la nostra responsabilità di adulti nel diffondere l'odio, nel glorificarne addirittura la forza, nel seminarne i germi? Solo una profonda cultura democratica può costituire un antidoto contro la violenza. Ma una cultura democratica non nasce dai grandi discorsi. Sorge piuttosto dalla qualità dei legami familiari e dalla capacità degli adulti di testimoniare, con i propri gesti e con le proprie parole, che la differenza non è una minaccia per la vita ma una risorsa. La verità, nella sua dimensione umana, non può mai essere monolitica, non coincide mai con una sola voce. 

Quale testimonianza sanno dare allora le vecchie generazioni della loro capacità di apertura e di ascolto? Non siamo di fronte a una crescente all’omologazione, all’identificazione massiccia di schieramenti che si rafforzano reciprocamente attraverso l’esclusione della voce divergente? I media che dovrebbero avere una funzione fondamentale nella costruzione di una cultura democratica non stanno cedendo alla logica populista della semplificazione e della contrapposizione carica di odio? Invece di alimentare il pensiero critico e il pluralismo non stanno favorendo lo smembramento del tessuto civile del nostro paese in blocchi identitari rigidi, incapaci di dialogo e carichi di violenza? La necessaria condanna del gesto di questo ragazzo non può infatti risparmiarci dall’assunzione delle nostre responsabilità. In che modo siamo implicati, come adulti, nella diffusione di questa violenza irresponsabile? Il nostro linguaggio non la alimenta, non la giustifica, non la promuove anche se involontariamente? Davvero non esiste alcun nesso tra il linguaggio di odio che attraversa il nostro paese e il carattere solo apparentemente erratico di questi passaggi all’atto violenti? 

Gli psicoanalisti sanno bene che le parole non sono mai solo parole. Esse possono talvolta assomigliare a proiettili. Possono armare le mani, spingere verso la violenza, fomentare l’illusione cainesca che l’Uno possa liberarsi definitivamente del Due.

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