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Paolo Crepet, prof aggredita a Bergamo: "Come è arrivato alle coltellate", una atroce verità

intervista a Paolo Crepet 

a cura di Claudia Osmetti 

Libero

sabato 28 marzo 2026

Dai social non scappa nessuno. «C’entriamo tutti, dai cinque anni ai 99», dice infatti lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, «fanno parte della nostra vita, del nostro modo d’esistere. Conosco monaci che li hanno. Dopodiché un utilizzo consapevole è un altro paio di maniche».


Dottor Crepet, facciamo un passo in avanti. Il caso di Trescore apre un altro scenario, quello della violenza che viaggia in rete... «Alt, mi perdoni. Quel fatto è accaduto già tante altre volte. Se la ricorda, per esempio, l’insegnante di Rovigo che, qualche anno fa, era stata impallinata in classe? Anche lì c’erano i social, anche lì c’era una scuola, anche lì c’era un filmato. Gli ingredienti sono gli stessi. Guardi, a costo di passar per controcorrente, io il nesso diretto causa-effetto non lo vedo». 

In che senso? «Se i social fossero causa univoca di questa violenza saremmo tutti asserragliati in casa e non usciremmo più. Non è così, per fortuna. Detto questo, che qualcosa stia andando storto mi pare altrettanto evidente». 

Cosa? «Siamo arrivati alla quintessenza della nostra adolescentizzazione. Il punto è che non vogliamo più diventare adulti, siamo tutti eterni ragazzini. Ma in questo modo, chi adolescente lo è davvero si sente isolato». 

È quantomeno bizzarro il termine, nell’era dei “social” appunto... «Lei confonde la solitudine con l’isolamento. Sono cose differenti. Isolamento vuol dire mancanza di uso dei nostri sensi. Dovremmo averne cinque, sui social network ne usiamo a malapena due: è contro natura. Prenda quel che è successo nella Bergamasca: le frustrazioni di quel ragazzo sono quelle che avevamo anche io e lei quando eravamo giovani. La prof antipatica, l’interrogazione andata male..». 

Sì, però né io né lei abbiamo reagito portando un coltello in classe... «Perché le nostre generazioni erano abituate a parlare, avevamo un interlocutore. Una madre, un padre, una zia, un fratello più grande o anche solo un’amica. Ma lei le ha lette le dichiarazioni che ha scritto questo 13enne? Sono agghiaccianti. Una coltellata non nasce in un minuto, sa. Lui aveva un progetto, l’aveva descritto: dov’eravamo tutti?». 

Quando avevo quell’età io gli adulti ci dicevano di non passare troppo tempo alla playstation perché i suoi giochi violenti ci avrebbero fatto male. È lo stesso discorso? «La Playstation era una camomilla in confronto a quello che c’è oggi. Quanto ci stava, lei, davanti allo schermo? Un’ora, due al massimo? Qui parliamo di otto ore al giorno, forse anche di più perché chi ci mette la mano sul fuoco che un adolescente, quando mamma e papà dormono, non si colleghi ancora? Se poi, nel discorso, ci si aggiunge quell’intelligentissimo algoritmo che ti fa diventare dipendente dalle immagini che compaiono sul telefonino...». 

Si riferisce al fatto che una giuria di Los Angeles, negli Usa, ha condannato Meta e Google proprio per questo aspetto? «Ma pensi solo allo scrolling (l’andare di video in video, ndr). È un fenomeno studiato, come si fa a non capirlo? Siamo inondanti da immagini che in realtà sono stimoli. Il cervello le riflette, capisce? Se lo facciamo a quarant’anni è una cosa, per un ragazzo di tredici è diverso. Questa generazione è nata così, è cresciuta con questa roba qua. Una volta c’erano altri bisogni, per esempio quello di vedersi, di incontrarsi». 

Che si può fare? In alcuni Paesi i social sono stati vietati ai minorenni, è una strada? «Il problema è che io posso anche vietare una cosa, però devo dire cosa ci metto al posto di quel vuoto che creo. Uno Stato non può agire come “sottrattore”. Una risposta definitiva io non ce l’ho, però ho una domanda in più: cosa diamo a questi ragazzi?».

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