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Gianfranco Ravasi «Il paradiso terrestre»



7 novembre 2024 

Non sono mai mancati gli esploratori che sono saliti sull’impervia vetta dell’Ararat in Turchia alla ricerca dei resti dell’arca di Noè, così come altri si sono inoltrati nei deserti dello Yemen, della Mesopotamia o dell’Arabia o in qualche area della Turchia alla ricerca del «paradiso terrestre» descritto nel c. 2 della Genesi, forse con la speranza di trovare il seme o le radici dell’«albero della vita» o di quello della «conoscenza del bene e del male».

Proviamo, allora, anche noi a rispondere criticamente a questa illusione, ribadendo in premessa quanto abbiamo spesso affermato nella nostra rubrica: il testo biblico evoca, sì, eventi storici e dati geografici ma per una finalità ben diversa rispetto a quella di un manuale di storia o di una guida turistica. Per questo, soprattutto nelle prime pagine della Genesi, il racconto ha un valore teologico ed è una rappresentazione dell’umanità – ha-’adam non è un nome proprio, Adamo, ma è con l’articolo (ha-) e significa «l’uomo» – inserita in una cornice spaziale simbolica. È quella che è stata definita come «paradiso terrestre». In realtà, nell’originale ebraico del c. 2 della Genesi si usa il termine generico gan, «giardino», e non pardes, un vocabolo ebraico raro usato solo tre volte altrove e proveniente da una lingua iranica antica, trasformato nel greco parád-eisos, divenuto il nostro «paradiso», presente solo tre volte nel Nuovo Testamento («Oggi sarai con me in paradiso», dice Gesù al malfattore crocifisso con lui). 

Ebbene, quel «giardino» dotato di «alberi graditi alla vista e adatti al cibo» (2,5) è assunto come base simbolica per un racconto che si presenta come storico non nel senso fattuale (descrittivo di eventi, di dati e date) bensì in senso esistenziale, cioè rappresentativo dell’esperienza costante dell’umanità. Non per nulla la vegetazione di quel giardino primordiale comprende due alberi che non potranno mai entrare nella tassonomia botanica. 

Infatti l’«albero della conoscenza del bene e del male» è un chiaro simbolo sapienziale per illustrare la scelta morale libera, così come l’«albero della vita», caro alla mitologia mesopotamica, è un chiaro segno della riflessione sulla morte e sull’oltrevita. Ma la stessa mappa geografica offerta dalla Genesi (si legga 2,10-14) va ben oltre una mera identificazione spaziale puntuale. I quattro fiumi che si dipartono dal giardino “paradisiaco” sono il Tigri e l’Eufrate e due altri fiumi ignoti, il Pishon e il Ghihon, variamente identificati (Indo-Gange e Nilo?), ma essi sono destinati a costruire una mappa idrografica planetaria centrata su una sorta di «ombelico del mondo», il giardino di Eden. 

In sintesi, può darsi che l’autore sacro, descrivendo il cosiddetto «paradiso terrestre», abbia avuto in mente un rimando a un’area mirabile ed “esotica” o a una grandiosa oasi o a un centro antico, ma l’uso che ne fa è squisitamente “sapienziale” e simbolico, destinato a illustrare una situazione esistenziale ideale e una qualità teologica permanente e costitutiva dell’umanità. 

Una piccola nota a margine. Il giardino “paradisiaco” (a chiamarlo così per prima sarà l’antica versione greca della Bibbia detta «dei Settanta») è collocato dalla Genesi in Eden, un vocabolo che di per sé significa «delizia, piacere», così da creare l’idea di un’oasi, un «giardino di delizie», segno della piena armonia dell’umanità col Creatore e col suo progetto storico-cosmico.

 

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